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lunedì 3 marzo 2014

Alle ragazzine insegnano che devono essere sexy

Basta girare per i negozi, guardare i giocattoli o i videogiochi per le più giovani. Spinte in ogni modo a diventare loro stesse merce per lo sguardo maschile. Le conseguenze più dirette? Discriminazione, depressione, disturbi alimentari



E' mai possibile che a decenni dalla nascita del movimento femminista, dopo eoni di discussioni e dibattiti sull'argomento, avendo alle spalle centinaia di migliaia di pagine, libri e bit dedicati a combattere la faccenda... Ecco com'è possibile che ancora oggi si debba parlare dell'influenza nefasta, per certi aspetti drammatica, del "mercato" e dei media su uomini e donne? Se lo si fa qui ora è perché ad essere prese di mira sono ancora, anche e soprattutto le più giovani, ragazzine che si meriterebbero qualcosa di meglio di un mondo che dice loro di dover essere sexy. Se ne parliamo qui non è solo per l'indignazione che provoca questo stato di cose ma anche perché questi messaggi concorrono a scatenare molti dei più drammatici disturbi della personalità e disturbi alimentari, ed è su questi disvalori che si basa gran parte della discriminazione odiosa di cui sono vittime le donne da giovani e da adulte.

A parlarne compiutamente è un bellissimo articolo uscito in questi giorni sul "Women's Blog" del Guardian, un importante giornale d'oltremanica. Un articolo che parla anche di oggetti teoricamente innocui come i giocattoli e videogame, spesso avanguardia di un assalto sociale all'identità femminile. Si parla di cose nei computer e sugli scaffali britannici, non molto diversi da quelli nostrani. Non sono tutte novità, ma sono in commercio, e questo dovrebbe bastare a far inorridire chiunque.

Dalle offerte dei grandi magazzini (Harrods che per 1000 sterline si offre di "trasformare" le piccole consumatrici fino ai 12 anni in Reginette stile Disney a suon di accessori vestiti e trucco), ai siti che diffondono videogiochi come Hollywood Beauty Secrets, per solleticare il desiderio di apparire sexy e desiderabili. La "cerimonia" di Harrods si conclude con il giuramento della bimba di essere "buona e gentile" e con una confezione completa per il makeup di cui, evidentemente, tutte le bimbe han bisogno.

Ci sono videogiochi "pensati" per le bimbe, come "Selena's Date Rush" o "Back to School Makeover" in cui - scrive il Guardian - "si ripetono le stesse logiche. Alle giocatrici viene data la possibilità di fare il makeup ad una bambolina digitale utilizzando tutti i prodotti di bellezza disponibili o prepararsi per un appuntamento galante il primo giorno di scuola. Il messaggio è sempre quello: conformarsi agli standard di bellezza e buttarsi sui prodotti di bellezza, queste come priorità per qualunque ragazzina". Lo stesso dicasi per giochi come "Dream Date Dress Up", dove si leggono cose come "hai l'appuntamento più importante della tua vita, stordiscilo con la tua bellezza". O istruzioni ancora più esplicite: "Quando Justin è venuto a prenderla questa mattina, lei si era svegliata senza makeup! Aiutala a completare il suo makeup prima che Justin se ne accorga". Sia mai che il giovane Justin possa sospettare che la bimba non dorma tutta truccata.

Questi messaggi sono marketing del marketing, vendono illusioni alle bimbe e le predispongono ad essere le consumatrici di domani, quando i dindi li tireranno fuori loro e non più i genitori. Un condizionamento massivo che si svolge in tutti i settori commerciali e ad ogni livello ma che in questo specifico caso impatta direttamente sulla salute dell'individuo e moltiplica la diffusione dell'odio sociale.

Si tratta di messaggi pervasivi e ubiqui, che spesso permeano anche l'offerta di marchi di grande richiamo, sostenuti da "consigli di bellezza" dei siti dedicati specificamente alla "bellezza" e che spesso si rivolgono proprio alle giovanissime. Come il Top Model Magazine, stigmatizzato dal Guardian perché invita le adolescenti a capire cose come "il Mascara da solo non basta! Devi fare di più per raggiungere un look solare!" "E poi - scrive il Guardian - non mancano i suggerimenti alle adolescenti su come pizzicarsi ruotando la mano sulle cosce per evitare la cellulite. Giusto per imparare da subito che il dolore è la via alla bellezza per ogni donna".

