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venerdì 14 marzo 2014

L'obesità non è un disturbo alimentare

Ci sono cose che diamo per scontate e che ci sembrano lampanti. Ma non sempre lo sono, e ci impediscono di ragionare. Risolviamone una, di quelle che girano da tanto tempo




"Obesitá e anoressia sono entrambe malattie gravi! quelle capre su fb dovrebbero smetterla con quelle immagini moraliste"

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in questo colorito tweet mentre pattugliavo i social network per accertarmi di ristabilire la verità assoluta sull'obesità... Si scherza, ovviamente! Ma trovo che questa battuta sia utilissima per spiegarci o ricordarci un paio di fatti fondamentali. Ed è utile ancor di più, forse, perché dimostra come una certa confusione regni anche in chi combatte la discriminazione, caos dovuto alla comunicazione fallace e distorta che regna sovrana nel nostro paese.

Il primo riguarda i disturbi alimentari. Una locuzione che comprende una quantità di diverse patologie, di comportamenti e di ambienti psicologici, un insieme che è tuttora oggetto di studi approfonditi in tutto il mondo e del quale grazie al lavoro di molti diversi ricercatori piano piano si inizia ad avere un quadro.

Il secondo è che l'obesità non è un disturbo alimentare, l'anoressia invece sì. Lo stato di obesità, al di là della difficoltà tecnica di definirlo dopo la caduta del BMI come "termometro" valido, è una condizione identitaria. E' il risultato di una molteplicità di fattori, che i dietisti chiamano cause, un fin qui inestricabile mix di elementi genetici, culturali (familiari e ambientali) e psicologici. Un insieme sul quale tutti sembrano avere opinioni molto precise ma che ogni giorno cambia forma per una nuova scoperta. Di fatto dell'obesità sappiamo molto, ma per dire che la conosciamo ci vorranno ancora molti anni. Uno stato identitario, che sia o meno un fattore di rischio, non è una patologia.

Concludendo, se è vero che la definizione di disturbo alimentare integra probabilmente troppe diverse patologie e comportamenti e che questo nuoce alla chiarezza, se vogliamo capire di cosa parliamo quando parliamo di cicciosità è essenziale far nostra la differenza tra patologia e stato. Non mancano, ahinoi, articoli di giornale o di pseudodietisti che parlano dell'obesità come patologia, come fosse un'influenza, una trombosi o peggio. Che sia uno stato di interesse clinico è indubbio. Ma ripetere come un mantra che sia una patologia non diventa vero solo perché - appunto - ripetuto di continuo.

(fonte foto)

giovedì 13 marzo 2014

Voler convertire un bullo è come voler imbottigliare il vento?

La diffusione dell'odio e del pregiudizio contro chi è ciccione è tale che la guerra forse è già perduta. Ma se non fosse quella la guerra da combattere?



CCD - Si può fermare un'onda di piena? Si può imbottigliare il vento? Si può trasformare un bullo in una persona consapevole degli altri? Se lo chiedono in tanti in questi giorni sui network adiposi, e non perché si siano registrati episodi di bullismo più cruenti del solito, ma proprio perché è un lento stillicidio quello che cicci e cicce di ogni età affrontano quotidianamente.

Qualche giorno fa Susie Kline cercava di spiegare ai genitori americani perché avere dei figli ciccioni non debba suscitare loro sensi di colpa. "Tutto quello che potete fare è educare, fornire cibo salutare, ma il resto è la genetica, l'ambiente, le questioni economiche... Queste ed altre cose che noi tutti vorremmo poter controllare molto più di quanto in realtà ci sia dato".

Susie descrive la complessità non solo dell'obesità in sé ma anche dell'intero mondo che circonda il bimbo ciccione, auspicando infine che genitori e tutori riescano prima o poi a far quadrato e ad affrontare la sfida più grande, che non è certo solo quella di fornire cibo sano ma quella di cambiare la cultura e azzerare il bullismo. Insieme, dice Susie, si possono ottenere grandi risultati.

A me, come accennavo, sembra che il bullismo anticicci sia talmente incardinato nelle fondamenta della società contemporanea che pensare di cancellarlo sia utopico, sia appunto come voler imbottigliare il vento.

E se ci fosse un modo per imbottigliarlo, invece, il vento?
Si legge su Living400Libs di una ragazza obesa a cena con amici fuori, in un ristorante, e del dover ascoltare per metà del pasto quelli del tavolo accanto sparare a zero sui ciccioni. "Nel microcosmo di quell'ora e di quella stanza, i loro commenti - scrive l'autrice del post - non dovevano necessariamente avere effetti su di me. Le loro opinioni non mi hanno fatto perdere il lavoro o la mia casa. Il fatto che pensino che le persone grasse non siano sexy non cambiava quello che era successo poco prima del pranzo tra me e il mio ragazzo. Ma, allo stesso tempo, le opinioni anti-obesi espresse da quel gruppetto di persone rafforzano la visione sociale dell'odio contro i ciccioni. L'idea che chiunque possa perdere peso, che i ciccioni siano stupidi o non si accettino o siano pigri in quanto non magri, fa sì che una persona con le mie qualifiche sia assunta con maggiori difficoltà. O pagata meno di un collega di pari qualifica. E' anche uno dei motivi per cui molti medici vedono i cicci come pazienti che non seguono le loro direttive, o deficienti perché per propria volontà evitano la magrezza, e via dicendo".

Ecco, forse, il fronte. Dove possiamo tracciare una linea?
I danni del bullismo, dell'odio, dell'ignoranza, della mancata comunicazione della realtà delle cose così come del suo opposto, lo scarso interesse che suscita il benessere degli altri, i danni dicevo sono molto più grandi tanto più giovani ci si espone a questo clima. Ma poi proseguono lungo tutta la vita adulta.

Che importanza può avere quando qualcuno parla in un certo modo dei ciccioni, come quei ragazzi in quel ristorante? A livello individuale non ne ha nessuna, probabilmente. Ma quei pregiudizi, quei luoghi comuni, quell'odio che si rafforzava tra di loro durante un pasto contribuiva alla visione dei ciccioni da parte della società nel suo complesso, era ad un tempo causa ed effetto dell'accondiscendenza generale verso il tiro al ciccione.

Ecco, quindi, che forse siamo arrivati al punto. Il bullo che assale una donna cicciona o un cameriere che ti guarda storto, beh contro questo si può davvero far poco. Pensare di "convertire" ad un livello di umana decenza e consapevolezza chi annega nella discriminazione sarebbe veramente come tentare di infilare il vento in bottiglia. Ma, come auspicava Susie, è invece possibile agire, tutti insieme, perché cambi la "visione complessiva" della società, quella che - a differenza delle parole di uno sconosciuto - già oggi causa così tante sofferenze. Come a dire, quindi, che il vento da imbottigliare non sono i pregiudizi di un estraneo, il vento è la corrente d'aria mefitica che si insinua nelle istituzioni, nei palazzi, nelle scuole, nei condomini, nelle televisioni. Forse è vero, non si può imbottigliare, ma si possono sempre chiudere le finestre e poi parlare, qui, sui social network, per strada, tra gli amici, del perché si è scelto di risparmiarsi quello spiffero assassino.

(fonte foto)

martedì 11 marzo 2014

Il nutrizionista: l'obesità è perlopiù determinata dall'ambiente

L'intervista a Francesco Iarrera, nutrizionista ed esponente di AIDAP, tra i primi professionisti del settore in Italia a porre al centro della questione obesità l'ambiente sociale e la discriminazione

CCD - La discriminazione entra di prepotenza nel dibattito sull'obesità, grazie in particolare al dott. Francesco Iarrera, nutrizionista del Centro di Riabilitazione Nutrizionale di Messina e referente regionale di AIDAP, l'Associazione Italiana Disturbi dell'Alimentazione e del Peso. Iarrera in queste settimane ha letteralmente rotto il ghiaccio grazie ad un brillante intervento sulla discriminazione apparso sulla newsletter di AIDAP, Emozioni e Cibo. Com'è ovvio gli ho immediatamente chiesto di parlarne per una intervista e ne è uscita una lunga e interessante chiacchierata a 360 gradi su obesità, disturbi alimentari, odio sociale, reality show e nutrizione. Ho cercato di sintetizzarla qui sotto.

Discriminazione e disturbi alimentari
Perché nel tuo intervento parli di "nuovi pregiudizi" anticicci, a cosa fai riferimento?
Iarrera: Quando parliamo di obesità, quando parliamo di obesi, ci troviamo di fronte ad una sorta di intolleranza razziale, una forma molto pericolosa di intolleranza. Non ci dobbiamo stupire: ogni qual volta come società e individui ci troviamo dinanzi a qualcosa che non conosciamo tendiamo a starne alla larga, e finiamo per considerarlo il male supremo.
Qui da noi questo è quello che accade. Oggi succede proprio questo con l'obesità.

Sono i pregiudizi che circondano l'obesità, e che si traducono nell'esclusione sociale degli obesi, parliamo di quelli?
Iarrera: Si attribuisce di tutto e di più agli obesi. Si dice che sono pigri, ad esempio, ma si può essere pigri o meno anche da magri. Si dice che gli obesi sono privi di volontà o non sanno mantenere un impegno. Sciocchezze, ovviamente, che sono però un problema nel momento in cui diventano il modo o la scusa per discriminare, allontanare, emarginare.

In che senso?
Iarrera: Questo è un problema culturale, nasce dalla non completa conoscenza dei meccanismi biologici e psicologici legati al sovrappeso. Si ignorano le cause scientificamente dimostrate, si attribuisce il sovrappeso ad una insufficienza dell'individuo.

E non è così? C'è chi attacca gli obesi perché - dice - lo sono per scelta.
Iarrera: Il problema è proprio questo. Come si può parlare di sovrappeso continuando ad ignorare che se il 25 per cento della questione è ascrivibile ad una responsabilità personale, il 75 per cento ha invece cause ambientali?

Come uomo ciccione sono cresciuto circondato da chi non solo mi diceva che vivevo in un corpo sbagliato ma anche che era tutta colpa mia. E se non me lo diceva mi faceva capire come la pensava. Un'esperienza, questa sì, epidemica, vista la quantità di cicci e cicce che l'hanno sperimentata e la sperimentano. Ora mi vieni a dire che non è così?
Iarrera: Le persone obese si trovano in una difficoltà biologica. Vivono una condizione che conoscono meglio di tutti, non hanno certo bisogno che siamo noi ad andarglielo a dire. Nel momento in cui la persona si sente colpevolizzata rispetto al proprio sovrappeso tende a fuggire. Paradossalmente l'accusa secondo cui l'obesità viene scelta non solo non aiuta a risolvere il problema ma, anzi, lo aggrava.

Sì, come sottolinei la ricerca va tutta in questa direzione, anche se viene ancora sostanzialmente ignorata, si fatica a trasformare questo concetto in cultura. Dal mio punto di vista posso dire che da adulto ho imparato, diciamo così, a difendermi. Certo, se ricordo quando ero piccolo...
Iarrera: Per i bambini è naturalmente molto peggio. Nel bambino la questione è potenzialmente ancor più grave. Perché se gli va bene non affronterà proprio il problema, se gli va male finirà per sviluppare un disturbo dell'alimentazione.

