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martedì 7 gennaio 2014

Nuda con lei sotto la pioggia, grassa e perfetta



L'eccezionale sensibilità di una ragazza quindicenne, normopeso, ha prodotto un post così carico di poesia e calore umano, così potente nell'annichilire la discriminazione con un gesto, che non posso trattenermi dal pubblicarlo qui:
Oggi è tornata a casa piangendo. Non mi ha detto subito perché. È corsa subito in camera senza mangiare e senza dire una parola. Eppure mi confida sempre tutto. Ma alla fine tutti cedono,anche i più forti, e si è confidata. Le hanno detto che è grassa. Che è inutile. Che è solo un aborto mancato. Piangeva senza fermarsi. Aveva il volto di chi è sempre stata zitta, gli occhi che chiedevano aiuto e il sorriso ormai spento. Non sapevo che fare. Io ero una sola, loro erano in cento. Non sarebbe servito a niente consolarla, a dirle che andava tutto bene. Avrei mentito. Non andava tutto bene e si vedeva dalle pillole sul comodino, dal suo vomitare, dallo sguardo che aveva sempre avuto per quelle ragazze stupende che si vedevano in giro, dalla lametta sempre insanguinata in bagno.

Le dissi che la vera bellezza era quella interiore e lei mi ha creduto. Ci ha provato. Ha provato a illudersi. Ma le illusioni sono destinate a sparire. Alla fine ha iniziato a piovere. Il cielo ha iniziato a piangere con lei. È corsa fuori a gridare la sua rabbia al mondo, nella speranza che questo la sentisse. La pioggia aveva coperto le sue lacrime. Allora mi sono spogliata e sono andata fuori. Tutti mi guardavano,chi male,chi con stupore. Sembravano stupiti che la pioggia bagnasse anche me,una ragazza magra. Lei mi ha chiesto perché lo facevo, implorandomi di rivestirmi. Avrei preso una polmonite, ma lo sapevi bene. Volevo solo sentirmi come lei, con gli occhi puntati addosso, voci di serpi in sottofondo e insulti continui. Volevo farle vedere che non era colpa sua. Volevo farle vedere che quanto cazzo era bella coi suoi chili in più in quel momento. Volevo farle vedere quanto era perfetta rispetto a me che ero nuda,così tanto da mostrare tutti i difetti di quell’inutile e fottutissima magrezza.
(il post originale)
(fonte foto)

martedì 24 dicembre 2013

A Natale sii buono con ciccione e ciccioni



Ecco, ci siamo, l'ora ipsilon è arrivata, Natale è domani ma già da oggi tu che mi leggi, tu che sei normopeso, puoi cominciare ad essere più buono, gentile e consapevole con i tuoi familiari, amici e conoscenti obesi. Come? Niente di più facile, seguimi:

1. Sono grassa, e lo so io meglio di te
Se c'è una cosa che io so è come è fatto il mio corpo. Tu magari non mi hai vista nuda ma io sì, e di certo anche a te sarà capitato di andare da un medico. Inoltre, poiché sono in effetti cicciona e non da ieri, perché non ci si diventa in un giorno solo, puoi star sicuro che ci sarà qualcuno, magari moltissimi, che me lo hanno fatto notare.
So che dicendomi Ma no! Tu non sei grassa! pensi di farmi un piacere, in realtà quello che mi stai dicendo è che se fossi grassa farei schifo. Quindi mi stai dicendo che sono tutte quelle cose che comunemente associ all'obesità (pigra, compulsiva, senza speranza), e che insomma faccio schifo. Riflettici ok?

2. No, non sono a dieta
Lo so lo so, da quando sei nato/a ti dicono tutti dappertutto che se metti su qualche chilo devi dimagrire e che per dimagrire devi fare una dieta. Lo hanno ripetuto tutti, addirittura intorno alle diete si è sviluppata la più impressionante filiera di business mai nata intorno al corpo degli uomini, anche, e delle donne, soprattutto.
Ma le diete fanno male e fanno ingrassare, oltre al fatto che non ci sono quasi evidenze che dimagrire migliori effettivamente la salute, tanto che ormai il discorso si è spostato sull'attività cardiovascolare, sulla "fitness", che non conosce taglie.
Ma, sia come sia, come persona cicciona puoi essere certo/a che ho ricevuto consigli dietologici da chiunque nella mia vita, anche non richiesti (soprattutto). Puoi essere certo/a che abbia vagliato a lungo la faccenda. E so che se mi mettessi a dieta forse stavolta morirei. Per quello ho adottato l'approccio HAES, per quello intendo prima di tutto star bene. Ma, soprattutto, sono fatti miei. Non ti avvicinare a Natale per criticarmi se ho preso una fetta di Pandoro, o per sorridermi con compiacenza. Sii buono/a, pensa alla tua salute e lascia a me la mia, ok?

3. Non pensare che io mi detesti
Non è che perché sono grassa passo il mio tempo a criticare come sono fatta. Sì, è possibile che abbia passato dei momenti grigi, e sicuramente non mi è mancato chi mi ha fatto notare che non rispetto gli standard sociali dei normoforma e che una figura come la mia non è apprezzata da certi stilisti. Puoi star sicuro che non ho avuto vita facile. Però sai a me piace vivere, mi piace sorridere al sole e respirare a pieni polmoni, mi piace camminare e giocare, scrivere e leggere, e sono tutte cose che il mio corpo mi consente di fare. Io adoro il mio corpo, ne sono innamorata.
Se ci riesci, non ti avvicinare a me con quel tuo fare preoccupato per dirmi che tu, che sei normopeso, ti fai schifo per due grammi di pancetta in più di quello che vorresti. So che vorresti sodalizzare, ma io sono su un altro pianeta, e quello che stai facendo è dirmi che io dovrei sentirmi malissimo per come sono fatta. Non è così. Rassegnati. E riflettici, ok?

4. Sei sicuro/a che ti puoi lamentare?
Fallo pure. Ma magari aspetta che mi sfoghi io. Soprattutto se siamo andate/i insieme a guardare un po' di vetrine, magari a provare qualche abito. No, dico, ti sei accorta di quanta scelta hai tu e di quanta ne ho io? Hai mica notato che per te c'è un intero magazzino e per me un piccolo angolo di vestiti "speciali" a doppio del prezzo e metà del colore? Un pugno di vestiti da suora (con tutto il rispetto per le suore) che non rientrano proprio nel mio gusto. Quindi ok, vieni qui, lamentati pure del fatto che quella camicetta costa troppo. Ti ascolterò. Ma prima ascolta me quando mi arrabbio perché mi hai portato in un posto che non rispetta quello che sono. E alla fine dei giochi, visto come stanno le cose, sei sicura di star bene qui?

(fonte foto)





mercoledì 18 dicembre 2013

Mangi e come mangi Quando Grassa?



Mangiare in pubblico non è solo mangiare se non sei normopeso. E' Mangiare Quando Grassi.

MQG significa analizzare approfonditamente il buffet ad un party, sapendo che gli altri ti guardano, odiando il fatto che la cosa abbia rilevanza ma sapendo che ce l'ha. Scegli l'antipastino di sedano perché ti piace o perché già sai come ti guarderanno le persone se afferri i biscotti? Perché, ovviamente, sei tremenda, pigra e terribile se scegli i biscotti.

MQG significa allontanarsi dal buffet, per non ricevere consigli non richiesti sul tuo cibo, e non mangiare vicino ai piatti di portata. Altri possono star lì, magari attardarsi in cucina perché è là che c'è la conversazione e la socializzazione. Ma non tu, perché tu stai Mangiando Quando Grassa, e stare vicino ai buffet e sgranocchiare tutto senza pensarci è chiaramente quello che ti ha reso grassa.

MQG significa dover sopportare l'inevitabile appunto di qualcuno che vuole congratularsi per la scelta del sedano, o perché hai preso una insalata, o magari per aver evitato i dessert o qualunque cosa tu abbia fatto che la società dice che ti renderà magicamente magra. Perché, è ovvio, tu sei a dieta. Non può essere che tu normalmente mangi così, altrimenti non saresti grassa no?

MQG significa chiedersi se spiegare l'universo a chi commenta le tue scelte di cibo o limitarsi a bofonchiare un grazie sperando che la cosa finisca là. Perché, ovviamente, quella persona è gentile. E dovresti accogliere con gratitudine le sue congratulazioni.

MQG significa doversi sorbire chi ti vuole aiutare suggerendo di contare le tue calorie con una nuova bellissima app per il tuo smartphone e sai io ci ho già perso cinque chili e bla bla bla. Significa chiedersi se gli dirai o meno che sì, tu già SAI quali sono le calorie di quasi ogni cosa. Perché già hai passato anni della tua vita tentando di non essere grassa, facendo dieta e riprendendo il peso, facendo esercizio e ingrassando comunque, rimandando tutto, dallo sposarti a visitare un medico, fino a quando non fossi dimagrita. Non dici nulla. Perché ovviamente una dieta non l'hai mai fatta, se l'avessi fatta - ovvio no? - saresti magra.

MQG significa dover combattere con l'ansia, perché temi quelli sguardi e quei commenti ancora prima di andare ad una festa o ad una cena o ad un evento. Significa tentare di non cadere nella trappola del dieta-pensiero, perché le diete non funzionano. Sarai ancora grassa, ma con in più l'effetto di sentirti un fallimento. Per l'ennesima volta.

