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domenica 23 febbraio 2014

Un continente tutto pieno pieno di obesi

Facciamo un piccolo sforzo di immaginazione. Così capiamo una cosa. Che è importante.



Immaginiamo il mondo, visualizziamo proprio nel nostro cervello tutta la Terra. Mettiamoci sopra tanti miliardi di umani. Di questi miliardi selezioniamo quelli, e sono tantissimi, che sono ciccioni. Quanti eh? E quanto spazio che occupano. Sono centinaia di milioni, una fetta enorme della popolazione mondiale. Ora, per comodità, mettiamoli tutti in un continente a scelta e allontaniamo i normoforma per un attimo. Li avete presenti? Dove li avete messi? Io ora ce li ho tutti in testa in Sudamerica.

Andiamo avanti, approfondiamo. Come mai sono così tanti? A dar retta ai luoghi comuni, qui parliamo di un continente pieno di gente che mangia tutto quello che può quando può, che occupa tutto lo spazio che c'è e che, oltre a puzzare, vive fondamentalmente depressa, non ha relazioni affettive e muore prematuramente. Allora, procedendo, possiamo dire che abbiamo in testa il Continente che avete scelto affollato all'inverosimile di gente fuori di testa, di pazzi.

Ora, con in testa questo Continente di matti, ditemi se vi sembra più credibile che siano tutti pazzi, tutti quelli là, tutti quei milioni e milioni di persone, o che - invece - siano tondi per loro natura. Mi spiego meglio. E' più facile credere che noi ciccioni siamo davvero gente che non ha a cuore la propria salute, che vuole morire presto, che vuole essere dileggiata e ostraccizzata, che vuole essere pagata meno e ritenuta obbrobriosa dal resto della popolazione o - invece - è più facile credere che esistano condizioni psicologiche, ambientali, genetiche, questioni complesse, diciamo, che fanno sì che un intero continente di persone nel mondo sia pieno di gente fatta - più semplicemente - in modo diverso da quella che abita gli altri continenti?

E' da qui che possiamo analizzare certe notizie, come quella esplosa ieri sulla stampa italiana, secondo cui l'obesità ha radici genetiche. Voi direte: sai che novità. Già. Infatti. Il punto è che la genetica è un territorio ancora parzialmente inesplorato e ogni tanto i ricercatori di quà o di là riescono ad aggiungere un pezzetto al grande puzzle. In questo caso sono scienziati cinesi: hanno individuato un gene, SLC35D3, che - mutato - potrebbe essere responsabile dell'ingrassamento e dello sviluppo di tutta una serie di patologie che sono più frequentemente riscontrate in persone obese.

Questa novità si aggiunge agli altri pezzettini di cui abbiamo parlato: la genetica che influisce sull'assorbimento intestinale, quella che influisce sul palato e la percezione del grasso, quella che coinvolge gli interruttori cerebrali del piacere e quelli della conservazione della specie.

Ecco. Ci siamo? Bene. Tornando ai pazzi che popolano un intero continente, dunque, ci troviamo dinanzi ad umani di forma diversa da quella della maggioranza. Gente rotonda. Eppure ognuno di loro è rotondo per un motivo diverso. Sembra ovvio, in fondo siamo tutti diversi. Voglio dire: si vede che lo siamo. E in questa diversità un ruolo importante lo gioca la genetica. I geni. Quei mattoncini che decidono per molti, molti aspetti, come sarà e come è la nostra vita.

Ecco. Allora forse potremmo iniziare a pensare che quel continente pieno di gente non è in realtà pieno di matti. E' pieno di umani che - guarda un po' - sono uguali perché tondi ma diversi perché tondi. Alcuni di loro lo sono per cause genetiche - diverse tra di loro - altri per ragioni familiari e personali, altri per questioni psicologiche, altri... Continuo? Siamo tutti diversi, siamo uguali, non siamo pazzi. Facciamocene, tutti - a cominciare da noi cicci - una ragione. Sia mai che ci scappi un sorriso in più. 

(fonte immagine)

domenica 12 gennaio 2014

Un ippopotamo in aereo



Puzza, senso di soffocamento, prigionia, schifo: queste le reazioni di un noto blogger e provocatore australiano, Rich Wisken, che si è lamentato di aver dovuto viaggiare in aereo con un ciccione definito "ippopotamo". Il post "satirico" che ha scritto ha suscitato un enorme clamore nella blogosfera cicciosa vista la qualità demoniaca delle sue esternazioni gonfie d'odio. Noi lo abbiamo "intercettato" grazie alla segnalazione di Maranza sulla pagina Faceboook di CCD. Si tratta formalmente di una lettera alla compagnia di volo Jetstar, obiettivo delle sue lagnanze. Il motivo dell'interesse suscitato dal post apparirà ovvio a chi lo volesse leggere, quindi eccone una veloce traduzione in italiano, è lungo ma ne vale la pena:
Cara Jetstar,
ti piacciono gli indovinelli? Io sì, ed ecco perché inizio con un indovinello questa mia lettera. Cosa pesa più di una Suzuki, meno di un Hummer e puzza come l'ano decomposto di un clochard morto? Idee? Oppure, cosa misura le porzioni di cibo in chilogrammi e ha l'igiene personale di una prostituta francese? Ancora niente? Ok, un altro tentativo. Cosa è grasso da morire, puzza come merda e dovrebbe essere costretto a comprare due sedili su un volo Jetstar? La risposta è l'uomo accanto al quale mi sono dovuto sedere durante il mio volo da Perth a Sydney ieri.