"Così rispondiamo - scrivono gli autori dell'articolo - a chi pensa che la nostra sia una reazione esagerata. E' vero. Prese singolarmente queste singole cose... Ma tutte insieme consentono di comprendere l'impatto enorme che possono avere sulle giovani ragazze. Ovunque sono bombardate con l'idea che il modo in cui appaiono sia tutto, che il loro posto sia la casa, che soddisfare lo sguardo maschile sia la cosa più importante, e vengono bersagliate dalle imperfezioni che bisogna sistemare. Come se il bombardamento costante di donne ipersessualizzate sui media non fosse già abbastanza per comunicare un messaggio del genere".

Vista da qui, e da uomo che non si considera un bacchettone, avverto chiarissimamente l'allarme lanciato dal quotidiano britannico. Questa cosa ci sta sfuggendo di mano. Ed è inutile ricordare quanto tutto questo pesi sulla salute delle giovani donne. Non solo perché depressioni e disturbi alimentari sono spesso legati proprio al sentirsi incapaci di raggiungere "lo standard", ma anche perché chi invece cavalca l'onda ha una spinta doppia a diffondere odio ed escludere chi "non ce la fa". La discriminazione ha sempre due vittime: chi discrimina e chi è discriminato, entrambi immersi nell'odio.

Possiamo scegliere di ignorare i segnali che il mondo che abbiamo costruito dà ai più giovani. Possiamo dire che è compito delle famiglie, o della scuola, occuparsi di queste cose. Intanto però, là fuori, qui nelle nostre case, molte, troppe ragazzine sviluppano vere e proprie ossessioni sul proprio corpo, con conseguenze a cascata sulla propria salute e la propria felicità. E' davvero possibile continuare a far finta di niente?

(nell'immagine alcune news emblematiche prese da Twitter.com)

venerdì 14 febbraio 2014

Cibo e bambini. Cosa evitare, e cosa dire

Quando i genitori temono che i figli divengano obesi spesso inciampano in meccanismi deleteri che, alla fine, compromettono la salute della loro famiglia. Qualche consiglio di Aaron Flores per evitarlo



Aaron Flores, celebre nutrizionista americano che i lettori di questo blog conoscono bene, ha pubblicato una miniguida rivolta ai genitori, cinque cosine così semplici e lineari, e così importanti, che mi sembra molto utile pubblicare qui. L'ansia che provano i genitori italiani dinanzi ad un figlio o una figlia che sembra mettere su peso è tale, e tanto gravi sono spesso le iniziative intraprese in buona fede, che anche questo piccolo "pentalogo" può iniziare a fare la differenza. Eccolo in una veloce traduzione:
1) Il cibo non è né buono né cattivo. Un biscotto è solo un biscotto. Il suo valore è di calorie da carboidrati, proteine e grassi. Niente di più. Il biscotto non ti giudica. E' solo un biscotto. Pensieri negativi che riguardano il cibo portano ad errate abitudini alimentare sul lungo periodo, come la privazione alimentare o l'alimentazione compulsiva.

2) La Guerra all'Obesità non val la pena di combatterla. La salute è fatta di molte forme e dimensioni diverse. La tua salute è determinata dai tuoi comportamenti e non dal tuo peso. Mettere il peso al centro della salute può portare ad una immagine negativa di sé e ad un rapporto insano col cibo.

3) L'immagine di sé del genitore passa ai figli. L'immagine di sé è un comportamento acquisito, quindi sappiate che il vostro corpo "parla". In casa vostra si parla male dei ciccioni? Se si odia il proprio corpo, vostro figlio imparerà quel comportamento. Impariamo ad amare i nostri corpi indipendentemente dalla loro forma e dalla loro dimensione, in questo modo anche i nostri bambini impareranno ad amare i propri.

4) I bimbi per natura sono mangiatori intuitivi, impariamo quindi a dar forza a questa abilità invece di confonderla. I bambini nascono con l'abilità innata di mangiare quando hanno fame, e smettere quando sono sazi. Spingere il bambino a mangiare quando non ha fame o è sazio può dissolvere la capacità naturale di ascoltare il proprio corpo quando dà segnali di fame o sazietà.

5) Condividi la responsabilità quando devi dar da mangiare ai tuoi figli. Il tuo lavoro è mettere di fronte a loro un pasto sano e il loro compito è mangiarne. Includi cibo con cui possano giocare e cibo che cresce. Una volta che hai messo dinanzi a loro il pasto, lascia che siano loro a scegliere cosa e quanto mangiare. Non metterli fuori strada dicendo, ad esempio, prenditi un altro pezzo di pollo o niente dolce".
Cinque piccole cose, cinque dosi di buon senso, a cui mi sentirei solo di aggiungere un consiglio che molti esperti danno di questi giorni alle famiglie: via la televisione dalla sala da pranzo. Parlare con i figli quando si mangia, condividere il cibo e la giornata, aiuta a mantenere il focus sul piacere e il benessere. La televisione invece cancella tutto questo e rischia di azzerare la naturale predisposizione ad ascoltare il proprio corpo.