A quel punto fai un respiro profondo e tenti di riportare alla realtà i tuoi pensieri. Perché la tua salute dipende anche dall'esercizio mentale di reagire e osare sfidare il Mondo con la tua dimensionalità.

E tutto questo perché non è ovvio ciò che dovrebbe esserlo: Mangiare Quando Grassi è solo mangiare. Forse il Mondo potrebbe farsi il favore di rendersene conto.

(via Shakesville)
(fonte foto)

martedì 10 dicembre 2013

Lo psichiatra: l'obeso, poverino, è un depresso



Non so se il mio commento un po' tranchant apparirà mai in fondo a questa pagina, ma non ho potuto evitare di esternare il mio disappunto per l'ennesimo intervento all'italiana sull'obesità appena apparso su web. Riciccia, è proprio il caso di dirlo, il profilo dell'obeso ansioso e depresso, idee vecchie ma alla base dei più comuni fenomeni di discriminazione a cui sono sottoposti cicce e cicce. Il motivo è evidente, come si può vedere leggendo l'intervista: l'obesità è considerata una malattia e dunque l'obeso non è che un malato. Dell'individuo, della sua identità e della sua complessità, non c'è traccia. Figurarsi del suo possibile benessere rimandato eventualmente ad una peraltro improbabile perdita ponderale.

A parlare sulle pagine del Centro Medico Specialistico Orio è il dott. Ferdinando Pellegrino, psichiatra e psicoterapeuta. Ecco l'intervista:
Dottore, spesso nella cura dell’obesità l’aspetto psicologico viene trascurato. Quanto conta invece?
"Il rapporto con il cibo è legato alla natura dei rapporti affettivi primordiali; l’allattamento al seno, l’essere nutriti e curati dalle figure genitoriali, in primis dalla madre, costituisce la base della “nutrizione affettiva”. Si cresce sicuri e determinati quando le relazioni affettive primordiali sono state forti. Il senso di sicurezza dell’uomo (attaccamento sicuro) è infatti legato alla qualità delle cure che abbiamo ricevuto da piccoli e che continuamente rafforziamo grazie alle relazioni che costruiamo nel corso della vita. Nel cibo riponniamo quindi i nostri affetti, le ansie, le preoccupazioni, la gioia,la sofferenza, la rabbia... tutte emozioni che possono in qualasiasi momento rendere difficile e conflittuale il nostro rapporto con il cibo.
Per tali motivi gli aspetti psicologici nell’obesità fanno parte integrante del quadro clinico".

Ci sono disturbi psichici specifici associati all’obesità?
"Sicuramente l’ansia e la depressione sono disturbi che si riscontrano con maggiore frequenza nei soggetti obesi; tuttavia non è tanto la presenza di disturbi psichici che appare importante quanto la presenza di peculiari tratti di personalità (l’essere cioè fatti in un certo modo) che sono difficili da identificare e trattare. Ad esempio avere una personalità dipendente (dipendenza affettiva) può costituire un importante fattore che favorisce l’obesità e rende difficile un percorso nutrizionale appropriato".

Si può affermare un legame stretto tra mancanza di autostima e malattia dell’obesità?
“Certamente l’autostima è determinante. Non avere una buona base sicura ci espone al “lasciarsi andare”. La mancanza di autostima ci rende più vulnerabili, più indecisi, meno forti, si ha meno rispetto di se stessi e ciò comporta il mettere in essere comportamenti disfunzionali, come l’alimentazione scorretta. Viceversa il rafforzamento dell’autostima diventa importante per riprendere il controllo di se stessi e della propria vita”.

Capita spesso di vedere percorsi riusciti di dimagrimento associati a percorsi di psicoterapia. L’atteggiamento psicologico del paziente è la chiave per mantenere risultati duraturi?
"Sicuramente. La psicoterapia aiuta il rafforzamento della propria identità, dà sicurezza ed infonde coraggio. Il ritrovare se stessi, il proprio senso di identità, consente al soggetto di guardare al futuro con maggiore serenità e di affrontarlo con coraggio. La psicoterapia in questi casi è focalizzato al rafforzamento dell’autostima e dell’autoefficacia".
Credo sia da premiare il tentativo di integrare un approccio psicologico a tutto tondo nell'affrontare le difficoltà di quella parte di donne e uomini obesi che si sentono in difficoltà, in fondo viviamo in un paese in cui un obeso o una obesa che si rivolgano al proprio medico perché vogliono perdere peso si ritrovano con una dieta prestampata in mano. E mi sento anche di usare questa occasione per spezzare una lancia a favore della psicoterapia: parlare con un professionista capace, avere l'opportunità di farlo nonostante i costi spesso elevatissimi, è un'esperienza utile, interessante e intellettualmente gratificante. Dall'intervista, però, emerge come l'obesità sia ancora vista da molti esperti come malattia che delinea la personalità del soggetto, e che dunque l'individuo obeso è malato in quanto tale. Una visione che di certo inquadra un certo numero di obesi, come anche di normopeso, ma che non rende giustizia ai tanti che vivono serenamente la propria condizione fisica e la vivrebbero ancor meglio se non fossero circondati, assediati, dal pregiudizio.

Dalle parole del luminare intervistato, emerge un mondo oscuro di cicci che da piccoli sono stati scarsamente amati, che per questo hanno sviluppato dei disordini alimentari finendo per cadere vittime di ansia e depressione, dipendenza affettiva e mancanza di autostima. L'eventuale intervento di genetica, adenovirus, batteri intestinali e interruttori proteici non sembra trovare spazi.

Va da sé che l'attribuzione di questi tratti psicologici come tipici o maggioritari tra gli obesi rispetto ai normoforma pur espressi in buona fede di certo rappresenti ulteriore carburante alla discriminazione contro i ciccioni. Porta avanti l'idea di un individuo dimezzato incapace di decidere per sé, preda delle sue deficienze affettive. Descrive come perdente e malata l'identità dell'obeso rispetto a quella dei normopeso, e quell'insieme di fisicità, intimità, rapporti con gli altri è una complessità che viene ridotta ad una rispettosa ricettina di speranze terapeutiche.

Dispiace, e molto, vedere come nel 2013 possa ancora venire pubblicata qui da noi una intervista sull'approccio psicologico all'obesità che non prende in alcuna considerazione lo stigma sociale che pesa sugli obesi e sulle obese di questo paese. E che capovolge la realtà dell'esistenza: curare l'obesità per curare la psiche dell'obeso anziché comprendere la complessità dell'individuo e consentirgli di esprimersi alla pari nella società è una delle bestialità sociali che ci portiamo dietro da decenni, già ampiamente criticate in paesi più evoluti, dove la Size Acceptance è ormai al centro del dibattito dimensionale.
(update: i miei commenti in fondo all'intervista sono stati correttamente pubblicati, un grazie al personale che gestisce il sito per la correttezza intellettuale).

(fonte immagine)

sabato 7 dicembre 2013

Siete grassi e ve ne lamentate pure?



"Se passaste anche solo metà del tempo in cui vi lamentate di come siete incompresi a fare esercizio il problema non ci sarebbe. E invece state qui a parlare parlare parlare. Come se la cosa riguardasse solo voi. Che fate fuori molte più risorse dei normopeso. Voi che rimanete grassi non per la genetica, no signori, ma perché non riuscite a badare a voi stessi. Voi controllate la vostra vita, non c'è una bacchetta magica che vi dimagrisca. Studiate quali cibi mangiate che vi fanno male, usate Internet! Se vi sforzate sarete più in salute e tutti noi non avremo più questo problema - G."

Questo lungo messaggio ho dovuto tagliarlo nelle parti in cui trascendevi, caro G., perché sono pronto a rispondere a tutto ma poco interessato a rispondere agli insulti. Ho quindi conservato le parti che mi sembrano in qualche modo utili da proporre su queste pagine. Fammi partire dalla genetica. E' vero, non tutto è attribuibile alla genetica. Ma sono più di 250, duecentocinquanta, i geni che in un modo o nell'altro hanno a che vedere con l'intake alimentare, e con l'obesità. Parliamo di meccanismi che regolano il senso di sazietà o l'appetito, di proteine e di recettori cerebrali. A cui possiamo aggiungere molto altro, come i batteri simbiotici nell'intestino, e via dicendo. A te sembra che esista una verità assoluta: se uno è grasso è perché non sa prendersi cura di sé. Ecco, lo dici perché ne sai poco o nulla, e non hai studiato.

Il tuo è il più diffuso pregiudizio sul pianeta relativo ai ciccioni. Bombardato come sei probabilmente da molti anni da pubblicità di prodotti dimagranti, diete e alghe risolutive, abituato a fruire di media nei quali le figure di successo sono quasi esclusivamente normopeso o sottopeso, la tua capacità di valutare la realtà è danneggiata. Tu davvero credi che essere obesi, o rimanere tali, sia sempre una scelta. Sebbene per alcuni lo sia, esiste un intero mondo di cicciofili, per la stragrande maggioranza degli obesi la propria condizione rappresenta una difficoltà. Ma essere obesi non definisce una persona, ed un obeso può essere tale e, contestualmente, essere un genitore eccezionale, una persona felice, attiva socialmente, professionalmente appagata. Può anche essere qualcuno che dà lavoro a tanti come te, che vivono di pregiudizi, e che magari paga molte più tasse di te. Il punto è che non puoi saperlo. Non può dirlo nessuno. L'essere obesi non è infatti una dichiarazione sociale, è invece uno stato dell'esistenza e una componente essenziale dell'identità di un individuo, è cosa molto intima che non può riguardare altri da sé.