Quindi vedi una correlazione tra un clima sociale ostile e lo sviluppo di disordini alimentari?
Iarrera: Anoressia, bulimia, un approccio disturbato al cibo. Tutto questo arriva dall'ambiente, ancor più al bambino la cui identità ancora non è formata, la cui autostima è ancora in fase di evoluzione.

Mi puoi fare qualche esempio?
Iarrera: Nella nostra pratica clinica incontriamo molti bambini in cui rileviamo il ruolo dell'emarginazione, la percezione dell'esclusione è forte e li segna. Basti pensare che i bambini normopeso tendono a giocare meno con i bambini sovrappeso.

L'importanza dell'ambiente
A questo proposito ci sono ricerche, correggimi se sbaglio, secondo cui è deleterio far mescolare i bambini normoforma con quelli ciccioni perché tenderebbero a diventare ciccioni... Che ne pensi? A me sembra orrorifico il solo pensiero, ma io come ti ho detto lavoro su ciò che conosco, ossia la comunicazione sociale. In questo caso l'esclusione a causa della forma mi fa venire i capelli dritti.
Iarrera: La verità è che l'interazione sociale va in entrambe le direzioni. Se è vero che una persona magra che si circonda di persone sovrappeso rischia di sviluppare del sovrappeso, è anche vero il contrario.

Allora possiamo dire che ci condizioniamo a vicenda un po' in tutte le cose e che questo fa parte dell'interagire, che a sua volta è condizione essenziale di vita...
Iarrera: Ma il punto chiave, il vero nodo, è ancora una volta un altro, ed è l'ambiente.

Al contrario di altri medici, attribuisci moltissima importanza all'ambiente. Ne hai scritto e me ne hai parlato anche ora come di un elemento determinante. Quando parli di ambiente cosa intendi?
Iarrera: Se penso ai bambini, alle famiglie, ai compagni di giochi, ma anche - con gli adulti - ai colleghi e agli amici. A come gli uni si comportano con gli altri, come ci si relaziona, penso ai luoghi comuni, alla frequente ignoranza della scienza...

Io da esperto di comunicazione tendo a pensare molto all'ambiente mediatico, a quanto influiscano i media, come la televisione. Mi chiedo se possiamo ridere su fenomeni come quelli dei reality show antiobesi o se invece dovremmo investigarli seriamente
Iarrera: Non ci possiamo ridere sopra. L'ambiente mediatico di questo tipo è di una gravità assoluta. Se ci ragioni, è una esaltazione dei concetti di cui abbiamo parlato, dell'ambiente ostile, con l'aggiunta di una diseducazione molto grave.

Che intendi?
Iarrera: L'esempio più ovvio è proprio quello della forma. Si continua a enfatizzare il fattore di successo della magrezza, come se fosse la via al successo, anzi l'unica possibilità di successo personale, e questo naturalmente è problematico.
A questo si aggiunge l'idea della possibilità di perdita di peso con sistemi che sono al limite del realizzabile.

In che senso?
Iarrera: Pensiamo proprio ai reality show di cui parlavi. Non è ovviamente in alcun modo realistico che una persona non so vada in una clinica come quella del reality show dove un esercito di terapisti lo/la seguono giorno per giorno magari per un anno e mezzo. Ma il messaggio non è questo, il messaggio fa sì che chi segue quelle trasmissioni finisca per pensare di poter tradurre quel dimagrimento in una realtà anche per sé. La verità è che non si vive la vita con un tutor o seguiti da un pool di specialisti in una clinica.

Come esperto di comunicazione mi sento solo di aggiungere che questo genere di show mi sembrano deleteri non solo per il pubblico ciccione, che viene istigato a tentare di dimagrire in modi suicidi. Ma anche per quello normoforma: in questi show trovano conferma una quantità di luoghi comuni, pregiudizi, ossessioni che vengono ripetuti sotto varie forme e continuamente, dipinti sia negli atteggiamenti dei conduttori che in quelli a cui sono spinti i partecipanti.
Tra questi pregiudizi, evidentemente, c'è anche quello di chi ritiene fondamentalmente giusto che il ciccio o la ciccia si sentano abitanti di un corpo sbagliato. Molti ritengono che questo sia utile, addirittura che li spinga a dimagire, tanto da sentirsi legittimati a dire all'obeso quello che deve fare con il proprio corpo. E si arrabbiano persino quando qualcuno dice loro che si comportano da bulli. Che ne pensi?

Iarrera: Questo viene fuori di continuo. E' come se qualcuno potesse sapere meglio della persona sovrappeso che essere sovrappeso è un problema. Se io ho un peso di 150 chili saprò da solo che faccio fatica a salire le scale. Non ha senso fargli pesare una cosa che lui sa perfettamemte.
E' il modello del senso di colpa che è fallimentare e che incredibilmente ancora oggi viene utilizzato. Il sovrappeso di fatto è aggravato da questo genere di approccio che, come tutti quelli di questo tipo, non sono funzionali.
Parliamoci chiaro: ma se io ho malditesta siamo sicuri che debba esserci qualcuno che mi spiega che ho il malditesta? E magari insultiamo quella persona?

Il caos ascientifico, il fascino dei "maghi"
La mia sensazione è che viviamo in un momento molto caotico per tutto quello che riguarda l'alimentazione, le diversità, una cultura sofferente. Non percepiamo il valore dell'individuo. Anche quando si parla di nutrizione mi pare che vi sia molta confusione e questo anche determina comportamenti discriminanti. Come leggi la situazione attuale?
Iarrera: In cinquant'anni anni siamo passati dallo spingere un carretto ad andare in aereo, oggi usiamo i cibi precotti che acquistiamo al supermercato e non quelli che coltiviamo nel nostro orto. E' cambiato tutto l'ambiente.
Pensiamo alla dieta mediterranea. Quando si parla di questa dieta in realtà si dovrebbe specificare che si parla di uno stile mediterraneo vecchio di cinquant'anni. Quando l'uomo si alzava la mattina alle 5 per andare a lavorare nei campi. Lo stile di vita oggi è cambiato completamente.
Il punto è che non siamo geneticamente pronti per vivere in questo ambiente. L'ingrassamento è una logica conseguenza. L'uomo fino a non più di cento anni fa era stato costruito per accumulare risorse energetiche che gli consentissero di resistere alle carestie. I cambiamenti dal punto di vista genetico non sono affatto affrontabili facilmente.

Mi chiedo se non possa venirci un aiuto dalla cultura. Come mi hai detto negli ultimi decenni è cambiato tutto. Se non ce la facciamo sotto il profilo genetico forse potremmo lavorare sotto il piano culturale. Penso a chi inizia, forse siamo solo agli inizi, a riflettere in modo nuovo sul cibo. Con tutti i suoi limiti, non so, penso al vegeterianesimo, non è un indice di una riflessione nuova sull'alimentazione? C'è da sperare che da queste riflessioni emerga un approccio più evoluto?
Iarrera: Certo, un aspetto importante è quello culturale, una evoluzione in questo quadro potrebbe cambiare qualcosa e forse qualcosa sta cambiando. Ma la domanda rimane: stiamo prendendo la giusta direzione? Io non lo so. La ricerca scientifica in questo senso non è univoca, ci sono nodi controversi sulla riduzione di certi alimenti a favore di altri, ci sono pazienti che sviluppano disturbi in relazione all'alimentazione "politically correct". In una evoluzione del genere, diciamo, c'è una sottile linea di confine tra miglioramento e peggioramento.

Mi sembra che giriamo nel caos. A volte la sensazione da questa parte del tavolo è che le ricette per star bene o addirittura per dimagrire cambino diametralmente a seconda del medico con cui parli. Conosco persone che seguono diete che hanno letto sui libri, altre stabilite da nutrizionisti, altre ancora quelle di certi medici di famiglia che lavorano fuori protocollo. Se poi ci parli, scopri che le indicazioni cliniche delle une e delle altre fanno a botte, sono quasi in opposizione. Siamo nel caos, insomma.
Iarrera: Credo che il problema nasca dalla difficoltà di far emergere l'approccio scientifico. Alcuni terapeuti in ambito nutrizionale sembrano a volte trascurarlo, finiscono per cercare la genialità in un approccio che se basato sulla scienza medica non dovrebbe avere nulla di geniale.

I venditori di elisir in Italia hanno sempre avuto vita facile...
Iarrera: Io credo che un medico, un nutrizionista, non debba inventarsi nulla, deve solo applicare quello che la ricerca scientifica ha portato in superficie.

Mettendoti nei panni di un paziente, di qualcuno che ha davvero dei problemi di salute legati alla nutrizione... Come se ne esce?
Iarrera: Bisogna leggere. Leggere tanto, studiare, capire. E' complicato, mi rendo conto. Per esempio noi qui al nostro centro applichiamo la terapia comportamentale per le persone sovrappeso e i disturbi dell'alimentazione. Parliamo dell'applicazione del massimo dell'evidenza scientifica. Dovrebbe quindi essere questo lo standard dell'approccio all'intera questione. Ma - sorpresa - gli specialisti che la applicano sono pochi.

Come formare gli specialisti? Come ri-disegnare l'ambiente specialistico?
Iarrera: Noi proponiamo dei corsi di formazione su queste terapie, ma posso dirti che ai nostri corsi troviamo meno partecipanti di quanti si iscrivono, ad esempio, per studiare la dieta chetogenica (una dieta che va molto di moda, ndr.). Se vai però a leggere la ricerca, a studiare, scopri che molti studi non convalidano quel tipo di dieta. Siamo quindi di fronte ad un messaggio sbagliato.

Ho il timore che intervengano logiche di business...
Iarrera: Certo. Qui c'è un business che va ad invadere il campo scientifico, l'approccio miracolistico fa guadagnare molto di più. Non è la prima volta. E' successo anche con le intolleranze alimentari. Nel momento in cui sono emerse le evidenze scientifiche sulla inattendibilità di queste analisi un medico serio non può più proporle. Come AIDAP abbiamo un codice deontologico molto chiaro in questo senso. Ma penso anche al sondino nasogastrico, col quale qualcuno si è arricchito molto.
Il punto è che usare tecniche errate produce un doppio rischio, quello legato alla salute e quello della depressione dinanzi al fallimento.

Quando penso alla "lentezza culturale" penso anche ai grandi disagi che gli obesi, in particolare i grandi obesi, soffrono nel contatto con le strutture pubbliche, di trasporto o sanitarie. Che ne pensi?
Iarrera: Credo che questo sia legato ad una scarsa reattività all'evoluzione delle cose. Il mondo è cambiato rapidamente, e c'è una difficoltà, una lentezza nel trovare soluzioni a problemi vecchi di cent'anni, figuriamoci per quelli vecchi di vent'anni. Forse è un po' troppo ambizioso sperare che le strutture si adeguino rapidamente ad una condizione reale e molto nuova.

Amare se stessi e Health At Every Size
L'approccio di questo blog come sai è legato ad HAES, un approccio che partendo dall'accettazione di sé propone un percorso di salute legato alla gioia del ritrovare il senso del movimento fisico e di una nutrizione sana. Il primo passo per riguadagnare salute è accettare quello che siamo. Che ne pensi?
Iarrera: Il discorso è veramente complesso. Il sovrappeso oggi ha delle influenze a diversi livelli, di relazioni sociali, reazioni emotive, di autostima, aspetti che vengono influenzati negativamente dal sovrappeso. Non possiamo dimenticare che è un problema di salute, dovrei puntare a star bene e non a dimagrire, certo, ma non ho idea di cosa si possa fare per questo.