Mentre salivo in aereo, mi ero congratulato con me stesso per aver pagato 25 dollari in più per un posto nella fila di emergenza. Mi prefiguravo tutto quello spazio in più, quando improvvisamente mi sono distratto per l'apparire di quello che sembrava un giovane ippopotamo a metà del corridoio. Come mi sono avvicinato, mi sono rassicurato scoprendo che non si trattava del pericoloso animale anfibio africano, ma di un essere umano morbidly obese (molto obeso, ndr.). Il sollievo però è durato poco, fin quando ho capito che il mio posto era localizzato da qualche parte sotto di lui.

Poco dopo essere riuscito a infilarmi nel mio sedile, ho intercettato quella che è stata la prima di una serie di zaffate fetide di odore corporeo. La sua puzza aveva accenni di gorgonzola e sobborgo di Mumbai, con note di carne umana sudata e feci spruzzate di colonia. Visto che stavo chiaramente in una situazione di estremo disagio, ho trovato strano che nessuno dell'equipaggio mi offrisse un altro sedile.
Ad essere sinceri, è anche possibile che nessuno di loro mi abbia in effetti visto.

Bloccato sul mio sedile da un gigante di carne, ho iniziato a prepararmi per una fuga alla 127 ore (celebre film, ndr.). Grazie a dio però la bestia si è mossa appena sulla sinistra, cosa che mi ha consentito di rimettermi in piedi, camminare fino al retro dell'aereo e chiedere cortesemente agli assistenti di volo di essere seduto altrove. Non ricordo i nomi delle tre assistenti di volo, ma per gli scopi di questa lettera le chiamerò Chiacchierona1, Chiacchierona2 e Risatina (ho anche dato loro dei soprannomi: Nonmenepofregadimeno). Fatta la mia richiesta Chiacchierona 1 e 2 hanno continuato la loro conversazione, probabilmente su quanto faccia schifo il loro lavoro, e Risatina, guardaunpo', ha ridacchiato. Allora ho chiesto se potevo sedere in uno dei sei sedili che vedevo vuoti là in fondo all'aviomobile, al ché Risatina ha risposto "eheheh, sono solo per il personale di bordo, ehehehe". Credo che Risatina soffrisse di una qualche forma di disfunzione mentale.

A quel punto ho tentato di riposizionarmi anche senza l'assistenza del trittico Nonmenepuofregadimeno, sfortunatamente chiunque avesse una fila per se stesso l'aveva già usata per stendersi. E' stato in quel momento che ho capito che il mio destino era deciso. Sono tornato da Jabba the Hutt e ho passato il resto del mio volo immerso nelle sue tette laterali e cellulite, respirando con respiri brevi per evitare intossicazione da gas. Poco prima di atterrare sono tornato in fondo all'aereo per usare il bagno. Potrete immaginare la mia sorpresa nel vedere che le file occupate "solo dal personale di volo" erano in realtà occupate da altri passeggeri. Posso solo immaginare che Risatina abbia consentito loro di sedere là dopo essersi dimenticata chi fosse e perché stesse volando su un grosso coso di metallo in mezzo al cielo.

Immaginate andare fuori per una cena e un film solo per avere la vostra serata rovinata da un coso grasso che mangia metà della vostra cena e poi vi impedisce di vedere il 50 per cento dello schermo. Non è proprio come se quel qualcuno che non può controllare il proprio intake calorico occupasse metà in più di un vostro sedile sul volo? Certo che è così, quindi quello che chiedo è un rimborso totale del mio biglietto, compresi i 25 dollari spesi per il sedile nella fila dell'Emergency.

Spero anche di venire ricompensato per la sofferenza fisica e mentale causata dall'essere avviluppato in una bolla umana per ore. La mia schiena ancora ne soffre e ho dovuto digitare questa lettera con una mano sola perché non ho ancora ripreso la funzionalità completa del mio lato sinistro. Se non dovessi recuperare completamente, dovrò dire addio al mio sogno di una vita, quello di diventare campione mondiale di Air Guitar. Se dovesse accadere, ve lo metterò in conto.