Son tutte piccole cose di buon senso, eppure sembrano così lontane da certe semplificazioni con cui ogni giorno si assiste qui da noi all'antiterrorismo della "guerra contro l'obesità", allo psicodramma mediatico dell'"epidemia" di obesità infantile su cui prosperano in tanti, in troppi. Se ci liberassimo una volta per tutte del pregiudizio e della discriminazione, dei luoghi comuni e del dietismo, tutti ne guadagneremmo in salute. E difficilmente in peso.
(fonte foto)

domenica 9 febbraio 2014

Il bambino che non sa di essere ciccione

Quando un bambino dovrebbe imparare a contare le calorie, a pesarsi, ad odiare il proprio corpo?




Sono molti i cicci e le cicce che ci sono passati. Molti possono infatti ricordare quel particolare momento della propria infanzia quando la propria fisicità, tipicamente esplosiva per l'età, ha iniziato ad essere un problema. Molti possono anche ricordare perché è accaduto, e spesso le ragioni sono legate agli atteggiamenti di chi abbiamo avuto vicino, di chi ci ha amato di più.

Il punto che ancora si stenta a comprendere e che fa sì che persino oggi molte famiglie adottino un approccio e un atteggiamento controproducenti è che un bambino che si senta malato per la sua mole non ha l'esperienza di un adulto per reagire a questa sensazione, elaborarla ed andare oltre. Come sottolineava recentemente la consulente statunitense Julie Dillon, la sensazione di "non essere quello che gli altri si aspettano" è l'unica vera emozione che filtra nelle percezioni del bimbo o della bimba, e che fin dal primo momento in cui appare inizia a produrre dei cambiamenti nella sua identità.

Solo qualche mese fa ha suscitato rumore la notizia di genitori italiani che hanno sottoposto il proprio figlio 11enne al palloncino gastrico nonostante avesse un'obesità modesta. E pochi lo hanno collegato alla bambina della stessa età che si è gettata dal balcone perché non riusciva a sopportare oltre il bullismo di cui era vittima a causa della sua forma. Ma in realtà sono le due facce di una stessa medaglia: continuiamo a trattare i bambini da adulti anche quando si parla di obesità, facendone dei malati invece che delle persone felici. Entrambi i bimbi venivano considerati malati da chi avevano intorno, ma lo erano?

Quando un bambino dovrebbe iniziare ad odiare il proprio corpo? Quando dovrebbe iniziare la sua prima dieta? O quando a pesarsi ogni giorno? Quando una bambina, per esempio, dovrebbe iniziare a contare le calorie di quello che mangia? Quando dovrebbe iniziare ad attribuire tutti i propri problemi alla forma del proprio corpo? O quando iniziare a desiderare di essere nel corpo di qualcuno anziché nel proprio?

A queste domande esiste una qualsiasi risposta sensata diversa da "mai"? Io non credo. Come adulti, che magari conoscono HAES o questo blog, che sono dotati di senso critico, abbiamo noi tutti la possibilità di reagire alla discriminazione, di far sì che smetta di incidere sulle nostre scelte, sulla forma del nostro corpo, sui nostri desideri. Ma i bambini?

Mentre scrivo e rifletto sulla mia esperienza in una famiglia che mi ha amato profondamente e che - erano altri tempi - non ha potuto avere strumenti diversi dalla repressione per tentare di arginare il mio appetito vorace, con l'inevitabile conseguenza di perdere completamente il controllo sulla faccenda, mentre leggo le cronache quotidiane di intere famiglie alle prese con l'obesità dipinta dalla televisione, dalla pubblicità e dal megabusiness del dietismo, mi chiedo quanto ancora dovremo andare avanti prima di interrogarci sul linguaggio che viene utilizzato oggi per descrivere cicci e cicce, quanto prima di capire la gravità con cui la discriminazione entra nella formazione di una persona giovane, quanto l'ostracismo dentro e fuori dalla famiglia possa portare ad odiare se stessi. Quando una class action contro l'industria delle diete?