Non pensi sia possibile?
Iarrera: Intendo dire che il nostro percorso parte dal discorso dell'accettazione corporea, in modo che il paziente impari che può vivere dignitosamente con i propri chili di troppo. Il problema è lo scopo che spinge il paziente da noi.

Che intendi?
Iarrera: Non sono molti quelli che mettono al centro la salute. Molte persone si avvicinano ad un protocollo di terapia come il nostro perché vogliono perdere peso con obiettivi primari dichiarati, ad esempio per trovare fidanzati o fidanzate, per riuscire meglio nel proprio lavoro o per trovare una occupazione. Noi ci troviamo quindi a lavorare per tentare di ristrutturare questi pensieri, perché si arrivi alla conclusione che non è così, che si può avere una relazione affettiva anche se si è in sovrappeso, che ci si può sposare e avere successo nel lavoro; così come tutto questo può non accadere, anche se si è magri.
Qui ci scontriamo con una pressione culturale e ambientale che oggi è ossessiva.

Sì, ne sono consapevole. Anche per chi come me lavora specificamente sul linguaggio e individua in questa ossessione il principale ostacolo al benessere, alla fine ci si trova sempre a parlare di dimagrimento. Il che è deprimente, considerando appunto quello che dicevamo su salute e ricerca scientifica.
Iarrera: L'idea che si fanno i pazienti è che devono perdere peso, che quello per loro è l'unico sistema per star bene. Si innescano comportamenti deleteri, come il controllo ossessivo di alcune parti del corpo, ad esempio i fianchi. E si crea un circolo vizioso che finisce con evitare le attività. E quindi non vado al mare perché sono sovrappeso, innestando ulteriori negatività.

Come si può superare?
Iarrera: In verità l'insoddisfazione corporea si può affrontare con esercizi comportamentali. Ad esempio forzandosi ad aandare comunque al mare e scoprire quello che in realtà si sente. Gli esercizi condotti a dovere migliorando la soddisfazione, la percezione di sé. Ma quando il costrutto psicologico è legato anche alla giovane età i condizionamenti sono troppo forti per lavorare su questo fronte.


lunedì 10 marzo 2014

Io rimarrò sempre un po' grassa

Una riflessione di Shaunta Grimes sulla perdita di peso. E sul perché le strade abbandonate è meglio non tornare a percorrerle



Via la bilancia, via con la gioia. Fuori l'odio, dentro il piacere. Sì ad un'alimentazione corretta, no alla privazione alimentare. Shaunta Grimes, scrittrice e tra le più argute attiviste del movimento internazionale per la libertà ponderale nonché alfiere dell'approccio HAES, ha scritto un piccolo post sulle proprie scelte di vita, comprese quelle alimentari. Un po' per ricordarlo a se stessa, cosa molto utile quando si lavora con HAES, un po' per ricordare a tutti che un'altra via è possibile. Eccolo in una veloce traduzione:

"Questa citazione mi ha davvero fatto pensare:
Sì, posso farcela a perdere quei 7 chili così da infilarmi molto più comodamente il vestito di Bébé che ho comprato mesi fa. Ma se devo farlo non mangiando più frutta, o pane appena sfornato, o yogurt greco, o miele, per un anno, allora, beh, continuerò a pesare 7 chili più di quanto si supponga che debba pesare
Ora, d'accordo, il mio corpo è assai più imponente di chi ha scritto questa citazione. Ma ok. Trovo molto interessante quello che ha scritto. E' qualcosa con cui mi trovo spesso a dover fare i conti, in quanto appartengo ad un mondo dove molti di coloro che conosco stanno facendo qualche forma di dieta basata sulla privazione.

Il punto è che non sono disponibile a passare il resto della mia vita senza mangiare dolci al cioccolato perché devo scendere ancora quel chilo, o della pizza fatta in casa o del popcorn in una serata cinematografica in famiglia. Non ho intenzione di smettere di mangiare pane, banane o cibo messicano.

Sono invece molto determinata nel continuare a lavorare per costruire una relazione sana con il cibo.

Per me c'è una grossa differenza tra l'avere due dolcetti al cioccolato quando sono ad un giro di boa e mangiare invece tutti quelli contenuti in una confezione, per spaventarmi poi perché A) Il mio corpo non risponde bene all'introitare tutti quelli zuccheri in una volta sola B) Sono sommersa dal senso di colpa per non avere forza di volontà.

E' la differenza tra mangiare un paio di pezzi di pizza e una ciotola di popcorn quando la mia famiglia decide che è il momento di una maratona Ghostbusters, e poi mangiare metà pizza tutta da sola e giurare dopo che mai più mangerò pizza (bugia).

Io sono quasi certa che oggi il mio corpo non è al suo giusto peso, sempre che esista una cosa di questo tipo (penso in effetti che esista, ma non è questo il punto), e so che se continuo a nuotare e mangiare cibo il mio corpo continuerà a diventare più forte e più in forma, più in salute e, già, anche più magro (vi ricorda qualcosa? ndr.).

Ma non ho alcuna intenzione di tornare indietro a quando dimagrire era il mio obiettivo. Non sono disposta a smettere di mangiare con piacere e senza sensi di colpa e in quantità che mi diano soddisfazione e con cui io mi senta confortevole, in modo dare al mio corpo il modo di vivere la mia vita".

(fonte foto)

domenica 9 marzo 2014

Ai ciccioni certe meretrici chiedono dieci euro in più

Denunciati a Pavia in cinque, comprese quattro donne per favoreggiamento della prostituzione. Facevano pagare di più le proprie prestazioni se il cliente era ciccione




CCD - Dovrei probabilmente inaugurare una sezione del blog da definire "minipost", perché capitano segnalazioni o poco più che val la pena pubblicare perché ci aiutano a ragionare, ma sulle quali forse non ha molto senso soffermarsi troppo. E' il caso di un'operazione di polizia che ha portato allo smantellamento di un "centro massaggi" a Mortara, nei pressi di Pavia.

Da quanto si apprende i Carabinieri hanno scoperto che il locale era una copertura per un'attività di prostituzione.

"Il centro massaggi - recitano le cronache - si trovava in un appartamento di via Torino ed al loro ingresso i carabinieri si sono trovati di fronte una scena inequivocabile sulle attività svolte, confermate dalla presenza di centinaia di confezioni di preservativi". Quattro le donne denunciate per favoreggiamento della prostituzione, una è anche inquisita per sfruttamento, tutte di origine cinese. A sua volta denunciato il proprietario italiano dell'appartamento, che stando agli inquirenti era a conoscenza dei fatti.

Voi direte... e allora? Ecco, il particolare che mi ha colpito è che parrebbe che i massaggi speciali venissero fatti pagare 10 euro in più qualora i clienti fossero sovrappeso. Eh? Sì, proprio questo riportano le agenzie. Senza voler naturalmente entrare nella questione prostituzione né - figuriamoci - in una indagine per attività illegali, non può non saltare all'occhio il particolare. La "maggiorazione" nelle prestazioni era dell'ordine del 10 o 20 per cento, con le tariffe standard comprese tra i 50 e i 100 euro. Io non ho sinceramente idea di quale sia il pubblico di questo genere di attività né conosco qualcuno a cui poter chiedere lumi, ma trovo emblematica la maggiorazione per i ciccioni e mi chiedo quale effetto potesse avere sui clienti obesi questo genere di "discriminazione" e da cosa dipendesse. Che ne pensate?

(fonte foto)

venerdì 7 marzo 2014

Accettarsi come obesi significa giustificare l'obesità?

Ma davvero qualcuno qui crede di avere il diritto di chiedere ad un altro umano di giustificare la propria esistenza? Sì. Qualcuno la pensa proprio così



Quante volte lo avete sentito?
Quando mi capita di parlare con qualcuno di cicciosità e dintorni, è questa la prima obiezione che mi viene fatta non appena l'interlocutore si rende conto che non solo sono un ciccione ma che non mi sento in colpa per questo. Mi viene detto che "accettarsi come obesi significa in realtà giustificare l'essere obesi". O peggio ancora, apriti cielo, l'obesità. Obiezione spesso condita da battutine, sorrisetti, incitamenti ("dai su ammettilo" ecc.).

Io non ho sinceramente idea di cosa possa spingere qualcuno a ritenere che io debba giustificare a lui o lei la mia attuale condizione di esistenza. Non so quale perversione egoica abbia preso possesso di chi fa un'asserzione del genere. Ma scherziamo? Giustificarmi? Dovrei sentirmi colpevole per quello che sono? E questo dovrebbe aiutare chi? Chiunque dica una cosa del genere a qualcun altro temo che soffra di un ego smisurato e quindi di una sostanziale insoddisfazione esistenziale. Per questo, penso subito dopo, devo essere tollerante.

Se voglio dialogare, infatti, sono obbligato a spiegare anche a chi ha urgenza di sostegno psichiatrico. Per esempio, che avvicinarsi ad HAES, ossia ad una modalità gioiosa e salutare di vivere, è una scelta molto personale e molto consapevole. Significa, nel mio caso, scrollarsi di dosso decenni di stigmatizzazione, di colpevolizzazione. Spiego che smettere di sentirsi in colpa per ciò che si è significa accettarsi. E accettarsi porta ad amare se stessi per quello che si è. Tutte cose che chi legge questo blog già ben conosce, ma è davvero sorprendente quanto spesso lo debba evidenziare.

Se devo essere sincero mi capita anche di non farlo. Di non mettermi lì a raccontare i dettagli, a costruire ponti tra il pregiudizio e la realtà sperando così di cambiare sia il primo che la seconda. Soprattutto se il mio interlocutore è su Internet e non lo conosco granché, magari neppure direttamente. In quel caso mi sembra così difficile superare con una mail o un tweet il condizionamento di cui lui/lei soffre che finisco per lasciar perdere, magari mi limito a mandare un link, o lasciare un tag (#HAES, evidentemente), una sorta di "amo" per la sua intelligenza. Sarà poi lui/lei a decidere che farne.

In generale, però, mi rendo conto parlandone ora che lo scopo di questo blog, di tutto questo grosso lavoro di indagine che sto conducendo dal 2008, è uno solo. Ricordare a noi stessi che ciascuno di noi è - per dirla con Silvano Agosti - un grande ed unico capolavoro. Ognuno di noi merita rispetto e amore. Ognuno merita di vivere fino in fondo la propria vita a proprio modo. Lo stereotipo che diventa discriminazione, l'odio che sfocia nella violenza, tutto tende a condizionare i cicci, uomini e donne, a far sentire loro che il proprio corpo è sbagliato. Che sono cresciuti sbagliati. Che sono sbagliati. Ecco, se c'è una cosa che vorrei tanto che questo blog riuscisse a distribuire a chiare lettere tra i suoi lettori è una grande fiducia in se stessi. Siamo esseri unici. Rivendichiamolo. E ricordiamolo sempre, prima di tutti a noi stessi.