Nessun saluto,
Rich Wisken."
La risposta dell'azienda di volo, che ha rimborsato il biglietto, non si è fatta attendere, sebbene forse non sia del tutto soddisfacente per Wisken:
"Jetstar non ha una policy specifica per clienti che possono essere persone di importante dimensionalità, comunque tutti i clienti devono avere la capacità di volare in sicurezza per viaggiare con noi. Ai clienti viene data l'opzione di acquistare un sedile addizionale per il proprio comfort. E sul nostro sito ci sono le specifiche dei sedili".
Il post originale di Wisken, corredato di foto per così dire "esplicite" si trova a questo indirizzo. Il motivo per cui ho pensato fosse utile pubblicarlo è ovvio, sia perché l'autore scarica su un passeggero una problematica innescata dai servizi della compagnia di volo, sia perché sono proprio le politiche di queste aziende, poco inclini a riconoscere che l'umanità ha varie forme, a rendere la vita molto più difficile a chi deve viaggiare e non rientra nelle forme standard predefinite. Va da sé che sono aziende che svolgono un servizio pubblico e che per questo godono di specifiche tutele giuridiche, ma questo non sembra ancora bastare perché si metta mano al modo in cui sono concepite le file di sedili (per dirne una). Quella di Wisken è un'esperienza che deriva da una discriminazione a monte.
E voi che ne pensate?






giovedì 27 maggio 2010

Sono grassa quanto mi pare!


L'ultimo post di Tasha Fierce è pieno di ammissioni e rivendicazioni, soprattutto però è la misura di quanto è ricolmo il vaso di chi, pur essendo ciccione, si ostina a ritenersi una persona capace di intendere e volere, e di decidere da sé per quanto possibile i propri destini. E che quindi, come ogni altra anima indipendente, finisce per sopportare sempre meno consigli non richiesti, paternalismi diffusi o quel solidale pietismo di cui si parlava di recente su queste pagine. E' un post duro, dalle conclusioni ancora più dure, e più efficaci nel rivendicare il carattere assolutamente privato del rapporto di una persona con il proprio corpo. Ho provato a tradurlo cercando di mantenerne lo spirito. Penso sia una lettura utile a tutti, tanto più in un paese come l'Italia, dove dire agli altri cosa fare della propria vita è una sorta di infezione nazionale. In grassetto i passaggi che mi sembrano più significativi.
"Sono una cattiva obesa. Non posso mentire e dire che faccio quella cosa HAES. Non faccio moto. La maggiorparte di ciò che mangio è cibo da fast food, e mangio anche quando non sono davvero affamata. Mi hanno tolto la cestifellea non solo perché avevo dei calcoli ma anche perché non mi sono mai sforzata di evitare cibi ricchi di grassi, e così ho continuato ad avere dolori. Sì, le mie analisi e i miei dati sono ottimi, ho un rischio cardiaco molto basso né ho problemi di salute a causa del grasso. Ma questo non si deve alla mia costituzione.

Quando qualcuno si vergogna del grasso, la persona che attacca la ciccia spesso si giustifica affermando la propria preoccupazione per la salute della persona grassa. Naturalmente sappiamo che queste sono cazzate. La Grassofobia non ha niente a che vedere con la salute, se qualcuno fosse davvero preoccupato non ci attaccarebbe minacciando la nostra stima in noi stessi. E migliaia di persone grasse possono testimoniare di mangiare sano e fare esercizio. Io, invece, non posso. E allora? L'argomento salute è giustificato nel mio caso? No. Perché il grasso non ha niente a che vedere con la salute. E' il cibo che mangio il punto. E' il fatto che mangio anche quando non ho davvero fame. E' l'assenza di esercizio fisico.

Ciò nonostante, non mi si dovrebbe chiedere di provare che però sto tentando di fare di tutto per non essere grassa ma CAVOLO sono ancora grassa e quindi lasciatemi in pace! Magari sono grassa per costituzione, e allora "scegli di essere grassa". Naturalmente io sarei cicciona comunque anche se mangiassi bene, non mangiassi troppo e facessi esercizio, sebbene sia possibile che lo sarei un po' meno. Ma, bada bene, non me ne frega nulla al momento. Sono lo stereotipo della persona grassa e pigra, ma ho il diritto di essere questo se è questo quello che voglio. Non rappresento il Fat Movement. Non sto tentando di essere un esempio. E, davvero, se non è accettabile essere grassi ma non-HAES allora come possiamo affermare di voler accettare chi è grasso? Stiamo solo accettando chi di sicuro fa tutto quello che deve ma rimane grasso? Noi diciamo che il grasso non è una scelta. E' sbagliato se invece lo è? Ho guadagnato circa tre chili o giù di lì (me ne accorgo da come mi vestono i miei abiti) dalla mia chirurgia semplicemente perché ho scelto di non seguire le regole. Ma questa è la mia scelta e sono certa di non dover venire scomunicata né dagli entusiasti di HAES né dai bigotti grassofobici.

Sembra proprio che quando una persona grassa viene inclusa in una discussione sui media circa il rischio salute dell'essere grassi allora debba presentare una sorta di patente che dica "Io ho abitudini sane". Io sono qui che attendo una persona grassa che si faccia avanti e dica "Sì, ho abitudini alimentari che fanno schifo, e allora?" Perché davvero non sono affari di nessuno il perché io sia grassa o cosa stia facendo per "contrastare" il grasso con scelte "sane". Non sto qua a giudicare voi e mi aspetto di non essere giudicata. Se smetto di mangiare come ora e perdo il peso che ho guadagnato non voglio sentire anatemi da chi se la prende con la perdita di peso. E' il mio corpo, il mio peso, le mie scelte, la mia salute, sono tutti affari miei".

sabato 1 maggio 2010

La linea del fronte

La chiamano epidemia e con orrore studiosi e giornalisti ne raccontano i numeri e l'inarrestabile incedere: la diffusione dell'obesità nel mondo viene vissuta come una delle più gravi minacce al futuro dell'umanità. C'è una guerra in corso e le strategie fin qui adottate hanno fallito.