"L'obeso non si controlla". Anche questa è una bestialità che gira talmente tanto da essersi infilata nel dna persino dei più attenti normopeso, tanto che ad esempio per un ciccio o una ciccia è assai più difficile di un tempo, oggi, trovare un impiego. Ed è, come avrai ormai capito, un luogo comune destituito di fondamento. Potremmo parlare delle cause genetiche, ambientali e psicologiche legate all'obesità, ma non ne usciremo mai se continueremo a ridurre la complessità dell'individuo ad uno slogan da yogurt.

"Non avremo più questo problema". Dimenticatelo, G.. Sebbene sia auspicabile che un giorno la scienza consenta a tutti di trovare un equilibrio psicofisico capace di affrontare in modo complesso la propria situazione genetica e ambientale e di trovare le migliori risposte a questa in termini di salute, la via è ancora lunga. Molto lunga. Quello che c'è oggi è un grosso problema. Che non è essere obesi, perché questo è eventualmente un problema dei singoli individui, molto personale e insondabile dall'esterno, ma come gli obesi vengono percepiti e il diritto che tu e quelli come te credete di avere di giudicare una persona intera dalla propria forma e di applicare su queste basi una superiorità morale. Questo è il problema, questo è il più grosso ostacolo sulla via della felicità degli individui. Sei tu e la tua ignoranza.

Spero tu rifletta su tutto questo e che la prossima volta, prima di esprimere odio, avrai il buon gusto di studiare.

(fonte immagine)

venerdì 29 novembre 2013

Bimbi e obesità, le radici dell'odio



Girarci intorno senza affrontare il problema è lo sport nazionale. Ma la verità con cui gli adulti dovrebbero fare i conti è che se un bambino sviluppa un'avversione per la natura di un altro bambino non è mai un caso. La sua antipatia, il suo odio, lo ha appreso dai media, dalla tv, dalla pubblicità, ma anche e soprattutto da coloro in cui ha fiducia, da chi lo circonda.

Ci sono molti modi per imparare a disprezzare i cicci e le cicce. Basta ascoltare due adulti che parlano di un bambino, o di un adulto, che non è normoforma. Basta ascoltarli mentre attribuiscono a questa diversa dimensionalità un mondo di negatività: guarda quello, è obeso. E' un pigro, uno che mangia sempre, hai visto quei panini?, non fa sport e non socializza con nessuno, insomma è uno sfigato. Il bambino normopeso, spinto per la sua natura a cercare l'accettazione degli altri, capace di comprendere solo in modo essenziale le parole degli adulti, capace però di ascoltarle assai meglio di quanto molti adulti suppongano, integra nella sua identità la medesima diffidenza e avversione per i suoi coetanei obesi e si prepara così a discriminare chi ha davanti in base al peso.

Non mancano gli adulti che cerchino di instillare nel bambino ciccione sensi di colpa nella speranza che si dia da fare per "diventare normale". E che magari lo facciano davanti ad altri bambini. In famiglia, a scuola. Ed ecco che con poche frasi il bimbo ciccione non solo si ritrova stigmatizzato dagli adulti, ma anche circondato da coetanei che apprendono come lui stia crescendo in modo sbagliato, come non si dia da fare abbastanza per controllare il suo peso, come questo rappresenti un forte elemento negativo.

Siamo ormai alla fine del 2013. Il movimento internazionale per la Libertà Dimensionale da anni diffonde le esperienze di cicci e cicce di mezzo mondo. Con questo movimento si allineano decine di ricerche scientifiche, di studi statistici. Tutto indica con assoluta chiarezza che il cosiddetto "fat shaming", ossia creare un senso di colpa nell'obeso per quello che è non solo peggiora il suo problema specifico, in nessun caso infatti lo aiuta a dimagrire se anche questa è la strada che vuole intraprendere, ma rende molto più ostile tutto il mondo che lo circonda.

Ciò che deve preoccupare gli adulti non è l'obesità dei propri figli ma il fatto che generazioni di bambini già da giovanissimi siano intrisi dell'avversione ignorante degli adulti per gli obesi, che abbiano cioè già associato a chi non rientra nella normoforma una serie di difetti, e persino appreso che dare addosso al ciccione è uno sport sostanzialmente condiviso dagli adulti.

Inutile sottolineare le conseguenze sociali dell'odio. Più utile, forse, richiedere agli adulti una assunzione di responsabilità. Prima di tutto a capire che lo stigma sociale danneggia enormemente il bambino ciccione e gli rende assai più difficile integrarsi socialmente, con conseguenze devastanti sulla sua personalità. In secondo luogo, che sull'obesità abbiamo tutti vissuto decenni di menzogne e scarsa informazione, abbiamo creduto tutti che bastasse una dieta, abbiamo davvero pensato che il bisturi potesse risolvere, abbiamo creduto sinceramente che fosse tutta una questione di forza di volontà. Ora noi adulti non abbiamo più scuse, ora sappiamo che l'obesità è una questione complessa. Ci rimane da capire che è uno stato dell'esistenza, che fa parte della personalità fin da bambini, che non è un buon motivo per consentire che l'infanzia e l'adolescenza di milioni di ragazzini diventi un inferno. Né che i più piccoli crescano odiando schiere intere di persone per come appaiono fisicamente.

Ancora una volta: quando impararemo a rispettare i più piccoli?

(fonte immagine)

mercoledì 20 novembre 2013

Ciccioni schifosi, la smettessero di ingozzarsi

Quante volte lo abbiamo sentito dire: "Sei grasso, mangia meno, deficiente". Ed è uno dei più tragici pregiudizi che pesano sulla testa di cicce e cicci: se sei grasso e obeso è perché ti ingozzi. Perché è ovvio: se sei obeso è perché sei pigro, non ti sai controllare, non hai forza di volontà. E' una bestialità medievale per chiunque abbia studiato anche solo minimamente la questione obesità, eppure è la più diffusa battuta in circolazione, che alimenta la discriminazione come nessun'altra. Ecco perché mi sembra utile pubblicare una pagina che può essere data in pasto a chiunque dovesse apostrofarvi con l'ennesima banalità.

Ecco dunque il bellissimo articolo di Denise Cummins, psicologa e scrittrice americana, impegnata a rispondere ad un altro psicologo, dott. Miller, secondo cui, appunto, gli obesi dovrebbero smetterla di mangiare e di lamentarsi.

"L'idea del dott. Miller non è solo invasiva ma anche riassume la più popolare credenza sull'obesità, ovvero che sia causata dalla golosità, dalla pigrizia e dalla mancanza di auto-controllo. Si poteva forse accettare in passato una dichiarazione come quella di Miller. Ma oggi, nel 21esimo secolo, sappiamo così tanto in più sulla complessità dei processi biologici che sottostanno allo sviluppo dell'obesità. E questo tipo di bigottismo non può più essere scusato.

1 - Come una persona magra vede l'obesità.
Per molti di noi l'obesità non è nemmeno una questione. Quando la bilancia inizia a salire, tagliamo l'introito di cibo e aumentiamo l'esercizio fisico. E questo basta, il peso va via. Se torna a salire, sappiamo che cosa dobbiamo fare. Ma quello che non capiamo è che questa semplice soluzione non funziona per tutti (...) La verità è che chiunque abbia seguito una persona obesa nella sua battaglia per perdere peso potrebbe difficilmente accusarla di mancanza di disciplina". Viene quindi citato il famoso studio della PennyUniversity sull'Obesità:
"Nessuno poteva essere più determinato di coloro che hanno partecipato allo studio sulle diete della Penn. Si sono dati interamente ad un programma biennale. Hanno tenuto diari alimentari. Hanno fatto esercizio. Hanno lavorato per evitare pensieri e situazioni che potessero spingerli a mangiare. E, com succede quasi sempre a chi si mette a dieta, hanno finito per riguadagnare quasi ogni chilo perso con tanta fatica".

2- Perché per un obeso è così difficile perdere peso?
In decenni di ricerca medica abbiamo appreso:
- La relazione tra introito alimentare e dispendio energetico è assai più complessa che il solo concetto "calorie mangiate, calorie bruciate", una equazione che dottori e personal trainer vorrebbero che facessimo nostra. Milioni di anni di evoluzione hanno dato vita a meccanismi contro la fame e l'incertezza delle risorse alimentari. Quando posti sotto stress, questi meccanismi ci spingono più verso la conservazione dell'energia che il suo dispendio. Alcuni di noi hanno strutture genetiche che rendono il prendere peso cosa molto semplice e perderlo cosa molto difficile.

- Più che una equazione con due variabili (dieta ed esercizio fisico), l'obesità è un disordine multifattoriale in cui fattori genetici e ambientali interagiscono per disequilibrare la bilancia energetica. Più di 250 geni sono coinvolti nell'obesità umana. Geni specifici governano l'introito alimentare, il consumo energetico, il metabolismo dei grassi, quello del glucosio e lo sviluppo del tessuto adiposo.