(fonte foto)

giovedì 6 marzo 2014

E' Godzilla? No. E' la nuda Flabzilla

Una città minacciata da un mostro enorme che arriva dal nulla e che ad ogni passo butta giù edifici, schiaccia chiunque si trovi per strada. Ma non è Godzilla. Né un altro Kaijù



A realizzarlo ci ha pensato Kaylegh O'Keefe: si tratta di un videoclip con cui l'artista statunitense ha voluto lanciare un messaggio al mondo sfruttando uno degli scenari più battuti nell'immaginario fantascientifico, quello dei grandi mostri che emergono dalle acque per distruggere le metropoli giapponesi, i cosiddetti "Kaijù".

A breve distanza dall'uscita nei cinema di un colossal di settore, Pacific Rim, O'Keefe ha voluto infilarsi in questo contesto nel tentativo di spiazzare il pubblico, proponendo la sua singolarissima versione del mostro: Flabzilla. Una donna enorme e nuda che provoca devastazione a Londra. Se ne parliamo qui, evidentemente, è perché Flabzilla è grassa, e la sua inattesa incursione in questo specifico mondo sci-fi ottiene un effetto singolare, a metà tra l'ironico e la denuncia sociale. O'Keefe ne ha parlato a lungo sul suo blog, dove si leggono tutti i dettagli di una operazione che ha richiesto molte molte ore di preparazione.

Classificato come #fatactivism, attivismo ciccione, il video ha già raggiunto su Vimeo circa 5mila visite. Come l'autrice ha spiegato in radio, il suo scopo è sdoganare l'immagine della donna ponderalmente rilevante rendendola proprio gigantesca, di proporzioni così mastodontiche da togliere carburante all'odio iniettando ironia, comicità con in più l'afflato libertario della nudità. Qui sotto il video:

Flabzilla from Kayleigh O'Keefe on Vimeo.


mercoledì 5 marzo 2014

Si fa presto a dire esercizio fisico

A te non piace fare esercizio fisico? Bene, nessuno ti può giudicare per questo. Sei ciccio? Ciccia? La nostra storia ci dice molto, e spesso definisce ciò che vogliamo



Ce l'abbiamo tutti sulla testa, come una grossa spada appesa ad un filo, anche se non ci chiamiamo Damocle. E' parte della psicosi collettiva sull'obesità. Pende sulla testa di tutti i cicci, che lo vogliano o meno. E', rullo di tamburi, l'esercizio fisico.

Prima di perderci in questo budello psicotropico in cui si mescolano bullismo e diritti, lasciatemi dire che non siamo qui ad esaltare il movimento fisico. Ognuno di noi conduce la propria vita come meglio crede, se c'è chi fa esercizio fisico ci sarà anche sicuramente chi non lo fa. Le ragioni per cui questo accade sono, in un caso e nell'altro, del tutto personali e insondabili. C'è gente a cui non piace farlo. Giudicare qualcuno per questo è, tanto per cambiare, una inaccettabile semplificazione della complessità identitaria. Ma perché questa premessa? Perché se è vero che c'è a chi non piace muoversi, c'è anche chi invece vorrebbe, ma le proprie esperienze sono tali da tenerlo o tenerla lontano dall'attività.

Basta parlare con le persone per scoprire che c'è chi non fa movimento perché a scuola veniva preso/a in giro in quanto non "performante", o perché preso/a di mira da istruttori incapaci in palestra, e dio solo sa quanti sono, o magari semplicemente perché ci sono cicci così abituati ad avere un corpo ritenuto "inadatto" all'esercizio che neppure ci provano. Molti crescono con questi condizionamenti e se è il vostro caso, cari cicci miei, non siete soli, ci siamo passati in tanti. Ciò non toglie, anzi conferma, che si tratta di forme di discriminazione che possiamo scegliere di lasciarci alle spalle.

Scrive una straordinaria blogger americana, Leah Bee, su questo tema: "Non sono mai stata una ragazzina molto attiva. Amavo leggere, giocare con i dinosauri di plastica, cercare salamandre nel bosco. Odiavo l'educazione fisica a scuola. Non mi piacevano gli sport. Non mi piacevano le camminate nel bosco o lo sci di fondo, le attività preferite dei miei genitori. Una volta giunta alla pubertà il mio corpo divenne soffice e ciccioso e il mio gelo verso l'attività fisica non era più soltanto un tratto della personalità, improvvisamente divenne un difetto. Un indicatore della mia pigrizia e del mio atteggiamento sbagliato o, almeno, così i miei genitori interpretavano le mie proteste. Capii rapidamente che venivo forzata a fare le passeggiate perché ero grassa. Mia madre mi incoraggiava ad andare con lei in palestra. E io mi sentivo fuori posto, imbarazzata. La mia presenza in questo spazio adulto un po' scuro, pauroso e puzzolente lo vivevo come una punizione per essere una ragazza grassa e pigra".

Un amico a cui non piace fare esercizio fisico quando vede qualcuno che corre in un parco o guarda me che faccio attività fa spesso la battuta: "hai paura di morire". Già, perché il movimento fisico non permetterà a nessuno di diventare un essere immortale né impedirà, diononvoglia, di venir fatalmente azzannato da un vorace squalo bianco sotto uno splendido sole d'agosto. Il punto, cioè, è che ci sono molte cose che possiamo o non possiamo fare nella nostra vita che hanno un impatto sulla nostra salute. Ma nessuno può imporre ad un altro un comportamento, né un paese può imporre ai suoi cittadini di perseguire comportamenti "salutistici". Se lo facesse, infatti, ci si dovrebbe scontrare con tante altre cose: diritto alle ore di sonno, tipologia di cibo a disposizione, di bevande, di passatempi, con imposizioni sul numero di ore passato a fare questo o quello. Una società totalitaristica, insomma, che pur spaventosa e raggelante pare rimanga la segreta aspirazione dei bulli della magrezza. La normalizzazione che tanto attira i profeti del salutismo ossessivo non può essere che un'aspirazione utopica ad una società di uguali, cioè di una società destinata ad arrotolarsi su se stessa e morire.

Tornando a noi. Un modo per lasciarsi alle spalle le esperienze che furono è dirsi quello che l'esercizio non è e non fa. I bulli di cui sopra, sostenuti da mandrie di disinformati e da un business succulento che ci campa sopra, hanno sempre detto che fare esercizio fa dimagrire. E anche se la ricerca non ha prodotto alcuna dimostrazione di ciò, le palestre di mezzo mondo sono piene di cicci - quelli che non si vergognano - che passano ore a fare attività ripetitive nel tentativo di perdere chili. Quando non li perdono, naturalmente, intervengono i missionari del dietismo, spiegando che oltre a giocarsi la vita su un'ellittica è anche necessario privarsi delle calorie, dei grassi, del sorriso e del buonumore. Come insegna HAES se l'obiettivo è perdere peso e non è invece guadagnare in salute, passare vite intere su un tapis roullant potrebbe rivelarsi deludente.

Scrive ancora Leah: "All'epoca del college cambiò tutto grazie ad una fantastica istruttrice di Aerobica. Presi a fare palestra, cardiofitness, aerobica e vari altri generi di esercizi. Nel giro di due anni avevo iniziato a passare fino a due ore al giorno in palestra, e avevo perso tantissimo peso. Non che fossi soddisfatta di quei cambiamenti, ma mi sentivo sulla buona strada. La moderazione non era certo il mio mantra. Poi, quando ho iniziato a lavorare, non ho più avuto quelle ore ogni giorno per l'attività fisica". A quel punto sono cambiati anche gli istruttori nella sua palestra, e quindi anche quel poco che faceva ha smesso di essere piacevole. Tre anni dopo "sono più pesante di quanto sia mai stata nella mia vita. Per la maggiorparte del 2013 sono stata sedentaria. Ho avuto vari tentativi di tornare in palestra. Ma ogni volta capitava qualcosa, come un istruttore che mi si avvicinava mentre faticavo sull'ellittica per dirmi cose come Brava, stai facendo i primi passi verso una migliore te stessa o cavolate come questa. Volevo dar loro un pugno, tutte le volte che lo dicevano. Io sono già una migliore me stessa. Ho degli interessi, ho degli amici. Ho una vita. Ma magari poi peggioravano la cosa cercando di farmi abbonare per avere sessioni di personal training perché chi è all'inizio ha sempre bisogno di qualcuno che mostri come fare le cose per bene. Io all'inizio? Ma scherziamo?"

Come dice Regan Chastain, celebre teorica HAES, la ricerca non ci spiega come dimagrire consumando le suole su un tapis roullant, ci parla invece di moderazione, la qualità che mancava a Leah. Ci dice, infatti, che fare ogni giorno più o meno una mezz'ora di attività moderata è un consiglio utile a tutti, perché tende ad aver un effetto benefico sulla propria salute.

Riassumendo: nel tentativo di riappacificarci con l'esercizio fisico, se questo è ciò che si vuole, magari per iniziare un percorso HAES, possiamo smetterla di pensarci come "atleti mancati" e fissare obiettivi realistici, prima di tutto piacevoli. Andare per tentativi, esplorare le diverse possibilità di fare attività e vedere quali ci sembrano più gradevoli, scoprendo come reagisce il nostro organismo. Soprattutto, e questo è probabilmente lo scoglio più duro, è necessario puntare alla salute e non al dimagrimento. In ambito HAES, come sa chi segue questo blog, perdere peso può essere un "effetto collaterale" di una ritrovata gaiezza dell'esistenza, ma se diventa quello l'obiettivo primario si rientra nel circolo vizioso del dietismo. E, in quel caso, non c'è attività che tenga, la tragedia, la depressione e il fallimento sono dietro l'angolo.

(fonte foto)

domenica 23 febbraio 2014

Un continente tutto pieno pieno di obesi

Facciamo un piccolo sforzo di immaginazione. Così capiamo una cosa. Che è importante.



Immaginiamo il mondo, visualizziamo proprio nel nostro cervello tutta la Terra. Mettiamoci sopra tanti miliardi di umani. Di questi miliardi selezioniamo quelli, e sono tantissimi, che sono ciccioni. Quanti eh? E quanto spazio che occupano. Sono centinaia di milioni, una fetta enorme della popolazione mondiale. Ora, per comodità, mettiamoli tutti in un continente a scelta e allontaniamo i normoforma per un attimo. Li avete presenti? Dove li avete messi? Io ora ce li ho tutti in testa in Sudamerica.

Andiamo avanti, approfondiamo. Come mai sono così tanti? A dar retta ai luoghi comuni, qui parliamo di un continente pieno di gente che mangia tutto quello che può quando può, che occupa tutto lo spazio che c'è e che, oltre a puzzare, vive fondamentalmente depressa, non ha relazioni affettive e muore prematuramente. Allora, procedendo, possiamo dire che abbiamo in testa il Continente che avete scelto affollato all'inverosimile di gente fuori di testa, di pazzi.

Ora, con in testa questo Continente di matti, ditemi se vi sembra più credibile che siano tutti pazzi, tutti quelli là, tutti quei milioni e milioni di persone, o che - invece - siano tondi per loro natura. Mi spiego meglio. E' più facile credere che noi ciccioni siamo davvero gente che non ha a cuore la propria salute, che vuole morire presto, che vuole essere dileggiata e ostraccizzata, che vuole essere pagata meno e ritenuta obbrobriosa dal resto della popolazione o - invece - è più facile credere che esistano condizioni psicologiche, ambientali, genetiche, questioni complesse, diciamo, che fanno sì che un intero continente di persone nel mondo sia pieno di gente fatta - più semplicemente - in modo diverso da quella che abita gli altri continenti?