Non sono bastati i programmi alimentari, l'educazione e la formazione a senso unico nelle scuole, né bastano l'ostilità e l'odio per gli obesi e le obese a determinarne una riduzione di numero oltreché di peso, né il fatto di render loro la vita difficile non prevedendone le forme nel trasporto pubblico, nella sanità pubblica, nella vita pubblica. Non è bastato scambiare la battaglia contro l'obesità nella guerra contro gli obesi: le proiezioni indicano nei prossimi vent'anni un aumento vertiginoso delle dimensioni dell'umanità a tutte le latitudini, anche nei paesi asiatici che fino ad un decennio fa si ritenevano "immuni" al fenomeno.

Quando si combatte un nemico e si perde, quando le sue fila si ingrossano mentre le proprie capacità di battagliare diminuiscono si dovrebbe avere l'accortezza di ammettere che certe strategie non funzionano. E' il primo passo per cambiare strada e tentare di risalire la china. Se battendo la testa contro un muro questo non crolla forse è bene ricorrere al piccone, o a un bulldozer. E se neppure quello funziona allora sarà bene studiare degli approcci diversi.

HAES, the ultimate weapon
Una prima risposta concreta, una strategia innovativa che inizia a dare i suoi frutti si chiama HAES. Un acronimo ormai molto noto al di là dell'Atlantico che sta per Health At Every Size, Salute ad ogni dimensione. HAES sta a cuore alle associazioni per la Libertà Dimensionale, ed il motivo è che rappresenta un potenziale trait d'union tra le istanze libertarie di chi ritiene di non poter delegare a terzi i propri destini, a partire dalla gestione del proprio corpo, e chi spinge perché l'umanità non perda di vista la propria salute.

A parte quanto emerge da studi già citati su queste pagine, il potenziale dirompente dell'approccio HAES sta nel porre l'accettazione di sé e della propria fisicità quale primo passo essenziale per la ricerca di una rinnovata e più vigorosa salute nel suo complesso.

L'idea, cioè, non è sottoporsi a diete per dimagrire o reprimere i propri istinti per cercare di adeguarsi a modelli alimentari quanto invece far tesoro della propria unicità e specificità, utilizzando la serenità che ne consegue in modo produttivo e progressivo, incrementando ad esempio l'esercizio fisico. Un passo importante è abbandonare le tradizionali restrizioni alimentari ri-educandosi ad un approccio col cibo basato sulle proprie reali esigenze, di gusto e di vita. L'idea non è quella di far entrare nelle tabelline OMS sulla Salute corpi troppo straordinari per esservi compresi, quanto semmai di vivere serenamente ciò che si è.

Ancora una volta, dunque, si va scoprendo che è la serenità la chiave della salute, come quella per compiere delle scelte. Lo dico perché la linea del fronte non è l'obesità raccontata dai media né quella che certi dietologi riducono ad una sequenza di numeri, il fronte è tutto sulla percezione che gli obesi hanno di sé e quella che tutti gli altri hanno degli obesi.

Gli obesi che vogliono essere discriminati
Sebbene in queste settimane mi sia trovato più di una volta a discutere con qualche improvvisato profeta del benessere, sono sempre più convinto che ad innescare un cambiamento reale e profondo sull'obesità debbano essere proprio gli obesi e le obese.

Molti di noi sono ancora poco consapevoli della pienezza dei propri diritti, addirittura qualcuno vive con rassegnata sopportazione la discriminazione che subisce giorno dopo giorno, altri arrivano ad accettare persino l'immagine deteriore dell'obeso che viene disseminata sia a livello sociale che professionale. Talvolta, poi, chi ha intenzione o deve sottoporsi ad una chirurgia bariatrica o ad altre prove che richiedono enorme coraggio e sacrificio trova nella stigmatizzazione dell'obeso le energie necessarie a questo scopo. Il proprio percorso mirato a recuperare una salute evidentemente perduta diventa quello che dovrebbe essere il percorso di tutti: si tratta di persone che, spesso, trasformano la propria esperienza così estrema in una critica severa alle modalità precedenti della propria vita, ritenendo che siano quelle di tutti gli altri, e sentendosi quindi nel pieno diritto di criticarle proprio perché "ci sono passate".

Questi sono solo alcuni esempi, naturalmente, di come gli obesi possano far del male a loro stessi e sebbene abbia sempre contestato chi tenti di raggruppare gli obesi e le obese in insiemi coerenti, annichinendone così le infinite diversità, ho la sensazione che i libertari, obesi e non, debbano iniziare a fare quadrato, sostenere la parità dei diritti, combattere la discriminazione e il pregiudizio, educare chi sta loro accanto su cosa sia l'obesità e su quale sia, appunto, la vera linea del fronte. Non che vi sia una vera alternativa, se non quella che conduce ad una sofferenza, personale e sociale, pubblica e privata.