- Uno studio apparso sul New England Journal of Medicine ha comportato il coinvolgimento per 120 giorni di coppie di gemelli (tutti uomini, tutti magri), ogni coppia divisa in dormitori diversi. A tutti loro sono state fornite ogni giorno mille calorie più di quante era loro necessario per mantenere il proprio peso corporeo. Se l'acquisto di peso fosse solo una questione di cibo ed esercizio, sarebbe stato lecito aspettarsi che tutti gli uomini avessero acquisito grandi quantità di peso durante lo studio. E, in effetti, è accaduto: la quantità di peso però variava moltissimo, alcuni hanno preso 3 o 4 chili, altri fino a 10 o 11.
La distribuzione del peso anche variava, alcuni han visto aumentare la pancia, altri le cosce e i glutei. Non solo: ogni fratello ha guadagnato peso nella stessa misura e nella stessa area del corpo del prorio gemello. Quindi i ricercatori hanno concluso che fattori genetici sono coinvolti nell'adattamento alla sovralimentazione, nelle variazioni di peso, distribuzione del grasso, tendenza ad accumulare energia come grasso e il modo in cui l'energia viene metabolizzata.

Un altro studio ha esaminato il tasso di obesità in 540 ragazzi danesi adottati. Si è scoperta da questo punto di vista una relazione diretta con i propri genitori biologici mentre non ne avevano alcuna con i genitori adottivi.

In studi sui geni dell'obesità, topi che avevano ereditato copie mutate del gene "ob" dai propri genitori sono divenuti estremamente obesi e voraci. E più pesanti dei topi normali anche quando sottoposti ad una dieta controllata. La ragione della loro voracità è che queste varianti genetiche alterano i recettori della leptina, un ormone che sopprime l'appetito. Sono topi che ne hanno meno degli altri e quindi non sperimentano lo stesso senso di sazietà o soddisfazione dal cibo. E così, proprio come i topi normali, tentano di mangiare fino a quando non sono sazi. Ma, al contrario dei topi normali, continuano a sentirsi affamati anche dopo aver consumato una normale porzione di cibo. Le persone obese tendono ad essere resistenti alla leptina, cosa che indica una funzione alterata dei recettori della leptina.

3 - Conclusioni
Questo significa dunque che i geni controllano il nostro destino e non c'è niente da fare? No. Ma significa che dobbiamo capire che ciascun organismo risponde in modo individuale al cibo e all'esercizio. Che non ci sono diete né programmi di esercizio validi per tutti, e che una cosa che ha funzionato per te può non funzionare per il tuo prossimo (...) Per i guru della perdita di peso e per i medici di famiglia, questo significa che se una semplice dieta ed esercizio non funzionano per un paziente, ciò non vuol dire che questi stia mentendo o barando. Occorre invece sviluppare alternative per assistere pazienti con difficoltà nel perdere peso a raggiungere obiettivi ragionevoli. Ma, soprattutto, significa che chi di noi non ha mai dovuto combattere davvero con la perdita di peso ci pensi due volte prima di attribuire agli obesi pigrizia, gola, mancanza di volontà o ogni altro genere di turpitudine morale".

(fonte immagine)

lunedì 18 novembre 2013

I cicci non ti piacciono? Non lo hai deciso tu

Sono i media, la pubblicità e ciò che viene premiato perché definito "bello" o "accettabile" a determinare le preferenze estetiche della popolazione e spesso le turbe comportamentali legate al peso corporeo. La notizia non è nuova, anzi è addirittura sapere comune, ma uno studio condotto tempo addietro presso la Durham University britannica getta nuova luce per comprendere la natura dell'odio anticicci.

I ricercatori hanno sottoposto un campione di donne ad un singolare esperimento, presentando loro immagini di altre donne di ogni forma e peso. E hanno scoperto che più si viene esposti ad una dversità delle forme, più si modifica la percezione di ciò che è bello o accettabile dal punto di vista estetico. Sottoposte ad un insieme di immagini positive con soggetti obesi, le donne del campione analizzato hanno preso ad apprezzare volti e forme sovrappeso che prima non apprezzavano.

Gli studiosi hanno spiegato che ciascuno ha una propria "preferenza" dovuta a molteplici fattori. Come dimostrano ricerche precedenti, infatti, la percezione di chi è "bello" può essere modificata da considerazioni sulla salute delle persone così come dalla percentuale di "successo" che viene associata ad una certa forma fisica. L'idea degli scienziati della Durham University è stata di verificare se e in che modo questa preferenza "di base" possa essere modificata.

La dimostrazione che ciò è possibile, e che accade, è stata ottenuta sottoponendo nuovamente il campione ad immagini di successo e bellezza standard, quella normoforma legata alla moda e al successo economico che qui si è lungamente stigmatizzata, e le preferenze sono nuovamente cambiate in senso anticicci. "Nel nostro studio - spiegano i ricercatori - ai partecipanti viene assegnato un valore di preferenza del corpo magro verso quello grasso, vengono poi sottoposti ad una manipolazione e successivamente viene rivalutata la loro preferenza". I risultati non sono definitivi, ma sembrano indicare in modo evidente come la pressione mediatica condizioni le scelte di tutti.

In questa sede non ci interessa neppure lontanamente indagare su chi cosa e perché sia considerato bello o brutto, ma quanto rilevato dagli scienziati aiuta tutti a capire la natura della discriminazione contro i cicci e le cicce di mezzo mondo, repulsione declinata spesso in ostilità e talvolta in odio, ma anche in minori salari o sfruttamento parasanitario. Si tratta di un primo studio, preliminare, che "ci permette di ragionare - come han detto i ricercatori - sul potere dell'esposizione a corpi supermagri. Ci sono prove che essere circondati continuamente attraverso i media da celebrità e modelle molto magri contribuisce ad un rapporto non sano di ragazze e donne con il proprio corpo. Sebbene ancora non si possa sapere se una breve esposizione ad immagini di donne più in carne possa cambiare le preferenze sul lungo periodo, il nostro studio indica certamente che mostrare più modelle normali potrebbe ridurre l'ossessione delle donne per la magrezza". La domanda viene da sé: quanto potremo sopportare, e quanto potranno sopportare le donne del mondo occidentale, prima di inchiodare i media alle proprie responsabilità?

(fonte immagine)

sabato 16 novembre 2013

Sei grasso? Sei depresso e ti vuoi male

Ti fai ribrezzo e rifiuti il tuo corpo, ti arrabbi con te stesso, ti deprimi e non puoi sfuggire: se sei grasso la tua vita ti fa schifo. Questo e nientemeno è il profilo psicologico dell'obeso propagandato questa volta, l'ennesima volta, da un luminare canadese a cui, ahinoi, ha dato spazio l'HuffingtonPost, trasformando quindi i deliri di quel medico, come già altri prima di lui, in propellente per i più malevoli luoghi comuni che segnano la vita di cicci e cicce.

Dottore in "obesity management", Arya Sharma non ha una grande opinione degli obesi che, a suo dire, nella loro vita attraversano qualcosa che assomiglia molto alle "cinque fasi del dolore", comprensive del momento in cui si rifiuta ciò che si è, in cui ci si arrabbia con se stessi e si cade in depressione. Oppure si accetta la situazione e si chiede aiuto. Questo, evidentemente, solo nel migliore dei casi. "La ricerca - sostiene Sharma - dimostra che spesso queste varie emozioni si vivono in parallelo o a volte in ordine sparso, ed è naturale. Alcuni possono anche non superare mai le fasi della negazione e della rabbia".

Gli obesi già ne sopportano di tutti i colori, ma anche sentirsi dire che in quanto cicci sono anche persone che si odiano, sono depressi e rifiutano ciò che sono mi sembra troppo. Anzi. Sharma alimenta molti dei peggiori luoghi comuni intorno ai ciccioni comparando la vita di coloro che si rivolgono a lui a quella degli obesi in generale. Quante sono le persone felici di essere quello che sono e che sono anche obese? E se una persona obesa è depressa, per dirne una, quanto giocheranno in questa depressione gli insulti e l'emarginazione che deve affrontare giorno per giorno in una società discriminatoria?

Direi di più. Come può permettersi uno come Sharma ad equiparare all'essere obesi le cinque fasi del dolore che sono quasi sempre percorse in momenti tragici come la perdita di qualcuno che ci è caro o la diagnosi di una patologia incurabile? Nel primo caso parliamo di uno stato dell'esistenza, di una caratteristica identitaria, nel secondo parliamo del dramma di un cambiamento improvviso e devastante.

Quel che dice Sharma, dunque, è destituito di fondamento. Ma perché uno come lui, presidente di associazioni mediche in Canada e coordinatore di studi sull'obesità, si permette di sparare a zero su cicci e cicce in quanto cicci e cicce? La risposta credo vada cercata nella demonizzazione dell'obesità che un approccio superficiale alla salute coniuga con triste ferocia ai media. In questo modo si trasforma una questione intima come la forma del proprio corpo e la propria identità in un discrimine tra chi ha diritto alla felicità e chi non ce l'ha.

In un recente post su Bustle, Marie Southard Ospina stigmatizza Sharma per le sue offensive generalizzazioni, come quella secondo cui chi è obeso lo è perché "non fa esercizio fisico" o che chi è obeso ha solo due opzioni: "perdere peso ed essere felice o rimanere grasso e vivere una vita di miseria, al buio e da soli". "Se sentiamo le cose che dice - osserva Marie - parrebbe proprio che questo uomo non abbia mai incontrato una persona grassa". Ma è veramente triste pensare che "qualcuno potrebbe passare la propria intera vita ritenendo che quanto pesi possa non solo dirti quanto tu sia in salute ma anche se e quanto tu sia felice".