E' da qui che possiamo analizzare certe notizie, come quella esplosa ieri sulla stampa italiana, secondo cui l'obesità ha radici genetiche. Voi direte: sai che novità. Già. Infatti. Il punto è che la genetica è un territorio ancora parzialmente inesplorato e ogni tanto i ricercatori di quà o di là riescono ad aggiungere un pezzetto al grande puzzle. In questo caso sono scienziati cinesi: hanno individuato un gene, SLC35D3, che - mutato - potrebbe essere responsabile dell'ingrassamento e dello sviluppo di tutta una serie di patologie che sono più frequentemente riscontrate in persone obese.

Questa novità si aggiunge agli altri pezzettini di cui abbiamo parlato: la genetica che influisce sull'assorbimento intestinale, quella che influisce sul palato e la percezione del grasso, quella che coinvolge gli interruttori cerebrali del piacere e quelli della conservazione della specie.

Ecco. Ci siamo? Bene. Tornando ai pazzi che popolano un intero continente, dunque, ci troviamo dinanzi ad umani di forma diversa da quella della maggioranza. Gente rotonda. Eppure ognuno di loro è rotondo per un motivo diverso. Sembra ovvio, in fondo siamo tutti diversi. Voglio dire: si vede che lo siamo. E in questa diversità un ruolo importante lo gioca la genetica. I geni. Quei mattoncini che decidono per molti, molti aspetti, come sarà e come è la nostra vita.

Ecco. Allora forse potremmo iniziare a pensare che quel continente pieno di gente non è in realtà pieno di matti. E' pieno di umani che - guarda un po' - sono uguali perché tondi ma diversi perché tondi. Alcuni di loro lo sono per cause genetiche - diverse tra di loro - altri per ragioni familiari e personali, altri per questioni psicologiche, altri... Continuo? Siamo tutti diversi, siamo uguali, non siamo pazzi. Facciamocene, tutti - a cominciare da noi cicci - una ragione. Sia mai che ci scappi un sorriso in più. 

(fonte immagine)

sabato 22 febbraio 2014

Esistere non è una malattia cronica

Un altro fattore di rischio viene spacciato come patologia, proprio come accade con l'obesità. E' la solitudine. Quando esistere diventa una malattia cronica



Mettiamo subito le mani avanti. L'infarto è la causa di morte più diffusa nel mondo occidentale, seguito dai tumori. Patologie terrificanti che non sempre si riesce a prevenire. Ora è emerso, e tutta la stampa italiana ne ha dato grande rilievo, che gli over50 che vivono da soli tendono a morire molto più di chi solo non è. E basta questo perché i nostri media trasformino uno stato dell'esistenza in una malattia. Vi ricorda qualcosa? Sì. E' già accaduto con l'obesità.

Nei giorni scorsi uno studio dell'Università di Chicago ha informato di un fattore di rischio elevato per la mortalità in chi soffre di una solitudine estrema. Un fattore di rischio, è stato spiegato dai ricercatori, che aumenta del 14 per cento le possibilità che una persona over50 muoia prematuramente rispetto a chi, invece, solo non si sente.

Sono due le evidenze di interesse per noi. La prima è che sulla stampa il fattore di rischio della solutidine, peraltro già noto ma non così attentamente misurato, è diventata una sorta di "nuova patologia" cronica. La seconda è che John Cacioppo, docente e ricercatore dell'Università di Chicago, ha dichiarato che questo fattore di rischio uccide quasi quanto il fattore povertà ed ha un impatto - attenzione, che qui è il nodo - "due volte superiore dell'obesità nella morte prematura". Non voglio insistere su questo, ma è curioso come si utilizzi l'obesità quale metro di misurazione del rischio-morte, come se potesse essere considerato un punto di riferimento univoco. La stampa italiota naturalmente ci è andata a nozze e la notizia è diventata che la solitudine uccide due volte più dell'obesità.

L'obesità, come noto, in sé non uccide nessuno. L'eccessiva massa ponderale è un fattore di rischio ampiamente conosciuto per malattie cardiovascolari, tumorali e molto altro. Ma l'obesità non è una patologia in quanto è uno stato, un fattore esistenziale, un dato identitario. Con la nota diffusa dall'Università e ripresa con la solita assenza di una qualsiasi lettura critica dai media italiani (scopiazzando in realtà l'articolo del Guardian e non la nota originale dell'ateneo), lo stesso trattamento lo sta subendo la Solitudine.

Con l'avanzare dell'età, dicono i ricercatori, aumenta la velocità di un decadimento fisico e mentale che per chi è solo tende a essere molto più accelerato. Chi non lo è invece sviluppa una specifica resistenza che impatta positivamente su ogni aspetto dell'esistenza. La solitudine, è stato detto, tende a disturbare il sonno, aumentare la pressione arteriosa e lo stress, alterare il sistema immunitario e sviluppare depressione.

L'ovvia raccomandazione dei ricercatori è di non perdere mai di vista la propria vita sociale e familiare. Di rimanere in contatto con amici e parenti o ex colleghi e possibilmente aumentare le proprie relazioni quotidiane. Se suona familiare, come raccomandazione, è perché ricorda quelle che vengono fatte agli obesi: dimagrire, cambiare modo di alimentarsi, fare movimento e via dicendo.

Qui non si vogliono sottovalutare i fattori di rischio. Ma occorre tracciare una linea: se un adulto over50 vive da solo, o è solo, è sicuramente una buona cosa che conosca, come dire, l'intero quadro del rischio. Ma se e come "uscirne" è affare suo, suo ed esclusivo. Perché la solitudine è una condizione di vita, con origini spesso remote e complesse, sicuramente tutte molto personali ed intime. Allo stesso modo l'obesità. E' bene conoscerne i rischi, ma nessuno ha titolo per dire ad un obeso come vivere la propria condizione, se e come cambiarla, né tantomeno imporre a lui o a lei un diverso modo di esistere. Quella è violenza, è bullismo, ed è un prodotto dei sottointesi di notizie come quella di oggi e di un linguaggio a dir poco ignorante adottato dai "comunicatori". Essere, esistere, non significa essere malati. Punto.


C'è solo da sperare che gli over50 che sono soli non inizino a subire lo stesso trattamento riservato agli obesi. Essere ciccioni non è una colpa, ma non lo è neanche essere soli. Impariamo a distinguere fattore di rischio e patologie, e impariamo a non giudicare, il mondo sarà subito più grande e più bello. Fuori c'è il sole, perché sperare nella pioggia?

(fonte foto)

mercoledì 19 febbraio 2014

Ma i ciccioni muoiono all'improvviso?

Quando se ne vanno così, da un giorno all'altro, tutti pensano che sia accaduto per colpa dell'obesità. E che, in qualche modo, se la siano andata a cercare. I casi di Heavy D. e Big Pun



Quando un ciccio o una ciccia muoiono all'improvviso, da un giorno all'altro, qual è la nostra reazione? Se lo è chiesto in un vecchio post CeCe di New York, la Plus Size Princess per eccellenza, un post che ho pensato fosse utile riportare qui in una veloce traduzione:
"Sabato pomeriggio mi sono sottoposta ad una nuova classe di ginnastica in palestra. L'insegnante era una donna superallenata, con addominali scolpiti e tatuaggi sulla pancia. Ci ha fatto lavorare duramente e alla fine eravamo tutti sudatissimi. Gli ultimi 15 minuti li abbiamo spesi tra addominali e stretching.

Mentre eravamo là a massacrarci sui nostri tappetini, lei ci ha aggiornato su alcuni fatti di attualità. "Ci potete credere? Heavy D. è morto", ci ha detto avvicinando il gomito al ginocchio. "Ho sentito... è da matti.. aveva solo 44 anni", ha aggiunto qualcuno dal fondo della sala. "Era un uomo gigante, ma leggero però quando si muoveva - ha continuato l'istruttrice - qualcuno sa com'è morto?"

Una serie di risposte sono arrivate dalla classe: "Polmonite?" "Diabete?" "Un attacco di cuore, ho sentito". L'istruttrice intanto ha cambiato posizione e via noi tutti insieme a lei. E ha detto: "Sì, ho sentito che è stato un attacco di cuore. La cosa assurda è che aveva appena perso tutto quel peso, non è giusto!"

Un'altra donna si è aggiunta, "Sì, ho sentito di persone che perdono peso e poi muoiono. Non ha senso". E qualcun altro: "E' successo anche a Big Pun, veh?" "Essì" "Morire dopo aver perso peso... è così triste". Poi qualcun altro ha aggiunto con voce ferma: "Anche le persone magre hanno attacchi di cuore". C'è stata una lunga pausa, poi l'istruttrice si è seduta e ha riso: "Lo sai, hai ragione. Assolutamente vero".

Ascoltando la conversazione, sentivo una chiarissima implicazione secondo cui ci si aspetta che le persone ponderalmente importanti muoiano all'improvviso e che, quando e se accade, questo sia più o meno "colpa loro". Alla mia istruttrice e alle altre donne nella stanza, le morti premature di Heavy D. e Big Pun sembravano tristi, ma erano ancora più tristi perché accadute dopo che entrambi avevano perso peso.

Il fatto è che abbiamo ormai istruito le nostre menti, per cui l'obesità ti mette a rischio elevato di diabete, attacchi di cuore, infarti ecc. Ed è vero, il rischio c'è, ma questo non significa che se due uomini di 44 anni muoiono di attacco di cuore ed uno è magro noi si debba provare più dolore per quello magro.

Ho un conoscente che pesa quasi 200 chili. Ha successo, molti soldi, ma quando lo guardo mi preoccupo. Quando ci incontriamo, vedo che non può stare in piedi a lungo, le sue braccia cadono pesantemente ai suoi lati quando cammina e la sua schiena si inarca per stabilizzare il suo stomaco enorme. Io sono una donna grossa e in salute, e capisco bene che il numero sulla bilancia non dice se si è in salute o meno. Ma mentre scrivo non posso chiedermi come reagire se, Dio non voglia, gli succedesse qualcosa. Penserei subito alle sue dimensioni? Spero di no... ma non lo so. Ogni articolo che ho letto sulla morte di Heavy D. parla del suo peso, di oltre 150 chili, così come ogni pezzo sulla scomparsa di Amy Whinehouse parla della sua tossicodipendenza. In entrambi i casi, penso che i media ci stiano dicendo sotto sotto che "lo dovevano sapere". E io non credo che questo sia giusto".
Ho apprezzato molto il post di CeCe perché non nega il fattore di rischio legato all'obesità, semplicemente lo posiziona dove merita di essere, un fattore di rischio. Il focus del suo post, invece, è su come noi reagiamo dinanzi alla morte di una persona ponderalmente rilevante. Riusciamo ad essere obiettivi? A provare dolore per la sua scomparsa? O ci facciamo travolgere dal giudizio, trovando magari una qualche rassicurazione personale sul fatto che quella morte "era prevedibile", come spesso sembrano dirci gli articoli che parlano della morte di un personaggio noto?