(fonte immagine)

domenica 25 aprile 2010

10 zecche grasse ogni 100 italiani

Permea l'immaginario collettivo e lo condiziona: è il morbo razzista che strangola il dieci per cento degli italiani senza suscitare scandali, travestito com'è da perbenismo, mondato dalla buona fede dei molti che non sanno ancora di avervi aderito. Tanti infatti si avventano sugli obesi perché ritengono di dover fare loro del bene, o di doverli spingere ad essere altro da ciò che sono per una ragione o per un'altra, tutte apparentemente dignitose, persino civili. Ma gli stessi obesi provvedono a farsi del male in molti diversi modi.

La verità è che veniamo da decenni in cui l'attenzione istituzionale e mediatica per l'obesità non ha fatto che crescere. Ma è cresciuta sbilenca, claudicante. Non si è pressoché mai soffermata, infatti, sugli aspetti psicologici che determinano l'obesità, sullo sviluppo dei bambini obesi in una società ostile alla ciccia o sull'impatto talvolta devastante di questa ostilità nell'adolescenza. Non ha mai approfondito le ragioni dell'obesità persistente, la discriminazione nello sport e nella vita sociale, l'atteggiamento razzista di certi medici o di certi stilisti né ha mai messo in discussione l'ideologia salutista che tutto travolge.

Non solo: orde di aziende si sono tuffate sull'affare, traducendo in oro la crescente necessità di molti obesi di sentirsi normali in una società escludente, spesso approfittando di questa debolezza per vendere loro qualsiasi cosa o per infilarli in discutibili talvolta pericolosi programmi di dimagrimento. Migliaia di autori hanno avuto fortuna vendendo libri sulla perdita di peso così come decine e decine sono le diete miracolose spacciate da questo o quello per accalappiare i cicci e i loro soldi. L'industria della dieta, che oggi comprende anche stimabili medici dietologi e non solo improvvisati truffatori, in tutto questo ha anche causato l'errata sensazione che la Scienza oggi sia in grado di far dimagrire chiunque voglia. Poco importa se le storie personali, le medicine che si assumono, la propria genetica e via elencando non consentano a tutti coloro che lo desiderano di dimagrire, né viene in alcun modo pubblicizzato l'altissimo numero di fallimenti degli attuali programmi dietologici (circa il 50 per cento del totale), così come non si approfondisce quale impatto abbia sullo stile di vita dell'obeso, e sui suoi tentativi di dimagrire, l'ostilità che lo circonda.

L'effetto dell'industria di settore e della sua pubblicità è alla base del razzismo di chi si sente libero di consigliare ad un obeso chicchessia di dimagrire, di giudicarlo se non dimagrisce, di classificarlo, fino addirittura ad aggredirlo se non dichiara di voler ricorrere alla chirurgia.

Media, moda, informazione sballata, istituzioni assenti: il risultato di tutto questo è stata fin qui la disseminazione di preconcetti sull'obesità spacciati come verità incontrovertibili, pseudoidee spesso semplificate e persino ridotte a slogan anticiccia di facile presa, senza che la complessità della questione venisse mai riconosciuta. La conseguenza di un tale bombardamento di parte è che i tanti che anche in buonafede si occupano di obesità senza il necessario approfondimento finiscono per far propri luoghi comuni che, col tempo, giustificano giudizi privi di senso ma carichi di conseguenze ai danni delle persone obese. Sono giudizi che pesano sulla loro socialità, sulle loro professioni, cioè sulla loro vita, la loro serenità, la fiducia in se stessi e via peggiorando.

A questo si aggiungono poi gli studi di settore parziali, anche questi privi di qualsiasi approfondimento antropologico reale, che ci mettono il carico da novanta inventando cose come il costo sociale dell'obeso. Alla fine della fiera lo stereotipo dell'obeso descrive un individuo che non sa controllarsi, destinato ad una vita sentimentale risibile o tout court fallimentare, un malato che morirà presto ma non prima di aver dissanguato le casse della Sanità pubblica, un subumano dalla personalità debole divoratore di cibo industriale in un mondo che ancora conosce la Fame, una zecca succhiatutto di cui, quindi, ci si deve liberare.

A fronte di tutto questo è evidentemente difficile meravigliarsi che i ciccioni siano discriminati ed esclusi. E, anzi, potremmo persino finire per vedere come eroi coloro che anziché scagliarsi senza mezze misure contro gli obesi si limitano ad appuntare quelle che ne ritengono le mancanze nelle proprie conversazioni, sui propri giornali o blog, nei propri ambiti sociali. Ma non sono eroi: è proprio qui che si annida il razzismo più pericoloso, quello che vola al di sotto della quota di rilevamento, che arriva all'obiettivo senza che nessuno se ne accorga.

