Permea l'immaginario collettivo e lo condiziona: è il morbo razzista che strangola il dieci per cento degli italiani senza suscitare scandali, travestito com'è da perbenismo, mondato dalla buona fede dei molti che non sanno ancora di avervi aderito. Tanti infatti si avventano sugli obesi perché ritengono di dover fare loro del bene, o di
doverli spingere ad essere altro da ciò che sono per una ragione o per un'altra, tutte apparentemente dignitose, persino
civili. Ma gli stessi obesi provvedono a farsi del male in molti diversi modi.
La verità è che veniamo da decenni in cui l'attenzione istituzionale e mediatica per l'obesità non ha fatto che crescere.
Ma è cresciuta sbilenca, claudicante. Non si è pressoché mai soffermata, infatti, sugli aspetti psicologici che determinano l'obesità, sullo sviluppo dei bambini obesi in una società ostile alla ciccia o sull'impatto talvolta devastante di questa ostilità nell'adolescenza. Non ha mai approfondito le ragioni dell'obesità persistente, la discriminazione nello sport e nella vita sociale, l'atteggiamento razzista di certi medici o di certi stilisti né ha mai messo in discussione
l'ideologia salutista che tutto travolge.

Non solo:
orde di aziende si sono tuffate sull'affare, traducendo in oro la crescente necessità di molti obesi di
sentirsi normali in una società escludente, spesso approfittando di questa debolezza per vendere loro qualsiasi cosa o per infilarli in discutibili talvolta pericolosi programmi di dimagrimento. Migliaia di autori hanno avuto fortuna vendendo libri sulla perdita di peso così come decine e decine sono le diete miracolose spacciate da questo o quello per accalappiare i cicci e i loro soldi. L'industria della dieta, che oggi comprende anche stimabili medici dietologi e non solo improvvisati truffatori, in tutto questo ha anche causato
l'errata sensazione che la Scienza oggi sia in grado di far dimagrire chiunque voglia. Poco importa se le storie personali, le medicine che si assumono, la propria genetica e via elencando non consentano a tutti coloro che lo desiderano di dimagrire, né viene in alcun modo pubblicizzato l'altissimo numero di fallimenti degli attuali programmi dietologici (circa il 50 per cento del totale), così come non si approfondisce quale impatto abbia sullo stile di vita dell'obeso, e sui suoi tentativi di dimagrire, l'ostilità che lo circonda.
L'effetto dell'industria di settore e della sua pubblicità è alla base del
razzismo di chi si sente libero di consigliare ad un obeso chicchessia di dimagrire, di giudicarlo se non dimagrisce, di classificarlo, fino addirittura ad aggredirlo se non dichiara di voler ricorrere alla chirurgia.
Media, moda, informazione sballata, istituzioni assenti: il risultato di tutto questo è stata fin qui la disseminazione di preconcetti sull'obesità spacciati come verità incontrovertibili, pseudoidee spesso semplificate e persino ridotte a slogan anticiccia di facile presa,
senza che la complessità della questione venisse mai riconosciuta. La conseguenza di un tale bombardamento di parte è che i tanti che anche in buonafede si occupano di obesità senza il necessario approfondimento finiscono per far propri luoghi comuni che, col tempo, giustificano
giudizi privi di senso ma carichi di conseguenze ai danni delle persone obese. Sono giudizi che pesano sulla loro socialità, sulle loro professioni, cioè sulla loro vita, la loro serenità, la fiducia in se stessi e via peggiorando.
A questo si aggiungono poi gli studi di settore parziali, anche questi privi di qualsiasi approfondimento antropologico reale, che ci mettono il carico da novanta inventando cose come
il costo sociale dell'obeso. Alla fine della fiera lo stereotipo dell'obeso descrive un individuo che non sa controllarsi, destinato ad una vita sentimentale risibile o tout court fallimentare, un malato che morirà presto ma non prima di aver dissanguato le casse della Sanità pubblica, un subumano dalla personalità debole divoratore di cibo industriale in un mondo che ancora conosce la Fame, una zecca succhiatutto di cui, quindi, ci si deve liberare.
A fronte di tutto questo è evidentemente difficile meravigliarsi che i ciccioni siano discriminati ed esclusi. E, anzi, potremmo persino finire per vedere come
eroi coloro che anziché scagliarsi senza mezze misure contro gli obesi si limitano ad appuntare quelle che ne ritengono le mancanze nelle proprie conversazioni, sui propri giornali o blog, nei propri ambiti sociali. Ma non sono eroi: è proprio qui che si annida il razzismo più pericoloso, quello che vola al di sotto della quota di rilevamento, che arriva all'obiettivo senza che nessuno se ne accorga.

Parliamo infatti di gente che potrebbe
tollerare, ad esempio, una Sanità più attenta ai bisogni degli obesi ma solo a patto che questi paghino di più. Gente che ritiene corretto far pagare ad un ciccione due posti su un
aeroplano piuttosto che non consentirgli di sedersi in una metropolitana, che parla di
prova costume o spettegola sulla differenza dimensionale di due coniugi. Gente, cioè, che semplicemente
non ha compreso che la legittimità dell'essere obeso è pari a quella dell'essere bassi o alti; che non sa, non gli hanno detto, che l'umanità non ha una sola forma, ne ha molte, ognuna delle quali portatrice
di un mistero e di una straordinarietà che andrebbero abbracciati anziché respinti.
Sono questi, oggi, gli avversari più difficili da battere, ostacoli sulla via dello sviluppo sociale e che neppure sanno di esserlo, perché il loro è un razzismo che non si vede, ammantato di apparente ragionevolezza, giustificato da decenni di mezze verità, plasmato da un immaginario distorto ma condiviso ed è pertanto più socialmente accettato delle tesi di chi lotta per
veder riconoscere ad ogni forma dell'umanità i medesimi diritti, senza se e senza ma.
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