Ecco, io stesso, che pure ogni giorno mi pongo il problema del linguaggio e della comunicazione attorno all'obesità, mi rendo conto del fortissimo condizionamento di cui sono vittima. Probabilmente, come CeCe, anche io tenderei a reagire di primo acchito pensando alla "mole" dello scomparso. Ma non è questa una semplificazione inconcepibile dinanzi alla complessità della vita umana? Non è un modo per giudicare, quindi uccidere - anche dentro di noi - qualcuno? Magari alla fine non è giudicare tanto chi non c'è più, quanto chi rimane da quest'altra parte? Dove inizia la discriminazione, non nasce forse dalle nostre paure?

(fonte foto, nella foto Heavy D.)

domenica 16 febbraio 2014

Ricerca/ Le fanfaluche sull'obesità fanno male

Per il mondo del dietismo definire l'obesità una malattia potrebbe avere conseguenze tutt'altro che positive. Ma per HAES? I risultati di un nuovo studio



Che l'obesità sia un fattore di rischio e non una malattia lo sappiamo già, ma sui media italiani e internazionali si fa una gran fatica a cogliere la differenza. Il problema, dice un studio statunitense, è che definire l'obesità una patologia diminuisce le possibilità di scelta dell'individuo. E nuoce alla sua salute.

Secondo il rapporto pubblicato su Psychological Science, pubblicazione di riferimento per l'omonima associazione professionale statunitense, i messaggi che descrivono l'obesità come patologia possono disgregare comportamenti salutari di cicci e cicce.

Le evidenze di uno studio condotto di recente secondo gli autori parlano chiaro: gli obesi esposti al messaggio dell'obesità come malattia sembravano meno preoccupati del proprio peso e della propria alimentazione, due condizioni che secondo gli autori potrebbero portare a scelte alimentari dannose.

Le ricercatrici autrici dello studio, condotto presso l'Università di Richmond e quella del Minnesota, hanno intrapreso questa ricerca dopoché l'American Medical Association nel giugno dello scorso anno ha dichiarato ufficialmente che l'obesità sia una malattia. Una dichiarazione che pur contrastando con il fact sheet dell'OMS e le ricerche in materia, secondo AMA avrebbe consentito di prendere di mira in modo più efficace quella che viene definita "epidemia".

"Dal momento che l'obesità viene percepito come un problema di salute pubblico cruciale - dicono le ricercatrici - una più profonda conoscenza dell'impatto del messaggio l'obesità è una malattia può avere implicazioni rilevanti sia a livello individuale che di politiche pubbliche. Gli esperti hanno dibattuto i meriti e le criticità della posizione dell'AMA e noi abbiamo voluto contribuire a quella discussione focalizzandoci sulle ripercussioni psicologiche".

Sono così stati reclutati 700 partecipanti per una rilevazione spalmata su tre diverse prove. Alcuni hanno letto articoli sulla salute e il peso e hanno poi risposto ad un questionario. Altri hanno riempito il questionario dopo aver letto dell'obesità descritta come malattia, altri ancora hanno letto articoli che chiarivano perché l'obesità non è una malattia. A tutti i partecipanti sono state prese le misure corporee per dividerli in normopeso e obesi con il BMI, il vetusto standard di riferimento ancora ampiamente usato.

I risultati dicono che i partecipanti obesi che hanno letto dell'obesità come malattia erano meno interessati ad una alimentazione salutaria e in generale assai meno preoccupati dell'aspetto peso della propria forma degli altri due gruppi. E questo, evidentemente, preoccupa le ricercatrici.

Dal nostro punto di vista, però, la situazione è completamente ribaltata: il gruppo di coloro che si preoccupa meno della propria forma è risultato anche quello che è maggiormente soddisfatto di se stesso. Ed è anche emerso, hanno spiegato le scienziate coinvolte, che l'individuo tende a cambiare la propria visione di sé in relazione ai messaggi sull'obesità che gli arrivano dall'esterno. Il che evidentemente conferma appieno l'approccio HAES, ancora una volta, fondato su un ritrovato amore verso se stessi nella propria interezza, da cui consegua un approccio gioioso alla vita fatto anche di movimento (muoversi per conoscere il proprio corpo, muoversi per star bene) e su un approccio equilibrato alla salute, fondato non sul misurare il peso ma puntare, appunto, a star bene. Un approccio che rifiuta lo stigma anti-cicci e combatte la discriminazione.

Tornando allo studio, l'idea dei ricercatori, dunque, è che i vantaggi "operativi" del definire come malattia l'obesità potrebbero essere invalidati dall'effetto che questo ha sulla psicologia dell'individuo. Va da sé, evidentemente, che se la dichiarazione AMA è stata scelta con la speranza di migliorare le prestazioni cliniche a favore degli obesi, lo studio sembra indicare che non tutte le conseguenze siano state previste. E, in questo senso, le autrici di questo rapporto avvertono che saranno necessari nuovi studi.

Dal mio punto di vista, di blogger HAES, non posso che storcere la bocca dinanzi alla bolla che si è creata attorno ad una fanfaluca resa ufficiale da AMA. L'obesità non è una malattia. Punto. A cicci e cicce è una vita che si raccontano dabbenaggini, una vita che gli si rinfaccia senza alcuna base scientifica comportamenti, stili di vita, scelte personali e private. Che ora si voglia anche gestirne la psicologia raccontando bugie e mettendoci sopra il "visto" di un'associazione medica mi sembra l'apoteosi del paradosso. Se qualcosa ci renderà liberi dall'odio, di certo non saranno le frottole.
(fonte foto)

giovedì 13 febbraio 2014

La guida completa al non ingrassare mai

Un piccolo decalogo racconta letteralmente come evitare l'accumulo di ciccia. E certi messaggi che arrivano dai media. Prima di leggerlo sarà bene accendere l'ironia



Niente preamboli: ecco una veloce traduzione di un decalogo sui generis, apparso di recente su Jezebel a cura della grande Lindy West:

"Attenzione attenzione! Una nuova ricerca suggerisce che se si sta al caldo si ingrassa. Questo perché quando la temperatura esterna diminuisce, il nostro corpo brucia più calorie per scaldarsi, il 6% in più secondo i ricercatori danesi che lo hanno studiato. Questo è il motivo per cui chi vive nelle regioni più calde del pianeta è più grasso, mentre chi vive in climi più freddi tende ad essere più magro. Scrive Salon sull'argomento:
"Controllare la temperatura del corpo dall'esterno, anziché consentire al corpo di controllarla da sé, risulta nel bruciare meno calorie, dicono i ricercatori. Raccomandano per questo motivo una temperatura domestica non elevata. Non si congelerà, dicono, ma si bruceranno fino al 6 per cento in più di calorie per tenersi caldi. L'altra raccomandazione è di andare all'aperto più spesso.
Naturalmente, passare più tempo al freddo può anche spingere le persone a mangiare di più, cancellando così qualsiasi beneficio del consumo extra di calorie. E c'è da dire che altri studi dicono altro: uno su 100mila famiglie afferma che le persone tendono ad essere più magre con una temperatura attorno ai 22 gradi. E secondo un ricercatore di questo lavoro, anche sudare fa consumare energia"
AFFASCINANTE.
Non è incredibile? Ecco il trucco! Se ti confini in una camera priva di aria e climatizzazione, sopravvivendo soltanto del tuo sudore, ne uscirai in forma di nuvoletta senziente pronta a ingannare i viaggiatori e portarli alla rovina. E appena in tempo prima della prova costume!!

Ecco. Appunto. Allarmata dalla notizia che stare troppo al caldo mi possa rendere grassa, ma che lo faccia anche il freddo, ho deciso di studiare quali altri fattori ambientali possano contribuire a determinare la mia circonferenza. E ho scoperto che ce ne sono parecchi.

Una cosa che rende le persone cicciose è la depressione. Se c'è un'altra cosa che fa ingrassare le persone sono gli anti-depressivi. Quindi, se sei preoccupato per la tua dimensione, è sufficiente non essere colpiti da una delle molte complicanze, dolori e prove che ti sottopone la vita, o anche rimuovere il proprio cervello, regalarlo a qualcuno e avvertirlo che da lunedì inizia la dieta.

L'età è un fattore importante nell'aumento di peso. Infatti un modo fantastico per non andare avanti con gli anni è morire. Il che è conveniente, anche perché così, ciccio mio, puoi risparmiare sulle medicine.

Anche i bambini sono ciccioni. Dal momento che il grasso è contagioso, tieni lontani i bambini.

Non deve sorprenderti ma sì, è vero, anche fare bambini fa ingrassare, e fanno ingrassare anche certi anticoncezionali. In sostanza, i bambini sono il peggio. Per evitare di finire con una versione in piccolo di te stessa che ti divora dall'interno, semplicemente rigira all'infuori il tuo corpo e trasporta il tuo ventre in una carriola. O porta con te una pistola. Se vedi uno spermatozoo, sparagli.

Tutti sanno che mangiare cibo è una cosa tremenda. Ma sapevi che anche non mangiare ti rende grasso? Se c'è una cosa che davvero non devi mangiare è cibo totalmente pieno di grassi e calorie. O cibo senza grassi e calorie. O dolcificanti artificiali. O cibo sano. Ecco. Non mangiare cibo. Mai.

Un sonno insufficiente è causa certa di sindrome del sedere grosso. Ma non ti ci adagiare. Chi dorme 9 o 10 ore a notte ha il 21% di probabilità in più di diventare obeso. Come in tutte le cose della vita, la chiave è la moderazione. Devi solo trovare un equilibrio, ad esempio alternare un anno di coma indotto ad un anno di veglia forzata in un dispositivo di privazione del sonno. E ripetere fino alla magrezza.

Eccoci quindi al decalogo. Per rimanere magro tutta la vita tutto quello che devi fare è star lontano, dal caldo, dal freddo, dai bambini, dall'invecchiamento, dal cibo, dall'assenza di cibo, dal sonno, dalla veglia, dalle malattie, dalle medicine, dalla depressione e dal tuo cervello. Non serve altro! Ci vediamo in spiaggia!"

giovedì 6 febbraio 2014

No. L'appetito non è uguale per tutti

Confermata una delle ragioni genetiche dietro le differenze nell'appetito. La voracità non è una scelta. Bulli e disinformati prendano nota. Grazie



L'indizio genetico che l'appetito è variabile e individuale come pressoché qualsiasi altro istinto naturale lo avevamo da tempo. Ora però alcuni ricercatori sostengono di aver trovato una delle chiavi utili a spiegarlo. Non tutti hanno fame allo stesso modo, ma molti ritengono di poter giudicare gli altri in base al proprio appetito, l'unico che considerano legittimo.

Della grelina abbiamo già parlato più volte su queste pagine, ora un nuovo studio condotto dagli scienziati britannici del Medical Research Council (MRC) e del College London Institute King of Psychiatry sistema alcuni pezzi del grande puzzle della regolazione dell'appetito.

In particolare è emerso che una persona su sei presenta una specificità genetica, chiamata FTO, che nel 70 per cento dei casi si traduce in tendenza ad alimentarsi più della norma, un fattore genetico predisponente per l'obesità.