Parliamo infatti di gente che potrebbe tollerare, ad esempio, una Sanità più attenta ai bisogni degli obesi ma solo a patto che questi paghino di più. Gente che ritiene corretto far pagare ad un ciccione due posti su un aeroplano piuttosto che non consentirgli di sedersi in una metropolitana, che parla di prova costume o spettegola sulla differenza dimensionale di due coniugi. Gente, cioè, che semplicemente non ha compreso che la legittimità dell'essere obeso è pari a quella dell'essere bassi o alti; che non sa, non gli hanno detto, che l'umanità non ha una sola forma, ne ha molte, ognuna delle quali portatrice di un mistero e di una straordinarietà che andrebbero abbracciati anziché respinti.

Sono questi, oggi, gli avversari più difficili da battere, ostacoli sulla via dello sviluppo sociale e che neppure sanno di esserlo, perché il loro è un razzismo che non si vede, ammantato di apparente ragionevolezza, giustificato da decenni di mezze verità, plasmato da un immaginario distorto ma condiviso ed è pertanto più socialmente accettato delle tesi di chi lotta per veder riconoscere ad ogni forma dell'umanità i medesimi diritti, senza se e senza ma.

(fonti foto qui e qui)

lunedì 5 ottobre 2009

Obesity Day, un vero peccato


Il 17 per cento degli uomini e il 21 per cento delle donne in Italia è obeso. Questo, oltre a far squillare le trombe dell'Obesity Day del 10 ottobre, dovrebbe far riflettere su quanti milioni di italiani, oggi, vivono una discriminazione sociale profonda dovuta a quello che sono, alla forma delle proprie intimità.

Ben venga l'Obesity Day sponsorizzato da Nestlé se servirà a chi ne ha bisogno di capire e sapere di più sull'obesità, ma è triste pensare che una giornata che viene propagandata come "a favore degli obesi", dimentichi una delle cause maggiori del malessere dei ciccioni, ossia la condanna sociale associata all'obesità, che emargina l'obeso in quei modi e in quelle forme di cui abbiamo tante volte parlato. E' bello che chi organizza l'OD ragioni sulla personalizzazione delle diete e sulle nuove scoperte sul gusto, meno bello è che si dimentichi che l'obesità è un tema assai più complesso di quello riconducibile al peso.

La mia domanda è ovvia: può un Obesity Day trascurare questo fattore di rischio, decisivo soprattutto in età giovanile, ossia la discriminazione? La seconda domanda è altrettanto ovvia: ha senso definire una giornata in quel modo se non si pone al centro la questione della discriminazione, degli effetti sull'autostima, sul benessere e sulla vitalità delle persone obese ed anzi di questo non si parla affatto? Davvero tutta la vicenda obesità può essere ricondotta ad un elenco di ASL e ospedali dove si "trattano" gli obesi?

Mi chiedo, anche, se il futuro che vogliamo è il nostro presente, quello di una società capace di condannare collettivamente, emarginare e discriminare chi abbia una forma non aderente a standard mediatici o clinici. Tutto qui. Per il resto, buon Obesity Day, se è questo che volete.

ps. allego qui sotto il Comunicato Stampa inviato ad agenzie e mezzi di informazione in queste ore da questo blog, ripubblicato poco fa su AdnKronos a questo indirizzo, cosa di cui ringraziamo, sebbene risulti incomprensibile la soppressione della URL di questo blog. Ma ecco il testo:

Obesity Day, un'occasione sprecata?

L'importante iniziativa dell'Obesity Day nasce purtroppo zoppa, in quanto affronta i soli aspetti clinici dell'obesità lasciando al di fuori dell'evento la problematica della discriminazione.
L'emarginazione dell'obeso fin dall'età giovanile rappresenta uno dei maggiori fattori di rischio sia per il consolidamento di una obesità infantile o adolescienziale anche in età adulta sia per il benessere complessivo e lo sviluppo della persona.
E' quindi un vero peccato che in questa occasione nonostante sponsor importanti non si sia riusciti ad organizzare eventi specifici rivolti non solo al pubblico obeso ma al pubblico nel suo complesso, spesso causa prima dell'emarginazione sociale dell'obeso.

(fonte immagine)

sabato 5 settembre 2009

Tutti gli obesi sono uguali, ma le donne sono più uguali degli altri

E' uno dei grandi paradossi della discriminazione sociale ai danni degli obesi. E' la maggiore discriminazione subita dalle donne obese, talvolta messe all'angolo e allontanate persino da uomini altrettanto obesi. L'ultima notizia in questo senso, se così si può chiamare, è una stringatissima nota dal Bahrein (fonte: Apcom), dove parrebbe essere l'obesità delle donne uno dei più comuni motivi di divorzio, in un paese dove pure tutt'altro che trascurabile è l'obesità maschile.

La verità è che persino chi vive la discriminazione tutta una vita spesso fatica a vederne l'ingiustizia, la follia, fatica persino a vedere come proprio nell'emarginazione e nella discriminazione risieda almeno in parte l'origine di quella che una persona del genere vive come una malattia, ossia il proprio peso, la propria forma. Il senso di disgusto per gli obesi, e ancor più per le donne obese, tende a radicarsi non solo negli umani di formato standard ma anche negli obesi stessi. Se servisse, è questa la maggiore delle evidenze dei danni sociali causati dalla sistematica marginalizzazione dell'obeso e della sua individualità.