Mi chiedo insomma quanto dovremo attendere prima di pensare che la felicità è l'antidoto, che la ciccia non è una malattia, che la repressione e la privazione producono solo danni... Quanto ci vorrà prima che tutto questo venga insegnato nelle scuole e diffuso alle famiglie? Oggi non si va oltre il parlare di una "sana alimentazione", quando inizieremo a parlare dei diritti dei bambini? E voi? Che ne pensate? E che strategie avete immaginato per far sì che i vostri figli non perdano la capacità naturale di ascoltare il proprio corpo e misurare il proprio appetito? Cosa sperate per loro?
(fonte immagine)

sabato 11 gennaio 2014

Se odi gli obesi, odi i bambini



Definire gli altri aiuta a definire se stessi, giudicarli rappresenta persino un brivido emozionale. Insultare e offendere qualcuno, o anche solo discriminarlo, può facilitare il compito nel dare un perimetro alla propria identità. Ed è questo uno dei meccanismi dell'odio che è più difficile scardinare. L'odio contro il diverso da sé puntella le proprie incertezze, e lo fa in un modo così immediato che per smontarlo dentro di sé si deve avere accesso ad un filtro ulteriore dato dalla cultura, dalla fede, dall'educazione. Tra i bambini, questo meccanismo è ancora più rilevante.

Perché lo dico? Perché qualche giorno fa leggevo questa intervista ad una celebre attrice statunitense, Whoopie Goldberg, che ha anche recitato in Star Trek. Le chiedevano appunto se in gioventù fosse stata una fan di Star Trek e lei ha risposto di sì, perché tra i protagonisti di quel telefilm c'era una donna di colore. "Per la prima volta - ha detto - ho capito che in futuro le persone di colore ci sarebbero state".

E' un'intervista che fa accendere più di una lampadina quando pensiamo a cicce e cicci. Solo pochi giorni fa Regan Chastain ci spiegava come sui media sia praticamente impossibile trovare un ciccio o una ciccia di successo, perché l'unico successo che viene ammesso per gli obesi è perdere peso. Ed è solo in questo contesto che alcuni di loro assurgono a protagonisti in innumerevoli show televisivi, spesso persino umilianti.

La conseguenza è che oggi, forse più di ieri, più di quando ero piccolo io, sui bambini pesano due diversi generi di messaggi, entrambi deleteri, messaggi che permeano il loro immaginario e la loro quotidianità, che entrano nelle loro vite e nella loro identità, predisponendoli ad una vita adulta infelice. Se gli adulti sono sotto assedio, i bambini, piccole e piccoli Whoopie, sono destinati a soffrirne molto di più.
Il primo "messaggio" è quello di sempre, quello appunto fondato sull'odio di cui parlavo prima: i bambini come delle spugne assorbono dai genitori e dagli adulti l'ostilità contro gli obesi e la manifestano a loro volta sui propri coetanei come strumento identitario.
Il secondo è quello a cui vengono sottoposti dai media, il fatto cioè che un individuo obeso è considerato pigro e incapace, e quindi che il futuro di un bambino ciccione non può che essere quello di un adulto depresso ed emarginato. Qualcuno ricorderà una celebre trasmissione tv nella quale i genitori venivano posti addirittura dinanzi all'immagine del proprio bambino obeso nel corso della sua vita, con un procedimento di morphing grafico proiettato anno per anno in qualche decennio: qualsiasi cosa pur di dimostrare che il bambino grasso è un malato e che da adulto, se non guarisce prima, diverrà un essere malato e brutto. E' probabile che gli ideatori di questa trasmissione trash ritengano che la prospettiva di diventare un fallito dovrebbe stimolare il bimbo a crescere normalmente.

Questo è solo un esempio del bombardamento concentrico a cui sono sottoposti i minori obesi, una situazione che la ricerca medica ha finalmente iniziato ad investigare riscontrando i danni psicologici della cronicizzazione psicologica dell'obesità nel bambino, e un aumento reale del rischio di obesità permanente.

Da dove iniziare? Da dove se non dal promuovere la presenza di cicce e cicci di successo nei media, dal lavorare per sgombrare il campo da equivoci? Anche la persona obesa può essere felice, ha diritto ad esserlo e spesso lo è, indipendentemente da ogni altra considerazione. Continuare a seguire i programmi tv che lucrano sulle disgrazie altrui, magari farli pure vedere ai bambini, introdurre media in casa senza un adeguato filtro critico... Sono innumerevoli i rischi per i bambini, e non certo solo per quelli obesi. Questi ultimi rischiano di sviluppare identità dimezzate, e gli altri di sviluppare la propria fondandola sull'ostilità per una minoranza.

Non solo, come avverte il celebre HAES blog Living400Lbs, è bene che i genitori sappiano che il proprio bambino o la propria bambina obesa potrebbero sì diventare adulti ciccioni ma, dopo anni di assedio anche in famiglia, non è detto che vogliano rimanere figli...
Un bambino non dovrebbe mai essere incolpato del proprio peso, non dovrebbe subire disquisizioni degli adulti sull'apparenza e sul peso, non bisognerebbe promettergli che se dimagrisse tutto diventerebbe più facile. E soprattutto non si dovrebbe mai trattare un figlio o una figlia obesi come qualcosa a cui occorra porre rimedio, a meno che non si voglia riempirli di complessi, sensi di colpa, e farne dei disadattati. Perché invece non focalizzarsi sulle loro migliori qualità, sulla capacità di risolvere problemi, di fare scelte, di sviluppare la propria personalità?