"Gli individui con due copie della variante FTO con rischio di obesità - spiegano i ricercatori - sono biologicamente programmate per mangiare di più. Non solo queste persone hanno livelli di grelina più elevati e di conseguenza hanno più fame, ma i loro cervelli rispondono in modo diverso alla grelina e alle immagini di cibo. Precedenti studi hanno rivelato che singole variazioni nel codice genetico del gene FTO sono collegate ad un aumentato rischio di obesità e questo comportamento è presente anche nei bambini in età prescolare".

Le ragioni dell'obesità rimangono come si vede ancora perlopiù sconosciute, lentamente però i ricercatori di mezzo mondo stanno aggiungendo porzioni di conoscenza. Utilizzando un campione di alcune centinaia di uomini, suddivisi tra i "normali" e coloro che avevano la variante genetica, è emerso chiaramente come in molti casi questi ultimi anche subito dopo aver mangiato tornavano ad avere lo stimolo dell'appetito.

"Sapevamo da tempo che le variazioni del gene FTO sono fortemente collegate all'obesità - ha dichiarato Rachel Batterham, che ha guidato lo studio - ma fino ad ora non sapevamo perché. Questo studio ci mostra che gli individui con due copie della variante FTO a rischio obesità, sono biologicamente programmate per mangiare di più. Non solo queste persone hanno livelli di grelina più elevati e di conseguenza sentono più fame, ma il loro cervello risponde in modo diverso alla grelina e alle immagini di cibo. E' un assedio".

Questi studi possono evidentemente contribuire a sviluppare nel tempo indicazioni terapeutiche per il contenimento dell'intake alimentare. Ma da subito ci dicono, a noi cicci e a chi non lo è, alcune cose importanti:

1. Gli obesi che riescono a dimagrire in modo permanente spesso lo fanno superando una determinante indicazione genetica, dimostrando una disciplina letteralmente sovrumana.
2. Chi mangia molto, chi ha sempre appetito, chi soffre di una voracità incontrollabile non è un pazzo, un disadattato, un masochista.
3. Non riuscire in una dieta, come succede al 95 per cento di coloro che tentano di dimagrire, non va considerato un fallimento (semmai è utile evitare di ricaderci e puntare alla salute).
4. Accusare gli obesi perché "mangiano troppo" è espressione di una ignoranza imperdonabile.
5. Ognuno di noi è fatto in modo diverso. E' bene che iniziamo a prenderne atto.
(fonte immagine)

martedì 4 febbraio 2014

L'artista e il corpo, l'artista e la grassezza

di Pralina - Il punto di vista di una maestra d'arte diplomata (chi lo capisce non vedrà mai più le cose come prima)



Scrivo questo contributo per il blog di CCD da pittrice che ha studiato anatomia artistica, perché quando si parla di indice di massa corporea, ci si dimentica che l'individuo ha come caratteristica fondamentale il fatto di essere unico e irripetibile.

Nemmeno "i cicci e le ciccie" dovrebbero essere raggruppati in un insieme, ciò è altamente lesivo della dignità, è il tratto fondamentale della discriminazione.
Persino quando dicono: "Mi piacciono le donne come te" credendo di fare un complimento, hanno già tracciato una linea di demarcazione, perché non esistono due donne uguali, due persone uguali e un solo tratto comune, su diecimila cose diverse, non può raggrupparle in un insieme.
Se lo facciamo in questo blog (e il titolo è anche ironico ovviamente), è soltanto perché l'odio contro le persone grasse o non conformi fisicamente agli standard, assume delle caratteristiche di guerra per cui è impossibile non prendere posizione per categoria. O combattere per contrapposizione, o accettare passivamente le discriminazioni e le vessazioni quotidiane.

Dicevo che studiare anatomia artistica è molto affascinante e ti permette di capire che il corpo umano ha delle qualità non solo meccaniche, fisiologiche e funzionali, ma anche estetiche. E qui si entra in un campo che è molto lontano dai calcoli statistici ma anche dalla bellezza patinata della moda e delle riviste.

I corpi sono uguali nella loro struttura fondamentale, ma sono diversi per misure e forme, ma anche per tante e tante altre cose. Ciò si capisce meglio quando l'osservazione si sposta da un piano di pura leggenda metropolitana a un piano di osservazione sul particolare, quando la persona viene osservata nuda.

Dire che una persona è "grassa" per una persona che studia anatomia artistica non significa nulla, è un dato troppo riduttivo. E' "obesiforme" o veramente obeso questo corpo? Ha un atteggiamento imponente o lo è veramente? "Grasso" può significare che il grasso è depositato in vari punti del corpo ma anche qui, siccome il grasso stesso modella le forme, può farlo in maniera diversa da corpo a corpo; può significare che la donna ha le tette grosse, è incinta o con la pancia ingrossata da precedenti gravidanze, che l'uomo è tarchiato e robusto a livello muscolare e la sua pancia è in realtà causata da una leggera ciffosi; oppure che la persona è bassa rispetto alla larghezza della corporatura, ha un collo corto per cui sembra più larga di torace, oppure che la colonna vertebrale ha ceduto per l'età e la schiena sembra più larga per questo, o ancora che ha dei tratti infantili e quindi un viso rotondo, ecc. ecc.

Qualsiasi siano le motivazioni di ciò che viene percepito come "grassezza" non ha alcuna importanza. Ci sono fior di artisti, come Rubens ad esempio, che hanno celebrato la cellulite delle loro modelle e sono oggi i più gettonati nei musei d'arte. La cosa più importante è il risultato dell'osservazione del modello, la riproduzione visiva del corpo in sé, o di come l'artista lo percepisce. E' una fase difficile, di analisi, di duro lavoro, di ripensamenti, di correzioni, di risultati che vengono sempre percepiti dall'artista come "parziali". In questa fase di osservazione, lo stigma contro il grasso viene magicamente a cadere.

Non voglio dire che non ci siano artisti che non abbiano atteggiamenti scorretti e discriminatori verso i cicci e le ciccie, voglio solo dire che generalmente l'atteggiamento artistico è portato verso altri ragionamenti, più elevati e nello stesso tempo più umili.

Si dice che in questa società l'immagine sia così importante, ebbene in realtà non è importante affatto, se all'osservazione di una persona dedichiamo così poca attenzione, se tutto ciò che sappiamo di lei a livello visivo viene ricavato da alcuni pregiudizi stereotipati, frutto di condizionamenti precotti o di statistiche inutili; e in più non la vediamo neanche nuda.

L'educazione alla immagine potrebbe, anzi, dovrebbe aiutarci a vivere meglio con la fisicità degli "altri". In questo senso l'artista ha una grande responsabilità, nell'accendere una luce in un'epoca (la nostra) che su alcuni piani è più buia delle precedenti.

Pralina Tuttifrutti

Di Pralina leggi anche:
A volte anche i magri son trattati come i grassi
Ciccia Ciccio Big Bang
Quelli che... Jannacci Feat

(fonte immagine)



lunedì 20 gennaio 2014

L'orgoglio ciccione? Una sciocchezza da superare

Prima ci hanno detto che facevamo ribrezzo, poi abbiamo urlato che invece siamo fichissimi. Ora basta. Iniziamo invece a usare la testa



Se un ciccione mi dice "il corpo è mio e lo gestisco io", io chino la testa da un lato. Sono ovviamente d'accordo con lui ma mi rendo conto che è una comunicazione militante che serve a poco. A nessuno, probabilmente. O forse solo a lui.

Come si diceva qualche giorno fa con alcuni attivisti HAES statunitensi, il fronte della guerra contro il dietismo si interseca inevitabilmente con la spinta per un mondo migliore, fatto di inclusione, accettazione e vita, e in questo conflitto in cui buio e luce si fronteggiano, l'atteggiamento - passatemelo - veterofemminista di un certo genere di "orgoglio ciccione" è fallimentare.

Viviamo in un mondo che per lunghi decenni e ancor oggi ha dato enorme spazio al dietismo: l'industria di settore e il suo indotto rappresentano uno dei maggiori comparti "produttivi" in tutto l'Occidente. Un mondo nel quale tutti i media hanno contribuito a formare la "pubblica idea" - non certo opinione, perché quella richiede pensiero critico - che associa l'obesità alla malattia e l'obeso al malato. Questi, a differenza di una serie di altri malati, nell'idea popolare può però guarire e se non lo fa è perché non ce la fa o è un pazzo. A fronte di un muro di convinzioni e pregiudizi, l'orgoglio ciccione è un sassolino isterizzato che se va bene non si frantuma all'impatto, è inutile e controproducente.

L'unica via è quella del dialogo, che si è dimostrata vincente negli Stati Uniti, dove HAES ora è un acronimo riconosciuto in tutti i dibattiti seri sull'obesità e che ha iniziato a penetrare le politiche pubbliche negli ultimi due o tre anni. E questo perché etichettare con "orgoglio ciccione" chi si permette di criticare il dietismo ormai non funziona più, sia perché chi scopre HAES non lo lascia più, sia perché in ballo c'è la vita di tantissimi cicci e cicce e, sassolino dopo sassolino, il nuovo messaggio sta passando.

Nelle lettere che di tanto in tanto ricevo dai frequentatori italiani del blog, sono invece continui i riferimenti se non proprio all'"orgoglio ciccione" ad espressioni anche più colorite ma fuorvianti, come "w la ciccia" o "viva la pancia". Questo vuol dire che chi si prende la briga di scrivermi (cosa che apprezzo enormemente, sia chiaro) a volte si ferma ad una rapida lettura del primo articolo che trova, o magari si ferma al titolo del blog. E questo perché il dibattito "dimagrimento/obesità" ha fin qui avuto solo due attori e si dà quindi per scontato che essendo contro il dietismo si debba per forza essere "ciccioni e orgoglioni", come dice qualcuno.

Ecco, potremmo dire che la vera sfida per un blog HAES in Italia è quella di dar vita ad una terza fase. Dopo la prima fase dominata dal dietismo, nella seconda fase gli si sono contrapposte le urla inarticolate di chi dichiara il proprio orgoglio di essere quel che è. La terza fase è quella in cui alle urla si possono sostituire le riflessioni, scoprendo che opporsi al dietismo significa vivere, tutti, meglio e più in salute e magari, perché no?, dimagrire.

Sgombriamo quindi il campo da ogni equivoco. HAES (e questo blog) ha a che fare con l'orgoglio ciccione quanto un pettine bersaniano con le bambole calve.

(fonte foto)

sabato 18 gennaio 2014

Se smetti di fumare puoi anche smettere di esser grasso



"Vorrei dire che io solidarizzo con il fatto che non bisogna attaccare le persone obese ma continuo a pensare anche che se uno ha la volontà per farlo... Come si smette di fumare si può anche smettere di ingrassare no? A volte penso che cerchiamo delle scuse - Valeria (Ravenna)"

Lascia che ti ringrazi Valeria per la tua lettera a cui ho già risposto in privato e che mi sono sentito autorizzato a citare in queste poche righe. Quello che sollevi è uno dei problemi di sempre. Quando si parla di alimentazione con qualcuno che dal punto di vista professionale dovrebbe essere molto informato, ad esempio un medico, capita spesso e volentieri che venga fuori la storia del fumo, delle sigarette. In realtà tra approccio al cibo e approccio al fumo di simile c'è solo che sia "cibo" che "fumo" sono parole di quattro lettere.