La cosa ancora più triste, forse, è dover star qui a commentare le parole di un medico, una figura che si occupa di persone malate e dalla quale i suoi pazienti avrebbero diritto ad attendersi un aiuto, non un pregiudizio.

mercoledì 26 maggio 2010

Ciao bella, ti vedo dimagrita!

Sono poche le convenzioni sociali più offensive di quelle che girano attorno all'aspetto del corpo, così come profonda è l'ipocrisia di certi atteggiamenti di apparente cortesia. Più spesso non è malevolenza quella che viene servita con certi sorrisi, nondimeno comprime l'integrità dell'individuo. La risposta migliore a certi approcci la offre questa parte di un vecchio racconto, una battuta da tenere sempre a mente, non foss'altro perché potrebbe consentire a chi parla senza riflettere di - appunto - pensarci meglio, e magari informarsi, sganciandosi dai luoghi comuni. Non è mai troppo tardi per migliorare se stessi.
....Si avvicina con quel sorriso falso che credevo di aver dimenticato e, sventolando la mano attorno all'anca, sguaina denti innaturalmente bianchi. Me la butta là, prima cosa dopo anni che non ci vediamo: "DAI!! Ti vedo dimagrita!", ad un volume che zittisce per un attimo il chiacchiericcio della folla nel salone.

Lei è nientemeno che la donna che fu il mio capo in un ufficio di uomini, e fu lei ad allontanarmi dalla mia posizione, la mia obesità le era di imbarazzo. I rancori dell'epoca però li ho seppelliti da tempo, e il fatto che ora io lavori in proprio con grande successo mi ha restituito la stima in me stessa.

Eppure, eccola arrivare con quella frase. In effetti, dopo anni che non ci si vede, che cos'altro dovrebbe dirmi? Cos'altro potrebbe mai avere da dire? Basta quella frase per farmi sudare freddo, per riportarmi agli sguardi di ostilità che quell'ufficio riservava a una come me, passi che è donna.. ma è anche grassa. Oscillo per un attimo sui miei piedi, vorrei sottrarmi a tutto questo ma la serata è importante, non posso andarmene ora. Poi l'illuminazione, la guardo dritta negli occhi e con un'espressione preoccupata le rispondo: "E tu invece! Guardati! Mamma mia quanto sei ingrassata!"...
(esattamente su questo argomento consiglio di leggere anche questo post di DivaeNerd, grazie Layla!)

domenica 16 maggio 2010

Tiro al ciccione a mezzo blog

Leggo con una certa tristezza il post di un blog che non conoscevo. Non so neppure se commentarlo, dico soltanto che mi ha ricordato immediatamente le testimonianze che abbiamo pubblicato e che si leggono in giro delle difficoltà per i cicci nel fare sport. La densità di luoghi comuni e facili battute così fedeli alla quotidianità vissuta da molti obesi lo rende un articolo emblematico. Sarebbe opportuno che un post come questo girasse il più possibile, soprattutto tra i promotori dello sport, a livello istituzionale, scolsastico e di club, sono loro la prima linea, loro dovrebbero essere i primi a stigmatizzare posizioni così infelici. L'autore di questa cosa dichiara, immagino in buona fede, che si tratti di un articolo ironico. Ritiene, cioè, che concepito in quel modo non produca i danni che pure dichiara esplicitamente. Buona lettura.

"Mi trovavo a correre la scorsa settimana ma, a causa del sole che faticosamente fa capolino tra le nuvole, il traffico tra i consueti percorsi dei runners era davvero congestionato.
Nello specifico non ho potuto non notare svariati ragazzotti (e ragazzotte) sovrappeso che correvano occupando totalmente la carreggiata.
Colpito dall'accaduto, mi son sentito il social dovere di scrivere una lettera aperta a queste amabili persone che verrà pubblicata su panorama la settimana prossima ventura. Ve ne anticipo i contenuti in via del tutto riservata.
Lettera ad un ciccione
Caro ciccione che mi corri davanti quando la sera è tarda:
accosta;
caro ciccione che ti trascini lungo l'Adige cercando la forma perduta:
torna sul divano;
caro ciccione che passi mesi a rimpinzarti di Kinder Bueno e di pasta alla carbonara:
ucciditi.
Caro ciccione, ricordati del Mercante di Venezia
ed arrotonda lo stipendio vendendo una libbra della tua carne.
Caro ciccione che credi di essere di robusta costituzione,
rassegnati sei solo un ammasso di chili in eccesso.
Caro ciccione che sei di forme armoniose e delicate,
non opporti al tuo destino e strafogati ancora una volta.
Caro ciccione che pensi di aumentare di peso a causa del pane e della pasta,
sappi che la causa sei solo tu che mangi i suddetti cinque volte al dì.
Caro ciccione che ormai fatichi a trovare il tuo micropistolino,
non preoccuparti e accontentati delle tette che ti crescono ogni giorno.
Caro ciccione quando torni a casa dopo dieci minuti di corsa
non mangiare come un maiale falsamente gratificato dalla tua misera prestazione.
Caro ciccione che mi rendi felice facendomi capire che,
nonostante tutto, al mondo c'è qualcuno esteticamente peggiore di me.
Caro ciccione che corri nella direzione opposta alla mia,
spostati, lascia strada a chi è esile ed ha un futuro.
Caro ciccione non mi correre mai più davanti senza spostarti
perchè la prossima volta ti faccio dimagrire a calci in culo.
Un affettuoso consiglio mi sento di darti caro ciccione,
stasera stai a casa, ormai non dimagrirai mai più.
Ti vorrei abbracciare forte caro ciccione,
ma le mie mani non si toccherebbero dietro la tua schiena."

venerdì 14 maggio 2010

Quelle signore negli spot killer

Di un bel post di Domitilla Ferrari catturo e riproduco qui senza ritegno una parte, comprensiva di foto, che trovo azzeccatissima. Eccolo di seguito:
"Qualche mese fa ho scattato questa foto, la campagna abbonamenti di GetFit. Triste. Anche perché io le donne in carne in palestra (quelle due-volte- due che mi è capitato di andarci) non le ho mai viste.
Perché non ci vanno? Forse anche colpa di questo tipo di pubblicità che le mette (e deride) davanti allo specchio?


Pare ci sia cascata (prima e peggio) anche Ikea.


Stessa taglia (della modella), messaggio condivisibile, ma appeal zero per la campagna di sensibilizzazione sui disturbi alimentari. Come se il problema fossero solo i chili in più e non quelli in meno.


Milano, periferia.
In quanti l’hanno vista? E in quanti l’hanno capita? Io no".
In calce aggiungerei solo una nota sui disturbi alimentari di cui all'ultima foto: non solo l'immagine non è centrata come sottolinea Domitilla a mio avviso è anche discriminatoria, a meno che non si ritenga che una donna seminuda accanto ad un messaggio volgarotto del genere possa essere un'immagine costruttiva. Ma immagino che le regole della pubblicità da tempo non si occupino più di banalità del genere.

martedì 11 maggio 2010

I grassoni fanno vendere

Non che sia una novità ma la carne.. vende, come si dice in gergo giornalistico, se poi è così tanta da costituire obesità allora ultimamente vende ancora di più. Non si spiega altrimenti come sia possibile che un quotidiano autorevole come il Wall Street Journal dia spazio, molto spazio, ad articoli deliranti come questo, uscito nei giorni scorsi.

In modo apparentemente articolato, mi si passi il calambour, gli autori descrivono l'obeso: incapace di autocontrollo, preda dei propri istinti, dedito alla continua gratificazione sotto forma di intrattenimento anche (ma non solo) alimentare, il tutto per riempire esistenze altrimenti vuote.

Certo, gli autori impastano il tutto con un linguaggio pensato per sembrare ragionevole, focalizzandosi ad esempio sui costi che gli obesi rappresenterebbero per il sistema, aritmetiche che cancellano la diversità e la risputano sul piatto sotto forma di numeri: dalla sanità al maggior consumo di carburante non si risparmia nulla al buon senso. Indipendentemente da quello che fanno, dalla loro spesa energetica, dai posti di lavoro creati o da qualsiasi altro elemento di diversità, indipendentemente da quanto contribuiscono con i propri redditi gli obesi sono un costo. Un vero e proprio pallino ormai per economisti abituati a togliere gambe e braccia agli umani affinché, assomigliandosi, possano essere inseriti in insiemi omogenei soggetti a variabili e delta.

....For the uneducated, the world is an intolerably dull and slow-moving place by comparison with the excitement available at the press of a button or the flick of a switch. Why, then, move off your couch and risk the ennui of the real world? You can satisfy your appetite and occupy the vacuum of your mind at the same time, at most wriggling like a maggot in sawdust. The availability of constant entertainment is one of the causes of obesity....

L'analisi del prestigioso quotidiano finanziario ha l'ambizione di descrivere le cause dell'obesità negli Stati Uniti finendo per affermare che la cosiddetta epidemia di gente ciccia si deve alle mancanze di cui sopra associate alla disponibilità di fast food che hanno cancellato sane abitudini domestiche, come quella di cucinare e mangiare a tavola.