Essere genitori è sempre stato difficile, ma non è forse ancora più difficile esserlo oggi che l'odio non è più soltanto un propulsore identitario per personalità deboli ma è anche diventato ufficialmente uno strumento di business? Avete un figlio o una figlia ciccioni? Come vi comportate? Eravate bambini ciccioni? Come vi ricordate quegli anni?

(fonte foto)

venerdì 29 novembre 2013

Bimbi e obesità, le radici dell'odio



Girarci intorno senza affrontare il problema è lo sport nazionale. Ma la verità con cui gli adulti dovrebbero fare i conti è che se un bambino sviluppa un'avversione per la natura di un altro bambino non è mai un caso. La sua antipatia, il suo odio, lo ha appreso dai media, dalla tv, dalla pubblicità, ma anche e soprattutto da coloro in cui ha fiducia, da chi lo circonda.

Ci sono molti modi per imparare a disprezzare i cicci e le cicce. Basta ascoltare due adulti che parlano di un bambino, o di un adulto, che non è normoforma. Basta ascoltarli mentre attribuiscono a questa diversa dimensionalità un mondo di negatività: guarda quello, è obeso. E' un pigro, uno che mangia sempre, hai visto quei panini?, non fa sport e non socializza con nessuno, insomma è uno sfigato. Il bambino normopeso, spinto per la sua natura a cercare l'accettazione degli altri, capace di comprendere solo in modo essenziale le parole degli adulti, capace però di ascoltarle assai meglio di quanto molti adulti suppongano, integra nella sua identità la medesima diffidenza e avversione per i suoi coetanei obesi e si prepara così a discriminare chi ha davanti in base al peso.

Non mancano gli adulti che cerchino di instillare nel bambino ciccione sensi di colpa nella speranza che si dia da fare per "diventare normale". E che magari lo facciano davanti ad altri bambini. In famiglia, a scuola. Ed ecco che con poche frasi il bimbo ciccione non solo si ritrova stigmatizzato dagli adulti, ma anche circondato da coetanei che apprendono come lui stia crescendo in modo sbagliato, come non si dia da fare abbastanza per controllare il suo peso, come questo rappresenti un forte elemento negativo.

Siamo ormai alla fine del 2013. Il movimento internazionale per la Libertà Dimensionale da anni diffonde le esperienze di cicci e cicce di mezzo mondo. Con questo movimento si allineano decine di ricerche scientifiche, di studi statistici. Tutto indica con assoluta chiarezza che il cosiddetto "fat shaming", ossia creare un senso di colpa nell'obeso per quello che è non solo peggiora il suo problema specifico, in nessun caso infatti lo aiuta a dimagrire se anche questa è la strada che vuole intraprendere, ma rende molto più ostile tutto il mondo che lo circonda.

Ciò che deve preoccupare gli adulti non è l'obesità dei propri figli ma il fatto che generazioni di bambini già da giovanissimi siano intrisi dell'avversione ignorante degli adulti per gli obesi, che abbiano cioè già associato a chi non rientra nella normoforma una serie di difetti, e persino appreso che dare addosso al ciccione è uno sport sostanzialmente condiviso dagli adulti.

Inutile sottolineare le conseguenze sociali dell'odio. Più utile, forse, richiedere agli adulti una assunzione di responsabilità. Prima di tutto a capire che lo stigma sociale danneggia enormemente il bambino ciccione e gli rende assai più difficile integrarsi socialmente, con conseguenze devastanti sulla sua personalità. In secondo luogo, che sull'obesità abbiamo tutti vissuto decenni di menzogne e scarsa informazione, abbiamo creduto tutti che bastasse una dieta, abbiamo davvero pensato che il bisturi potesse risolvere, abbiamo creduto sinceramente che fosse tutta una questione di forza di volontà. Ora noi adulti non abbiamo più scuse, ora sappiamo che l'obesità è una questione complessa. Ci rimane da capire che è uno stato dell'esistenza, che fa parte della personalità fin da bambini, che non è un buon motivo per consentire che l'infanzia e l'adolescenza di milioni di ragazzini diventi un inferno. Né che i più piccoli crescano odiando schiere intere di persone per come appaiono fisicamente.

Ancora una volta: quando impararemo a rispettare i più piccoli?