Anche per questo è faticoso il lavoro di chi si batte contro la discriminazione: così come molte donne hanno dovuto imparare negli ultimi 40 anni a rivendicare i propri diritti schiacciati dalla prevaricazione politica e sociale degli uomini, e alcune ancora stentano a farlo, oggi ci troviamo con una stragrande maggioranza di obesi abituati ad essere emarginati, così tanto da ritenerla una condizione ovvia, persino inevitabile. E' per loro difficile parlare di pari diritti perché il solo fatto di non accusare l'obesità di ogni male viene vista come una cessione delle armi dinanzi alla loro battaglia contro i propri disturbi dell'alimentazione. Una guerra così intima e totalizzante da non ammettere distrazioni, nemmeno se costituite dalla lotta contro ciò che più gli e le fa soffrire, ossia l'emarginazione (sociale, professionale, sessuale).



Da tutto questo emerge chiarissimo il dramma che vive oggi l'obeso, e ancor più l'obesa, un dramma tanto profondo e che ha origini spesso già nell'infanzia da impedire una più alta riflessione su temi come accettazione, diversità e pari diritti.

Riscoprire queste consapevolezze, e niente di meno, dev'essere il compito di chi davvero tiene ad una società più giusta ed equa, dalle pari possibilità, in cui ogni individuo abbia il diritto, e soprattutto la possibilità, di perseguire la felicità.

(fonti immagini qui e qui).

lunedì 19 gennaio 2009

No, i diritti non sono negoziabili

Nel leggere alcune risposte ai post precedenti viene da chiedersi fin dove si possa spingere l'approccio violento all'obesità, quell'approccio che trasforma una condizione specifica di una persona qualunque (l'essere obeso) in una comoda via per emarginare quella stessa persona potendo spesso peraltro contare sulla non riflettuta "complicità" di terzi.

Layla segnalava un caso di cronaca, l'ennesimo, da dove emerge come in Italia persino in un ambiente ospedaliero l'obeso sia talvolta (spesso?) un individuo dimininuito, con un minore accesso ai diritti della persona. Un caso plateale che, al di là dei dettagli della vicenda, non fa altro che testimoniare come il pregiudizio antiobeso sia diffuso ovunque. Ad opporvisi sono singoli individui che, vuoi per storia personale o per diretta conoscenza/amicizia di e con persone sovrappeso sono anche consapevoli dell'aggressione sociale di cui sono vittime.

La conoscenza di obesi e obese è infatti la sola cosa che spesso, e non sempre, differenzia chi discrimina in base alla ciccia e chi invece in un ciccione vede prima di tutto una persona, così come in un individuo di colore o in uno col naso grosso. Frequentare obesi può contribuire evidentemente a far crollare in molti il pregiudizio coltivato da industrie multimiliardarie e massmedia.

Come insegna la storia segnalata da Layla e centomila altri episodi in cui gli obesi si imbattono nel corso della propria vita, una delle verità più difficili da mandar giù per i ciccioni è che il rispetto dei propri diritti di individuo non sia ciò che è per gli altri, che laddove per una persona non obesa sarebbe naturale ricevere un certo trattamento, quel trattamento ad un obeso può essere negato, e viene anzi fornito solo dinanzi a proteste, e talvolta ad azioni legali in piena regola.

E' difficile imparare a difendere i propri diritti e il proprio status di individuo, anzi la pressione sociale castrante è così pronunciata che spesso si viene indotti a non rivendicarli, spinti invece a rinunciare e accettare il killeraggio di chi vorrebbe che l'obeso o l'obesa non partecipassero alle attività sociali. Eppure difendersi è fondamentale, perché farlo, con tutti i mezzi legali a disposizione, significa dare una chance agli altri obesi di non incorrere in quella stessa discriminazione, e a chi ha compiuto quella discriminazione di riflettere sui paraocchi che si è lasciato o lasciata mettere addosso.

La legge scritta sancisce una parità tra le persone, e non ammette discriminazioni sulla base della forma del proprio corpo, è necessario però non rinunciare mai a questa parità, e anzi difenderla ad ogni costo, perché si trasformi in un sentire condiviso. Abbattere certi pregiudizi significa prima di tutto comprendere che i propri diritti di individuo non sono mai negoziabili, né è legittimo rinunciarvi. Obesi o non obesi - come si vede - poco importa.

lunedì 12 gennaio 2009

L'obesità non è un mostro

Scindere gli aspetti sociali e psicologici da quelli prettamente clinici quando si parla di obesità è difficilissimo, come dimostrano anche alcuni commenti ai post precedenti. Eppure è proprio questo lo sforzo culturale che questo blog si è proposto di compiere, un tentativo di trasmettere esperienze, quelle secondo cui oggi il problema obesità non riguarda solo ciccione e ciccioni.

A tutti è capitato di parlare di obesità, che si sia obesi o meno, con una discussione inevitabilmente finita a parlare di dieta o, nei casi più rilevanti, persino di chirurgia e via dicendo. Di rado, invece, ci si ferma sui diritti della persona. Se è senz'altro auspicabile che chi sta male agisca al suo meglio per stare meglio, è altrettanto auspicabile che chi è obeso abbia il diritto di agire come meglio crede, e di non essere discriminato per scelte che non riguardano nessuno se non lui o lei.