Se uno dei più ascoltati quotidiani del mondo oggi si produce in un articolo che trasuda pregiudizio quasi ad ogni riga - qualcosina qua e là si salva..:) - e fa letteralmente a polpette la socialità di questa razza di subumani che si ingozzano da mane a sera vuol dire che la complessità della questione obesità è ancora ben lontana dall'essere colta. Il che non impedisce, evidentemente, di prodursi in esternazioni di insofferenza per una delle più diffuse forme dell'umanità.

domenica 25 aprile 2010

10 zecche grasse ogni 100 italiani

Permea l'immaginario collettivo e lo condiziona: è il morbo razzista che strangola il dieci per cento degli italiani senza suscitare scandali, travestito com'è da perbenismo, mondato dalla buona fede dei molti che non sanno ancora di avervi aderito. Tanti infatti si avventano sugli obesi perché ritengono di dover fare loro del bene, o di doverli spingere ad essere altro da ciò che sono per una ragione o per un'altra, tutte apparentemente dignitose, persino civili. Ma gli stessi obesi provvedono a farsi del male in molti diversi modi.

La verità è che veniamo da decenni in cui l'attenzione istituzionale e mediatica per l'obesità non ha fatto che crescere. Ma è cresciuta sbilenca, claudicante. Non si è pressoché mai soffermata, infatti, sugli aspetti psicologici che determinano l'obesità, sullo sviluppo dei bambini obesi in una società ostile alla ciccia o sull'impatto talvolta devastante di questa ostilità nell'adolescenza. Non ha mai approfondito le ragioni dell'obesità persistente, la discriminazione nello sport e nella vita sociale, l'atteggiamento razzista di certi medici o di certi stilisti né ha mai messo in discussione l'ideologia salutista che tutto travolge.

Non solo: orde di aziende si sono tuffate sull'affare, traducendo in oro la crescente necessità di molti obesi di sentirsi normali in una società escludente, spesso approfittando di questa debolezza per vendere loro qualsiasi cosa o per infilarli in discutibili talvolta pericolosi programmi di dimagrimento. Migliaia di autori hanno avuto fortuna vendendo libri sulla perdita di peso così come decine e decine sono le diete miracolose spacciate da questo o quello per accalappiare i cicci e i loro soldi. L'industria della dieta, che oggi comprende anche stimabili medici dietologi e non solo improvvisati truffatori, in tutto questo ha anche causato l'errata sensazione che la Scienza oggi sia in grado di far dimagrire chiunque voglia. Poco importa se le storie personali, le medicine che si assumono, la propria genetica e via elencando non consentano a tutti coloro che lo desiderano di dimagrire, né viene in alcun modo pubblicizzato l'altissimo numero di fallimenti degli attuali programmi dietologici (circa il 50 per cento del totale), così come non si approfondisce quale impatto abbia sullo stile di vita dell'obeso, e sui suoi tentativi di dimagrire, l'ostilità che lo circonda.

L'effetto dell'industria di settore e della sua pubblicità è alla base del razzismo di chi si sente libero di consigliare ad un obeso chicchessia di dimagrire, di giudicarlo se non dimagrisce, di classificarlo, fino addirittura ad aggredirlo se non dichiara di voler ricorrere alla chirurgia.

Media, moda, informazione sballata, istituzioni assenti: il risultato di tutto questo è stata fin qui la disseminazione di preconcetti sull'obesità spacciati come verità incontrovertibili, pseudoidee spesso semplificate e persino ridotte a slogan anticiccia di facile presa, senza che la complessità della questione venisse mai riconosciuta. La conseguenza di un tale bombardamento di parte è che i tanti che anche in buonafede si occupano di obesità senza il necessario approfondimento finiscono per far propri luoghi comuni che, col tempo, giustificano giudizi privi di senso ma carichi di conseguenze ai danni delle persone obese. Sono giudizi che pesano sulla loro socialità, sulle loro professioni, cioè sulla loro vita, la loro serenità, la fiducia in se stessi e via peggiorando.

A questo si aggiungono poi gli studi di settore parziali, anche questi privi di qualsiasi approfondimento antropologico reale, che ci mettono il carico da novanta inventando cose come il costo sociale dell'obeso. Alla fine della fiera lo stereotipo dell'obeso descrive un individuo che non sa controllarsi, destinato ad una vita sentimentale risibile o tout court fallimentare, un malato che morirà presto ma non prima di aver dissanguato le casse della Sanità pubblica, un subumano dalla personalità debole divoratore di cibo industriale in un mondo che ancora conosce la Fame, una zecca succhiatutto di cui, quindi, ci si deve liberare.

A fronte di tutto questo è evidentemente difficile meravigliarsi che i ciccioni siano discriminati ed esclusi. E, anzi, potremmo persino finire per vedere come eroi coloro che anziché scagliarsi senza mezze misure contro gli obesi si limitano ad appuntare quelle che ne ritengono le mancanze nelle proprie conversazioni, sui propri giornali o blog, nei propri ambiti sociali. Ma non sono eroi: è proprio qui che si annida il razzismo più pericoloso, quello che vola al di sotto della quota di rilevamento, che arriva all'obiettivo senza che nessuno se ne accorga.

Parliamo infatti di gente che potrebbe tollerare, ad esempio, una Sanità più attenta ai bisogni degli obesi ma solo a patto che questi paghino di più. Gente che ritiene corretto far pagare ad un ciccione due posti su un aeroplano piuttosto che non consentirgli di sedersi in una metropolitana, che parla di prova costume o spettegola sulla differenza dimensionale di due coniugi. Gente, cioè, che semplicemente non ha compreso che la legittimità dell'essere obeso è pari a quella dell'essere bassi o alti; che non sa, non gli hanno detto, che l'umanità non ha una sola forma, ne ha molte, ognuna delle quali portatrice di un mistero e di una straordinarietà che andrebbero abbracciati anziché respinti.

Sono questi, oggi, gli avversari più difficili da battere, ostacoli sulla via dello sviluppo sociale e che neppure sanno di esserlo, perché il loro è un razzismo che non si vede, ammantato di apparente ragionevolezza, giustificato da decenni di mezze verità, plasmato da un immaginario distorto ma condiviso ed è pertanto più socialmente accettato delle tesi di chi lotta per veder riconoscere ad ogni forma dell'umanità i medesimi diritti, senza se e senza ma.

(fonti foto qui e qui)

sabato 24 aprile 2010

Il Guardian studia e scodella. Era ora

Marilyn Wann ed altri esponenti del movimento per la Size Acceptance sono interpellati in un interessante e approfondito articolo del Guardian che consiglio a tutti di leggere.

La base di partenza dell'inchiesta/intervista è tutto un programma: "La ciccia significa incapacità di controllo e sovra-alimentazione, il grasso significa povertà e fallimento morale, una combinazione potente di odio sociale e fisico. Ciccia vuol dire una vita fatta di bibite, cibo industriale e nessun limite. L'obeso, con un indice di massa corporea oltre il 30 per cento e con i suoi rotoli di ciccia, diabete di tipo 2 e problemi cardiaci, è una sotto-razza che non può pretendere i pari diritti. Inoltre, questo genere di adulti sono responsabili per tutto quello che va dall'aumento dei costi della sanità alla creazione di una nuova generazione di bambini grassi".

Questa premessa, che il giornale britannico cita per far comprendere a chi legge quali siano i termini del dibattito attuale sull'obesità, viene via via smontata non solo dagli attivisti interpellati ma anche dai medici. Tanto che l'autrice dell'articolo, Louise Carpenter, sembra via via convertirsi alla weight diversity, elegante locuzione sulla complessità delle umane differenze.

Uno dei pregi dell'articolo è la comprensione del momento storico: "Stiamo entrando in un'era - scrive Louise - in cui si utilizzano frasi come obbligo morale o imperativo economico per trasformare i grassi in magri".

Perché si è grassi? A questa domanda Marilyn risponde così: "Calorie che entrano, calorie che si bruciano, questa è solo in parte una spiegazione del perché le persone pesano quel che pesano. Se si guardano ai dati sui gemelli identici, la componente genetica è molto ampia, come nel mio caso. Mia madre è grassa, mia nonna era grassa, e noi tutti, come famiglia, abbiamo sempre mangiato normalmente. Poi dipende dalle patologie che puoi aver avuto nella tua vita, da quali medicine tu abbia preso, o dalla tua sanità mentale. Ci sono persone che mi dicono che non si possono rompere le leggi della fisica, io spiego loro che tutti noi conosciamo almeno una persona magra sedentaria, che mangia molto, non fa esercizio fisico. E dico loro che secondo la loro equazione quella persona dovrebbe essere grassa".

Tra i pregi del pezzo anche l'approfondimento scientifico che indica, se ancora ve ne fosse bisogno, quanto dell'obesità rimanga ignoto, sconosciuto. Tanto che "i ciccioni non sono sempre ciccioni perché mangiano tanto. Vanno considerate cose come la genetica, la depressione, l'isolamento, la povertà, un metabolismo stravolto da una storia di diete yo-yo, il tutto combinato con un grado più o meno consapevole di scelta personale". E Louise ne parla con Linda Bacon, medico e ricercatrice che da lungo tempo investiga la relazione tra obesità e patologia, e viene citato il suo famoso studio del 2002: "Con il contributo di due ricercatori del Ministero dell'Agricoltura e da una celebre ricercatrice dietologa Judith S. Stern, con il finanziamento dell'Istituto Nazionale della Sanità, Bacon ha condotto uno studio clinico su 78 donne con massa grassa tra il 30 e il 45 per cento.