(fonte immagine)

martedì 12 novembre 2013

Dodici anni gettati dal balcone: "Sono grassa"

Cristina ha dodici anni. I giornali oggi ne parlano come di una ragazza. Sì, forse. Una bambina, anche. Cristina ieri ha guardato a lungo il vuoto sotto il balcone di casa, con le mani sudate e gli occhi semichiusi ha scalato quel muretto e con una vertigine nel cuore si è lasciata cadere di sotto.

Cristina è una bimba sovrappeso, schernita per questo dai compagni di scuola, discriminata senza pietà, come spesso accade tra "ragazzi". Forse anche per questo è introversa e i suoi voti a scuola sono bassi, di certo nei suoi pochi anni di vita Cristina non ha potuto ancora maturare la capacità di difendersi da una discriminazione continua e non ha fatto che accumulare disagio su disagio. Né, evidentemente, gli adulti sono riusciti a intervenire.

Emarginata per la sua forma, nel messaggio lasciato al mondo nella sua cameretta, ieri Cristina ha scritto una frase, "Non ce la faccio più"; una frase che le vittime della discriminazione anticicci si ripetono spesso ma che, per Cristina, ha costituito una consapevolezza definitiva.

Ora Cristina è in ospedale e per fortuna è fuori pericolo. Forse, adesso, gli adulti si accorgeranno del mondo che il loro odio per il diverso sta costruendo per i nostri bambini, odio assorbito e moltiplicato dai coetanei di Cristina, tutti presi a rinforzare le proprie giovani identità replicando comportamenti genitoriali, pubblicità e anoressie mediatiche. Quanti bimbi ci sono passati? Quanti di loro, di noi, hanno pensato di farla finita? Quanti hanno vissuto anni di solitudine in questo mondo di odio?

Certo, è fin troppo ovvio, non basterà il gesto di una bimba di Trezzano sul Naviglio, vicino Milano, per svegliare questo paese: la vita di milioni di giovani cicci e cicce continuerà ad essere demolita dalla discriminazione, ma è lecito sperare che almeno qualcuno apra gli occhi. Oggi Cristina è sopravvissuta. Se domani a lei e a tante altre bimbe la vita possa apparire meno nera dipende dagli adulti. Dalla loro capacità di amare tutte le diverse forme ed espressioni dell'umanità e, in definitiva, di amare davvero se stessi.

(fonte news)
(fonte immagine)
nota: Cristina è un nome fittizio, le autorità di Trezzano hanno preservato l'identità della piccola.

domenica 2 maggio 2010

Bimbi obesi? Buon senso, please.

Non c'è solo Michelle Obama a dichiarare guerra all'obesità infantile, anche in Italia si moltiplicano iniziative che hanno il lodevole intento di ridurre la dimensionalità non scelta e non voluta dei più piccoli. Ma, come nel caso statunitense, anche da noi ci sono segnali di pericolo su molte iniziative.

L'ultima è quella di Asti, dove ad un percorso clinico se ne associa uno psicologico e sportivo. Al bambino viene proposto di firmare una sorta di contratto, una dichiarazione di intenti, rispettando il quale verrà ricompensato.

Negli USA l'iniziativa della First Lady viene criticata da più parti perché non risolve lo stigma sociale del bambino obeso, anzi rischia di acuirlo nelle scuole e nei suoi ambiti di interazione. Ad Asti, per continuare con l'esempio, c'è invece una certa attenzione a questo aspetto, quasi inedita in questo genere di iniziative. Ma basta leggere le dichiarazioni dei responsabili per comprendere le difficoltà dello stabilire un approccio sano a questo genere di iniziative.

Dichiara infatti una dei medici impegnati nel programma: "Non basta fornire al piccolo paziente e alla sua famiglia schemi di una corretta alimentazione, programmi di attività sportiva e consigli su uno sano stile di vita: con il nostro progetto sperimentale puntiamo a privilegiare il lavoro di informazione ed educazione, rafforzare l’autostima del bambino attraverso i risultati, aiutando a modificare i comportamenti, insieme alla sua famiglia, e fornendo un supporto più costante e duraturo nel tempo”.

Come è ormai evidente nei Fat Studies di Oltreoceano, legare in modo diretto la fiducia in se stessi ai risultati del dimagrimento è pericoloso, tanto più nell'età dello sviluppo. Il motivo è ovvio: nel momento in cui il programma dovesse fallire o il peso successivamente venisse recuperato, la stima di sé, così importante per una vita serena, potrebbe uscirne compromessa, in anni delicatissimi, i più rilevanti per la formazione della personalità.

(fonte foto)

lunedì 19 aprile 2010

La bimba che voleva essere normale


"Ciao, il mio nome è Lesley, ho 9 anni e sono sovrappeso".