L'argomento però è importante perché la credenza che si tratti in entrambi i casi di un vizio in realtà svaluta ulteriormente gli obesi agli occhi di chi certo può fare a meno di altre scuse per aggredirli, isolarli, licenziarli. La discriminazione ai danni di cicce e cicci si fonda su tante diverse variabili e anche tante credenze popolari. Questa è una di quelle.

Il vizio del fumo, cioè l'impulso ossessivo ad aspirare da sigarette o altro con una certa regolarità se non addirittura con frequenza, può avere molte diverse cause di insorgenza. Gli esperti perlopiù parlano di "peer pressure", ossia di un comportamento che nasce dall'imitazione dei coetanei e dal desiderio di venire accettati all'interno di un gruppo. Di certo non è una eventualità che copre tutti i fumatori, ma le statistiche per chi inizia a fumare in età giovanile, ossia la gran parte dei fumatori, riferiscono questo tipo di punto di partenza. L'insorgere della dipendenza è probabilmente dovuta ad un fattore chimico, ossia l'attivazione di recettori che danno soddisfazione al fumatore. Se si continua a fumare nella vita le ragioni per cui si fa sono le più varie ma, a parte alcuni rari casi, chi fuma riconosce di esserne fondamentalmente dipendente.
Uscire da una dipendenza che è tanto fisica quanto psicologica, che "veste" una quantità di momenti della propria giornata, che è la corona in testa a lunghe attese, traffico, stress e via dicendo, ecco uscire da tutto questo non è facile, è anzi difficilissimo. Ciò nonostante in molti ogni anno sono quelli che smettono di fumare, spesso diventando persino intolleranti al fumo.

Col cibo le cose cambiano. Il "disturbo alimentare", come viene rozzamente definito, assume molte diverse forme ed è in effetti assolutamente diverso per ogni individuo. Le cause ambientali e psicologiche si sommano a quelle genetiche nel creare una complessità di cui la scienza fatica ancora a venire a capo. Perché proviamo appetito e da cosa dipenda, quali ricettori ne siano coinvolti e in quale modo, quanto incida la capacità di lavoro dei batteri intestinali e via dicendo, sono tutte domande su caratteristiche biologiche individuali a cui dobbiamo ancora dare risposte certe.
In più, l'obesità, che è anche una caratteristica della forma del corpo di un individuo ed è quindi un aspetto decisivo della sua interazione sociale, col tempo diventa parte dell'identità della persona. Uscire dall'obesità, ormai lo sappiamo, non è più considerato necessario per star bene, a patto che si trovi un nuovo equilibrio gioioso e vitale che includa anche il piacere del movimento fisico. Da lì può derivare un approccio più equilibrato all'alimentazione. Ma se anche si vuole dimagrire a tutti i costi, magari perché ancora non si sono fatte e fallite abbastanza diete per capire che non funzionano, è tutto molto più difficile rispetto ad un fumatore che voglia smettere di fumare. Il fumatore, infatti, può decidere in qualsiasi momento di eliminare le sigarette dalla propria vita. Smettere di comprarle. L'aspirante magro, invece, deve in ogni caso tutti i giorni continuare a mangiare. Un conto è cessare un'abitudine che fa male al proprio organismo, un altro è trasformare il modo in cui ci si avvicina al cibo con cui in ogni caso bisogna avere a che fare.

Potremmo sintetizzare dicendo che il fumatore pentito, che vuole smettere, si trova a fronteggiare dolorosamente l'assenza di una serie di ritualità a cui era abituato (comprare le sigarette, accenderle, acquistare accendini, innamorarsi di un certo posacenere ecc.), l'aspirante magro invece viene normalmente posto dinanzi a cibo che non gli garantisce la gratificazione a cui era abituato precedentemente, ma è pur sempre cibo. E' come dover smettere di fumare accendendo però le sigarette degli amici e guardarli mentre aspirano. Per questo Valeria - sperando che tu abbia avuto la pazienza di leggermi fin qui - occorre aggirare il problema, e per questo è nato questo blog. E' infatti necessario comprendere le caratteristiche identitarie dell'obesità per poter capire di cosa parliamo quando parliamo di forme molteplici dell'umanità e quanto sia importante per la salute pubblica, persino per la sopravvivenza, combattere la discriminazione.

Un caro saluto,
Paolo
(fonte foto)

ps. proprio ieri Regan Chastain ha pubblicato un suo intervento che tocca molto da vicino questo stesso argomento, a questo indirizzo. Direi che delle molte cose interessanti che dice, ai nostri discorsi Regan aggiunge due elementi importanti che sottolineano le differenza tra fumo e cicciosità:
- Stigmatizzare chi fuma vuol dire stigmatizzare chi ha una abitudine, farlo con chi è ciccione significa stimgatizzare qualcuno per quello che è.
- Perdere un'abitudine significa smettere di fumare, perdere peso significa cambiare la forma del proprio corpo.
- Il fumo è collegato direttamente allo stato di salute, l'obesità viene correlata alla salute. Chi smette di fumare migliora la propria salute, chi dimagrisce ancora semplicemente non si sa, si sa solo che pochissimi riescono a dimagrire senza danneggiare la propria salute.

giovedì 16 gennaio 2014

Alimentazione compulsiva, si può uscirne?



Al contrario di quello che qualcuno dice in qualche seminario, questo blog non promuove l'orgoglio obeso, come ben sa chi lo legge, ma è certo facile stigmatizzare in questo modo un approccio scomodo come HAES, nuovo alla nutrizione, nemico dell'industria delle diete e pressoché sconosciuto in Italia. Un approccio che non nasconde i problemi, tende anzi a risolverli. Uno di questi è l'alimentazione compulsiva, nota anche come binge eating, questione che si intreccia alla lotta contro la discriminazione di cicce e cicci.

Chi non ha mai provato un bisogno ossessivo, improvviso e fulminante per grandi quantità e varietà di cibo non può avere la minima cognizione del problema. Di converso tra cicci e cicce c'è chi ci è passato, chi ci è ancora dentro, chi lo combatte giorno dopo giorno.

In breve, binge eating è la coazione ad introitare enormi quantità di cibo in breve tempo, una sorta di istinto apparentemente irrefrenabile che sebbene non porti in sé all'obesità è senz'altro un aspetto del carattere di molti ciccioni. Sono veri e propri attacchi di "fame" anche in assenza di appetito, che lasciano sempre con una sensazione di pesantezza e inadeguatezza. Qualcuno lo chiama "auto-indulgenza", ma sono i soliti dietisti da cui vogliamo star lontani. Non si tratta di questo. Ma di un comportamento caratterizzato da:
1. Abbuffate rapide e incontrollate
2. Sensi di colpa profondi contestuali, tuttavia insufficienti a impedire il climax ossessivo
3. Istinti depressori ex post, dovuti appunto al senso di colpa
Un'altra caratteristica del binge eating è di insinuarsi senza preavviso nella quotidianità di tutte le sue vittime, sia di quelle che stanno seguendo una dieta (orrore) sia di chi tenta di controllare il proprio peso con approcci meno drastici. Scriveva tempo fa la mitica CeCe di New York, l'ormai celebre Plus Size Princess:
Arrivo a casa con l'intenzione di cucinarmi una omelette per cena. Quando entro in cucina prendo una cucchiaiata di burro di arachidi e me la mangio. Poi intravedo i miei biscotti di grano preferiti e ne mangio quattro (o erano sei?). Mentre faccio fuori quelli mi verso un bicchiere di latte di soia. Poi mi giro verso la dispensa per farmi la omelette. Mentre prendo le uova in frigo, noto gli avanzi della cena Thai di ieri. Li mangio mentre cucino la mia omelette. E poi mangio la mia omelette".
Ecco dunque una cronaca minuto per minuto di un attacco ossessivo di fame, una vera e propria aggressione destinata a ripercuotersi malamente su chi percepisce il proprio peso come un grosso problema, qualcosa di cui liberarsi, un po' come CeCe, che continua:
"Non so perché proprio quel giorno io abbia realizzato che stavo mangiando in modo compulsivo, ma la cosa mi ha colpito come un muro di mattoni che ti crolla addosso. Come se avessi una esperienza extracorporea. Mi guardavo mangiare, mangiare pasti multpli tutti in uno. Da quanto tempo mi capitava di farlo? Me lo sono chiesto, capendo che stavo disvelando a me stessa qualcosa che accadeva nella mia routine, qualcosa di così normalizzato che neppure sapevo che stesse accadendo. E' stato tremendo e liberatorio allo stesso tempo. Ho capito di essere una binge eater".
Il problema di CeCe e di chi soffre di questi momenti è che avvengono anche all'interno di un regime alimentare apparentemente "regolamentato": giorno dopo giorno si mangia normalmente, anche senza seguire una dieta, evitando eccessi, ma poi si finisce schiacciati da uno di questi attacchi. Il primo passo per superare questa ossessione è evidentemente accettare che se ne soffre, per metterla ancora con CeCe:
"Sapere che un attacco può vanificare settimane di movimento e cibo sano fa paura, ma conoscere è un'arma potente. Mi aiuta a sentire l'attacco quando sta per arrivare, lo sento e posso tentare di fermarlo, almeno frenarlo".
Un altro problema, quello che poi induce molti a deprimersi come conseguenza di questi episodi, è la credenza che la propria forza di volontà vacilli. Abituati come siamo a sentirci dire che se siamo ciccioni è perché non abbiamo forza di volontà, affermazione fasulla e totalmente destituita di ogni fondamento grazie alla ricerca scientifica, tendiamo a "metabolizzare" questi attacchi come segni di una nostra fragilità, e di trasformarli in qualcosa di più grande di quel che sono.

Chi si rivolgesse ad un professionista della nutrizione potrebbe risolvere i propri problemi o, più probabilmente, vista la scarsezza di approfondimenti seri sul fronte obesità in Italia, si troverebbe con un problema in più. Quello che viene consigliato in questi casi è parlare con un medico e con uno psicologo, che certamente possono fare molto se lavorano sul fronte della salute e non del dimagrimento forzoso e se vedono l'obesità come una caratteristica identitaria e non come una malattia. Se non è così, si finirà con in mano una boccetta di antidepressivi e tante pacche sulle spalle.

Come uscirne quindi?
Il binge eating non si ferma dall'oggi al domani, chi ne soffre dovrebbe partire da questa considerazione. Quello che si può fare, riconoscendo di soffrirne, è di integrare la soluzione ad un approccio del tutto diverso all'alimentazione. La compulsività alimentare può distruggere qualsiasi dieta e chi legge questo blog ha ormai avuto tutte le prove che servono per sapere che le diete sono in sé dannose. L'unica soluzione è quella di "girare la frittata", o l'omelette di CeCe, e aprirsi ad un approccio HAES, ossia rifiutare lo stigma sociale contro gli obesi, imparare ad amare il proprio corpo e accettarlo per quel che è, riconoscere il suo bisogno di muoversi e sapere godere di questo movimento, avvicinarsi al cibo in modo gioioso e non colpevolizzante. Occorre recuperare il senso della propria fisicità, alla ricerca di un equilibrio scevro da sensi di colpa e depressione e ricco di nuovi stimoli e di serenità. A voi che leggete chiedo: avete mai avuto un attacco del genere? Cosa ne pensate? Come lo avete affrontato? Parliamone qui sotto nei commenti.

(fonte foto)