La metà è stata posta a dieta, con controllo delle calorie e pesate, e l'altra metà con il programma HAES (Salute Ad Ogni Dimensione) che incoraggiava il gruppo a fare esercizio e ad accettare se stesse. Dopo i primi sei mesi, gli altri sei hanno visto riunioni periodiche dei due gruppi. Al termine dell'anno, chi aveva fatto la dieta aveva riguadagnato il proprio peso senza benefici di salute. Le donne con HAES, invece, avevano colesterolo e pressione sanguigna più bassi, avevano quadruplicato le energie spese nelle proprie attività senza stare a dieta. Non avevano perso peso". Spiega la Bacon: "Naturalmente, potrebbero anche aver perso peso sul lungo termine mano a mano che HAES è entrato nelle loro vite, ma non lo sappiamo. Ciò che conta è che queste donne erano più in salute e più felici di essere quel che sono".

Insomma un bell'articolo, forse impegnativo ma, in questo senso, emblematico della complessità della questione. Una complessità alla quale non possono sfuggire i tanti che parlano di obesità e diete reiterando luoghi comuni che poco hanno a che vedere con la scienza e niente con la realtà psicologica del ciccione.

(fonte fotina)

venerdì 23 aprile 2010

I luoghi comuni: la pigrizia del ciccione

Una piacevole sorpresa scoprire in questi giorni un articolo su Softpedia.com che parla di uno spiacevole effetto collaterale della cultura anticiccia, quello che attribuisce una straordinaria pigrizia a chi è ciccione.

Sebbene si tratti di un luogo comune privo di fondamento assume un ruolo non del tutto secondario nel modo in cui chi è dimensionalmente speciale viene percepito dagli altri, una caratterizzazione che può giocare tiri mancini anche sul posto di lavoro.

"In effetti - scrive Softpedia - il collegamento tra una persona grassa e la pigrizia avviene quasi all'istante, senza neppure che ci si renda conto della cosa. Un magro, invece, ci fa pensare a tutto meno che alla pigrizia. Dato che questa reazione non riflette la realtà - ci possono essere persone pesanti in salute e in moto e magri con abitudini insalubri - questa percezione va approfondita".

L'occasione l'ha offerta un primo studio condotto da Tanya Berry, ricercatrice canadese dell'Università di Alberta. Secondo Berry se una persona ha un peso superiore alla media non vuol dire che non faccia esercizio fisico, così come un magro non è necessariamente una persona in salute.

Per cercare di comprendere la rilevanza di certe reazioni non coscienti, ad un campione di persone sono state mostrate numerose fotografie presentate a video, e le fotografie di persone sedentarie erano seguite da una certa parola. Dopo ciascuna foto è stato chiesto di quale colore fosse la parola che appariva dopo l'immagine.

Ciò che colpisce è che dopo la foto di un magro spaparanzato sul divano i membri del campione riuscivano a ricordare immediatamente il colore della parola che seguiva la foto. Ma quando l'immagine era di un obeso, i partecipanti erano presi dal dubbio. Su queste basi Barry ha concluso che una reazione più lenta è la conseguenza dell'intromissione dello stereotipo, laddove i partecipanti finivano per pensare più alla pigrizia della persona rappresentata che al colore della parola. Secondo Berry si tratta di studi importanti perché lo stereotipo condiziona il modo in cui le persone si comportano.

I ricercatori ritengono sia importante comprendere e far capire come funzionino questi stereotipi, perché è l'unico modo per combattere atteggiamenti negativi. Essere a conoscenza di come si reagisce dinanzi a certi stimoli consente di essere meno influenzati dal luogo comune.

(fonte foto)

venerdì 16 aprile 2010

Ma levatevelo questo costume!


Non sono più solo le riviste patinate e gli pseudogiornali di moda a parlarne, ci voleva anche la Coldiretti a rilanciare il più stupido dei luoghi comuni, quello della cosiddetta prova costume. Siamo ormai in primavera, prima dell'estate ahimé ne sentiremo parlare ancora infinite volte.

La federazione dei coltivatori affida ad un comunicato stampa l'ennesima sparata contro gli obesi, nell'ambito di una campagna con cui spera di promuovere i prodotti della terra contro quelli industriali. Non solo inserisce la frase discriminatoria "prova costume" nel titolo del suo comunicato ma questo inizia addirittura con:
Sono bocciati alla prova costume ben quattro italiani su dieci (43 per cento) che risultano sovrappeso o addirittura obesi (11 per cento), con una netta prevalenza degli uomini rispetto alle donne. E' quanto afferma la Coldiretti nel sottolineare che la fine delle abbuffate pasquali sancisce per molti l'inizio della dieta per prepararsi senza “paura” alla tintarella estiva
E' una di quelle frasi talmente densa di pregiudizi che è persino difficile capire da dove iniziare per parlarne. Vado quindi nell'ordine sperando di rendere la cosa chiara anche a chi questa roba l'ha scritta:

1- Sostenere che un obeso è bocciato alla cosiddetta prova costume significa sostenere che un obeso non può mettersi il costume. Il che è ovviamente offensivo, discriminatorio ed escludente per quasi quattro milioni di italiani.
2- "Addirittura obesi" cosa vorrebbe significare?
3- Associare l'obesità al mito delle "abbuffate pasquali" riduce l'intera questione ad un pregiudizio, un mito, alimentando la discriminazione contro l'obeso che qui parrebbe un pazzo privo di autocontrollo.
4- Tintarella senza paura? Mai visti obesi al sole? Vi fanno davvero così schifo?

Vabbé, chiudiamola qui, con un video evergreen su cui Coldiretti, che finora non ha risposto alle nostre rimostranze, potrà felicemente riflettere:



(fonte foto)

mercoledì 17 marzo 2010

L'obeso pesa il doppio e vale metà


"Sì, ma non si corre il rischio di dire che l'obesità è un bene, che dimagrire non è necessario? Di disincentivare chi deve dimagrire?"

Perdonatemi un piccolo sfogo, ho appena terminato di discutere vivacemente sull'argomento. La mia tesi, quella che mi ha spinto a dar vita a C.C.D., è che degli aspetti clinici dell'obesità possa occuparsene esclusivamente l'interessato: se adulto e frequentatore del proprio medico di famiglia, mi aspetto che un obeso possa avere coltezza dell'informazione medica corrente che concerne la propria condizione. In ogni caso, anche dando un occhio a quanto è disponibile in Internet, tutto mi sembra meno che ci sia poca informazione, io lo chiamerei anzi spesso terrorismo psicologico, attorno all'obesità. Grazie alle campagne non sempre controverse di associazioni di settore, iniziative locali, diffusione di informative di varia natura e grazie alla rete dell'assistenza medica mi sembra che un accesso generico ad informazioni, pur spesso datate o non sempre corrette, sia più o meno garantito. Si può sempre far di più ma, insomma, non mi lamenterei troppo.

Soprattutto, però, credo che cosa farne della propria obesità sia questione che riguardi esclusivamente l'obeso. Non sia cioè un fatto diverso da un altro qualsivoglia fatto privato. Trasformare una condizione privata, come la forma del corpo, in una questione pubblica, addirittura tirando dentro le spese sanitarie dello Stato, non è soltanto una violazione dell'integrità identitaria della persona, è anche una drammatica forzatura della realtà.

La verità è che non ci sono ricette omnicomprensive. I motivi per cui ciascuno di noi ha la forma che ha - alta, bassa, grassa, magra e via dicendo - sono i più vari e nel caso dell'obesità ogni giorno se ne scopre una nuova. Sperare di poter ridurre tutto ad uno slogan, o di poter dimenticare con un invito a dimagrire la soppressione sistematica dei diritti individuali di persone che non rientrano nella maggioranza dimensionale è francamente incivile. Per quanto riguarda l'incentivo a dimagrire, espressione entrata persino nel dibattito parlamentare, trovo offensivo che chiunque si senta in diritto di spingere chi non è normoforma a cambiare, eccezion fatta per parenti stretti e amici del cuore. Non solo: se proprio vogliamo parlare di "incentivazioni sociali" al dimagrimento, è ben ovvio che in una società paritaria ed inclusiva, incapace di sottrarre vitalità all'individuo a causa della propria forma, chi vorrà potrà più facilmente attivarsi per modificare la propria condizione, anziché affrontare come spesso accade agli obesi quel circolo vizioso di depressione che spinge a tuffarsi nel cibo, nemico e amico, unico salvagente emotivo di una società escludente. L'individuo sceglie quando è libero, quando è sereno, non quando è messo all'angolo e costretto ad agire di reazione e sopravvivenza.

C'è un però. In Italia si è iniziato solo adesso a ragionare sui diritti della persona comprensivi dei diritti dell'obeso. E' un processo in divenire che deve fare i conti con convinzioni radicate e con una cultura di emarginazione e disprezzo che non colonizza soltanto i normodimensionati ma anche spesso e volentieri proprio gli obesi. Per quanto possa sembrare paradossale, sono spesso proprio i ciccioni e le ciccione a identificarsi con gli stereotipi che vengono loro appiccicati addosso da questa melassa grossolana e superficiale che infetta la socialità: moda, bellezza, salute e sesso. Io mi posso lamentare delle discussioni che sono costretto a fare per sostenere l'ovvietà dei pari diritti ma so che siamo soltanto all'inizio. La buona notizia è che in altri paesi dove dell'argomento si parla già da tempo la libertà dimensionale inizia a far breccia nell'immaginario e nella cultura. Occorre insistere e, sì, investire un po' del proprio tempo anche nel discutere.