Inizia così l'emozionante racconto di una vita pubblicato da Fatshionista, un'infanzia condizionata dall'apprendere che non si è normoforma, un'adolescenza passata a combattere col peso e a subire in modo sempre più diretto l'esclusione dalle attività più comuni dei propri coetanei, fino a vivere lo sport, che pure non si è mai trascurato, come l'unico modo per tentare di rientrare nella normalità nonostante tutto, l'appetito, la costituzione, congiuri in direzione contraria.

"Crescendo - continua Lesley - ho iniziato a capire cosa significasse essere grassi (...) I bambini grassi erano lenti nello sport, e chi tentava di giocare comunque veniva preso in giro. I cicciotti erano sempre gli ultimi a venire scelti e, se anche non capitava a me, iniziai a temere che potesse accadere. E quando questo è accaduto, una volta dopo l'altra, ho smesso di giocare. Un modo per sopravvivere, per evitare le derisioni e gli insulti dei quali solo pochi ragazzini grassi riescono a ridere".

E quindi dieta. Dieta fin dalle elementari. Dieta per perdere peso ad ogni costo nonostante un appetito che divora le intenzioni più nobili e, nonostante questo, resistere e continuare nelle privazioni, o nel seguire il consiglio di questo o quel dietologo. Imparare che ci sono "cibi cattivi" e "cibi buoni".

"Fare esercizio divenne un imperativo. Camminavo a lungo senza méta nel mio vicinato con la musica nelle cuffiette, soddisfatta solo se riuscivo a mantenere una velocità consistente. Ma non riuscivo comunque a sottrarmi allo stigma della ragazza cicciona. Non importava quanto ci provassi. Se ci provi nessuno te ne dà merito. Devi riuscire nell'obiettivo, se non ce la fai ti dicono che non ci hai provato abbastanza, che non hai abbastanza forza di volontà".

"Credo di poter dire di aver lavorato duramente, quanto potevo, senza riuscire però ad arrivare al mio sogno di magrezza, l'unico che avessi. Ed evitiamo di parlare di una giovane adolescente il cui sogno non era diventare una astronauta o il presidente, ma era quello di dimagrire". Poi gli anni della giovinezza, passati nei dialoghi con il medico, alla ricerca di soluzioni farmacologiche. Ricerche inutili.

"La via che ho scelto alla fine è stata l'auto-accettazione, e apprezzare il mio corpo indipendentemente da come poteva cambiare o meno il modo in cui appariva. Ho scelto di avere cura di me stessa. Ci è voluto tempo, non è successo in una settimana e neppure in un anno. Ma col tempo sono giunta a capire che non era la ciccia che mi aveva fatto odiare lo sport, a farlo era stato quello che la gente pensa di una cicciona. Non era il mio essere grassa che mi rendeva inferiore o isolata, era l'ideologia culturale secondo cui i grassi sono gente solitaria, miserabile, perlopiù spiacevole".

La conclusione di Lesley è di una lucidità che apre ulteriori riflessioni:

"Nulla di quanto mi è accaduto come giovane, nessuno dei cambiamenti che ho incontrato sulla mia strada, nulla di quell'odio per me stessa che mi ha nutrito, di quegli insulti che ho tollerato, nulla di tutto questo sarebbe successo se fossi stata grassa in un mondo vuoto. Nulla di tutto questo è accaduto solo come conseguenza del mio essere grassa. E' accaduto a causa della cultura nella quale vivevo, che tutti più o meno condividiamo. E' accaduto perché io per prima avevo ricevuto, elaborato, assimilato e interiorizzato i messaggi negativi su quello che gli obesi possono o non possono fare, e ciò che gli obesi possono o non possono essere".

martedì 13 aprile 2010

Obeso, una parola che fa ingrassare


Piccola ma forse rilevante segnalazione sull'innovazione linguistica britannica. Alcuni educatori parrebbero infatti intenzionati a cancellare il termine obeso quando ci si riferisce a bambini.

L'idea di alcuni parlamentari alle prese con l'aumento della popolazione di importanti dimensioni è che definire obesi i giovani possa innescare dei fenomeni controproducenti. Dichiara il deputato Jeff Dunn: "Non bisogna usare la parola obeso. Piuttosto usiamo peso non salutare. Se chiamiamo "obesi" i ragazzini potremmo causare dei contraccolpi psicologici".

Credo sia apprezzabile la ricerca di terminologie non-discriminatorie in sé, trovo però la proposta britannica decisamente superficiale. Essere diversi non è discriminante in sé, anzi la diversità è una ricchezza per tutti, ciò che porta alla discriminazione è la reazione che si ha verso questa diversità. Che il bambino ciccione sia diverso dagli altri bambini si rende evidente al di là del termine usato per descriverlo, né credo che gli debba essere nascosta la sua diversità. La vera sfida, cioè, non è solo capire che l'insulto porta esattamente dalla parte opposta di dove si vorrebbe andare ma anche che soltanto apprendere la ricchezza della diversità può portare ad una maggiore serenità e, dunque, ad una più ampia possibilità di determinare il corso della propria esistenza.