Non solo non ho alcuna voglia di addentrarmi in particolari clinici quando parlo con un obeso, a meno che non sia lui o lei a chiederlo, ma lo trovo anche assai invasivo. Non chiederei mai ad una persona con cui non ho una particolare vicinanza o affettività di relazionarmi sul suo status medico, tanto più se sta bene, come capita a molti obesi, né oserei mettere in dubbio le sue scelte di vita, soprattutto su questioni così intime, ossia che riguardano non solo il suo aspetto fisico ma la sua intera personalità, che ne determinano gli aspetti caratteriali e che dalla sua particolare psicologia sono determinati.

Ciò che invece accade è che la complessità dell'individuo viene ridotta ad una semplice categorizzazione. L'obeso viene percepito come malato prima che come individuo, e la sua caratteristica personalità è talmente poco compresa che ci si sente in diritto di elargire facili consigli, vuoi perché si ignorano le molte diverse cause possibili dell'obesità, solo una delle quali riconducibile ad una scelta, vuoi perché si è sospinti da media e fenomeni cultural-commerciali che hanno fatto della ciccia il nemico da abbattere, spauracchio utile ad imporre standard e moltiplicare i fatturati.



Sia come sia, ci troviamo oggi in una società che soffre di due gravi malattie. La prima è la scarsa propensione a comprendere e accettare la diversità in tutte le sue forme, e a riconoscere nelle diverse scelte di vita il compimento della personalità degli individui quale frutto delle loro scelte individuali (ossia a riconoscerle come espressione della libertà di sviluppo della persona). La seconda è la trasformazione di questa scarsa conoscenza in comportamenti superficiali e aggressioni dirette o indirette allo status di individuo di chi non si conforma agli standard di riferimento, con una morbosità francamente inaccettabile, che si spinge persino a voler determinare comportamenti dell'obeso e a banalizzare tutto ciò che lui o lei vive e rappresenta. E' questa la base della emarginazione dell'obeso, è da qui che inizia la sottrazione dei diritti.

Spero che questa riflessione sia utile per sfuggire alla tentazione del consiglio non richiesto ("dimagrisci no?") ed accedere al riconoscimento dell'alterità e della diversità, e dei pari diritti.

Un abbraccio a tutti, e grazie per il dibattito che insieme stiamo costruendo!

Paolo

venerdì 9 gennaio 2009

Le origini della discriminazione

E' un post non recentissimo ma, grazie anche ai molti riferimenti bibliografici, riassume in modo efficace alcuni degli aspetti centrali del problema discriminazione. Come dimostra il post precedente di questo blog è ancora molto difficile spiegare a chi non le vive le molte forme della discriminazione, addirittura tentare di farlo viene interpretato come vittimismo.

Qui sotto le Conclusioni dell'articolo, ma invito a leggerlo tutto


La revisione della letteratura sul pregiudizio nei confronti delle persone obese indica chiaramente che esso è presente nel lavoro, a scuola, negli ambienti sanitari e tra i pari. Il pregiudizio può portare l’individuo obeso a sviluppare problemi psicologici (es. scarsa sicurezza di sé, disturbi dell’immagine corporea), interpersonali (isolamento, difficoltà a trovare un partner), di salute (minore richiesta di visite mediche per paura di essere giudicati) e lavorativi (difficoltà a trovare un lavoro).

Il pregiudizio verso le persone obese può avere diverse origini:

Le persone soprappeso sono ritenute avere diverse caratteristiche negative come:pigrizia, mancanza di controllo, umore instabile, scarsa igiene personale.
Le persone obese sono considerate responsabili della loro condizione e che un corpo imperfetto riflette una persona imperfetta
Le idee negative derivate dagli stereotipi sono spesso accettate

È necessario trovare un modo per contrastare queste attitudini negative ed aiutare le persone affette da obesità ad essere pienamente accettate nella nostra società.
È importante capire come la crescita dell’obesità porterà più o meno discriminazione. Stunkard e Latner (2000) sostengono che il pregiudizio è aumentato nelle ultime decadi, mentre qualcuno potrebbe anche supporre che l’aumento dell’obesità porterà ad una diminuzione dei bias sociali (in quanto più persone ne saranno vittime).

Bisogna capire meglio come e in che occasioni questi pregiudizi si formano così da comprendere la struttura della stigmatizzazione verso l’obesità. Le aree di vita indagate, in cui si verificano queste discriminazioni, le origini sociali e psicologiche devono essere studiate meglio così come devono essere chiarite le conseguenze e, soprattutto, come educare le future generazioni a non sviluppare atteggiamenti pregiudiziali nei confronti delle persone affette da obesità.

Infine, dal momento che la maggior parte degli studi citati in questo articolo hanno indagato il pregiudizio nei confronti delle persone obese nei Paesi anglosassoni, è necessario, per avere una migliore comprensione del fenomeno, iniziare a studiare il problema anche in Italia.