Vabbé, scusate lo sfogo, da domani si torna all'informazione :p

(fonte foto)

venerdì 12 febbraio 2010

Ulalà, la genetica assolve l'obeso


E se dimagrire fosse impossibile? E se l'obeso fosse com'è per ragioni indipendenti dalla sua volontà? Se mangiare e fare sesso fossero geneticamente correlati? Non sono domande casuali, sono domande alle quali la scienza inizia a rispondere. Affermativamente. Cambiando radicalmente lo scenario dell'obesità e ponendo un argine deciso a quella valanga di luoghi comuni con cui si travolge con leggerezza la socialità dell'obeso.

Basta dare un'occhiata a quanto emerso solo negli ultimi giorni.

La prima notizia riportata da varie fonti arriva dall'Università di Navarra: uno studio condotto su 180 persone ha dimostrato come il recupero del peso originario dopo una dieta possa avere origini genetiche. "Stando ai risultati, in alcuni soggetti sovrappeso od obesi sarebbero proprio i geni a intralciare i progetti di dimagrimento: alcuni specifici geni sarebbero più spesso associati a una maggior difficoltà nel perdere peso e a un’inevitabile tendenza a rimetter su chili appena si smette di stare a dieta".

Una soluzione, dunque, potrebbe risiedere nella dieta permanente, un regime alimentare controllato, probabilmente poco compatibile con una vita felice, ma magari capace di mantenere la riduzione del peso. Ebbene, anche questo è assai più complesso di quanto si è pensato, e ancora una volta per ragioni genetiche. Un altro studio, citato più volte in questi giorni, dimostra la difficoltà sostanziale di modificare tutta una serie di abitudini. In particolare, hanno spiegato gli scienziati dell'Addiction Institute of New York, le nuove conclusioni sono dovute alle nuove tecniche di imaging clinico. "Hanno permesso - spiegano - di osservare i cervelli di pazienti con abitudini compulsive (...) e di verificare in tempo reale come i sistemi di ricompensa cereberale basati sulla dopamina chiedano sempre di più mentre cedono i centri di controllo dell'esperienza". Come a dire, cioè, che vi sono tutta una serie di persone, e vengono elencati grandi mangiatori, tossicodipendenti ed altri, che vivono una difficoltà se non impossibilità strutturale di cambiare i propri comportamenti che offrono questa "ricompensa", e tra questi comportamenti viene citato anche quello sessuale. "Quello che succede - spiegano i ricercatori - è simile per vari tipi di dipendenza, dalla cocaina al tabacco al cibo. Questo spiega perché voler cambiare sia probabilmente il primo passo per rompere un'abitudine, ma alterare gli ingranaggi neurali del cervello è la vera sfida".

A queste novità si potrebbero aggiungere le sensate considerazioni sull'origine genetica dell'obesità, cose già note che vengono ulteriormente approfondite da scienziati come David Pierce dell'Università dell'Alberta, che spiega la natura storica di molta obesità e la necessità dell'umanità di un tempo di poter "mettere via" le risorse dei periodi di abbondanza in previsione di quelli di magra. Ma più interessante, probabilmente, il recentissimo studio secondo cui un obeso su venti lo è per una modifica genetica, un DNA diverso che spingerebbe il suo organismo ad ingrassare.

Una rilevazione dovuta agli studi dell'Imperial College di Londra e di una serie di centri di ricerca europei. "Ricerche precedenti - spiegano gli scienziati - hanno identificato numerose varianti genetiche che contribuiscono all'obesità, la maggioranza delle quali sono mutazioni specifiche nel DNA di una persona che modificano la funzione di un gene. Questo è invece il primo studio a dimostrare chiaramente che l'obesità in individui altrimenti fisicamente sani può essere causata da una rara variante genetica nella quale una sezione del DNA di una persona viene a mancare". In questi casi la possibilità che si diventi obesi è di 50 volte superiore alla norma.

Mi fermo qui. Mi sembra però ovvio che sull'obesità non solo non sia stato detto tutto ma anzi che fin qui sia stato detto pochissimo. Ora che il tema è all'attenzione dei governi di mezzo mondo iniziano a fioccare nuovi studi sulla sua origine e le sue caratteristiche. E molte ancora ne vedremo amici miei. Per questo, peraltro, questo blog è nato, perché non è più tollerabile subire una penalizzazione sociale pesantissima per una caratteristica che, è sempre più chiaro, ha origini spesso genetiche e cure spessissimo al di fuori della possibilità di scegliere.

Non che qui si ritenga necessario assolvere alcuno per scelte di vita personali e indiscutibili a prescindere, ma cancellare qualche insulto a colpi di scienza non guasta, non foss'altro perché l'obeso combatte con una conventio ad excludendum basata prima di tutto proprio sull'ignoranza.

Uno dei più odiosi luoghi comuni che viene scagliato contro l'obeso da ogni dove, sul lavoro, persino in famiglia, è che se volesse potrebbe facilmente dimagrire. Da questo discendono non solo insulti ed emarginazione, con conseguenze pesantissime sulla personalità dell'individuo, ma anche la scarsissima considerazione sulle capacità di autocontrollo dell'obeso. E da qui discende, a sua volta, una più difficile carriera lavorativa, minore credibilità sociale e via peggiorando. Vogliamo davvero continuare a subire tutto questo? Penso che la Scienza possa dare una mano ad evidenziare come il pregiudizio antiobeso sia in tutto e per tutto razzismo.

(fonti foto qui e qui)

lunedì 8 febbraio 2010

Obeso? Datti una regolata, stai uccidendo la Terra


Leggo ancora una volta che i ciccioni accelerano l'entropia del pianeta consumando di tutto e di più, che sono cioè tra le cause di disastri come il riscaldamento globale e l'esaurimento delle risorse. Questa volta lo leggo sul Corriere della Sera, ma sono notizie spacciate in modo simile un po' ovunque, secondo cui l'obesità fa male all'ambiente.
«Nel mondo oggi più di un miliardo di persone sono sovrappeso e 300 milioni sono obese, e si prevede che il loro numero aumenti nei prossimi anni» dicono i ricercatori. «Come conseguenza, si avrà un aggravamento delle condizioni di salute di fette sempre più ampie di popolazione. Ma non solo. A rimetterci sarà anche l’ambiente, perché aumenteranno le emissioni di gas serra in atmosfera, i principali responsabili dei cambiamenti climatici in atto».
In buona sostanza, un maggior consumo di prodotti alimentari si tradurrebbe in una "rapina" ai danni della produzione e soprattutto dell'ambiente spesso devastato dalla produzione stessa, mentre l'equazione sul trasporto è che una persona obesa pesa di più, quindi per il suo trasporto serve una maggiore quantità di energie.

Il Corriere parla di "nuova prospettiva" raccontando gli studi di Phil Edwards e Ian Roberts, due epidemiologi della London School of Hygiene & Tropical Medicine, pubblicato sull’International Journal of Epidemiology, ma di nuovo c'è ben poco. Sono anni che studi di settore concentrano la loro attenzione, anche in Italia, su quanto "costano" gli obesi. Come se gli obesi fossero davvero una categoria uniforme, omogenea, resa tale dal proprio peso. Il fatto che l'obeso possa o meno essere uno che adotta tecnologie pulite nel proprio privato e sostenga una produzione energetica avanzata e pulita nel pubblico, sostenga il riciclaggio e, perché no?, educhi i propri figli e conoscenti ad un rispetto generale dell'ambiente passa, evidentemente, in secondo piano.

Il motivo è ovvio. E' più facile trasformare una popolazione del tutto disomogenea come gli obesi in un campione utile anziché ragionare sull'impatto dei diversi comportamenti sull'ambiente. L'obesità non è un comportamento, secondo l'OMS è una malattia, può essere considerata un particolare (ma non straordinario, vista la diffusione) stato psicologico e clinico, ma in qualsiasi caso è e rimane un fatto privato del cittadino. E' il cittadino ad essere leggero o pesante sull'ambiente, è cosa fa degli scarti che produce, quali tipologie di auto o casa acquista, se usa o meno i mezzi pubblici (inadeguati per gli obesi in buona parte del mondo ricco), il suo lavoro e il suo impegno politico: è questo a fare la differenza non quel che dice la bilancia. Pretendere che a farla sia il peso o l'approccio privatissimo verso il cibo, in pratica facendo a pezzi una categoria dell'esistenza per spendere il ricavato sul mercato degli studi di settore e della superficialità politica, è intollerabile. Eppure avviene di continuo, alimentando con faciloneria nuove discriminazioni e nuove indebite pressioni sulla vita privata delle persone.

Non ho nulla in contrario che si studi la fenomenologia dell'obesità, ritengo però pericoloso e deviante che si continui a considerare gli obesi come un insieme coeso inducendo perdipiù la suggestione che, se gli obesi non ci fossero, tutto andrebbe meglio, a iniziare dall'ambiente. Come dire che se gli alti fossero tutti più bassi si risparmierebbe assai nella produzione di cotone, si potrebbero realizzare edifici più bassi e sedie più piccole. Qualcuno ha davvero voglia di calcolare cosa significherebbe per l'ambiente? E, se sì, a quale scopo? Siamo sicuri che sia uno scopo a cui una società civile debba interessarsi?

Attenti ciccioni miei e ciccione mie, vi stanno già oggi facendo la festa, mescolando ripetutamente scienza da quattro soldi e informazione acritica. Estote parati, il peggio sta arrivando.

(fonte foto)