Dubito che un bambino subirebbe "contraccolpi psicologici" se al termine obeso non fosse associata l'intenzione di offendere. Ai bambini non viene insegnato il rispetto della diversità perché i molti adulti che li circondano per primi non sanno di cosa si tratti. Insegnanti e, spesso, persino genitori. Il fronte è questo, gli aspetti clinici sono la seconda linea. Quando lo impareremo?

(fonte immagine)

lunedì 12 ottobre 2009

Hanno scoperto la scarsa autostima. Era ora

Ci sono casi in cui la stampa non sa davvero raccontare ciò di cui decide comunque di occuparsi: c'è uno studio britannico che indica come la bassa autostima dei più piccoli possa tradursi in obesità nell'età adulta, con molti se e molti distinguo. Sebbene sia evidente per tutti come la bassa stima di sé, soprattutto nell'età della formazione, sia legata a doppio filo al rapporto con i propri coetanei, al modo in cui si è percepiti, a come è percepito il proprio corpo, ai media sembrano ancora sfuggire le parole chiavi di tutto questo: discriminazione, emarginazione, isolamento. I problemi dell'autostima passano da lì nell'età in cui lo scopo primario è l'inclusione sociale.

Uno degli autori dello studio spiega: "Le strategie per la lotta all'obesità dovrebbero includere anche gli aspetti emozionali come la promozione dell'autostima agendo nelle scuole, in modo da aiutare i bambini a risolvere le loro ansie e eliminare almeno parte dei fattori di rischio del sovrappeso da adulti". Se si pensa che secondo il Ministero del Lavoro in terza elementare il 12 per cento dei bambini è obeso e il 24 è sovrappeso ci vuole poco per comprendere le dimensioni della cosa: quel 12 per cento di bimbi obesi con ogni probabilità vive sulla propria pelle le esperienze che tanti obesi in età infantile hanno sperimentato e che per molti di loro si sono tradotte in bassa autostima.

Parole importanti, dunque, basti pensare alla rimozione degli aspetti emozionali dalle recentissime iniziative anti-obesità nazionali e non, sebbene non abbia idea di dove si possa iniziare ad "agire nelle scuole": ho la sensazione che il problema sia assai più radicato e riguardi l'intera società. Per cambiare la percezione della diversità da parte dei bambini è probabilmente necessario che ad evolvere siano prima ancora gli adulti, i media e via dicendo. Ma parlarne è accademia, la politica ha altro di cui occuparsi. Naturalmente.

lunedì 14 settembre 2009

Se l'adulto stigmatizza il bambino


Se non ci fosse un nuovo studio a confermarlo non saremmo qui a ripetere quella che a tanti può sembrare una ovvietà: mettere all'angolo il ciccione in quanto tale, schernirlo, emarginarlo, contribuisce talvolta in modo drammatico ed ampio ad aggravare i problemi che può avere con il peso e con le sue cause. Sebbene non sia il motivo principale dell'esistenza di questo blog, il fatto che la discriminazione non aiuti la lotta all'obesità è una delle ragioni per le quali combatterla è determinante.

Il nuovo studio affronta lateralmente la questione, indagando sulle relazioni tra la bassa stima di sé nell'infanzia e l'obesità, indicando come la mancanza di fiducia in se stessi possa rappresentare un trampolino per l'obesità in età adulta.

La cosa è interessante non solo sotto il profilo clinico, non saremmo peraltro qui a parlarne, ma proprio sotto lo specifico profilo della discriminazione: non solo i bambini spesso discriminano i loro coetanei obesi, una realtà sulla quale è assai difficile incidere, ma lo stesso fanno spesso anche gli adulti, realtà che invece richiede una seria riflessione. Proteggere i più piccoli dagli abusi e dalle violenze del mondo adulto significa anche proteggerli da una stigmatizzazione che può incidere sulle loro potenzialità di sviluppo e sulla percezione di sé. Un bambino obeso con una bassa stima di sé e una scarsa fiducia nelle proprie capacità raramente deve la sua condizione alla crudeltà di qualche coetaneo ma, più spesso, alle pressioni castranti e alla reazione disinformata e superficiale del mondo adulto, comprese figure di riferimento come i docenti o addirittura i genitori.

La discriminazione, qualsiasi discriminazione basata sull'identità o sulla forma, è la violenta emarginazione dalla socialità dell'essere umano, se poi questi è un bambino o una bambina la violenza si trasforma in intollerabile abuso.

immagine presa da qui