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lunedì 17 marzo 2014

Come ti uccido una cicciona

Quando la cicciofobia si somma ad un disordine alimentare il mix è esplosivo. A rischio, dice la ricerca, una donna su cinque

Sì, è vero, la cicciofobia colpisce anche gli uomini, così come i disordini alimentari. Ma la vera emergenza, dicono gli esperti della convention annuale statunitense sui disturbi dell'alimentazione, riguarda le donne. E la situazione peggiora: si considera oggi che una donna su cinque soffra di questo genere di problema.

Come sottolinea Erin McKelle in un editoriale molto citato in questi giorni, ci sono due cose che sono molto pericolose per le donne dalle ponderalità rilevanti. La prima è la cicciofobia in tutte le sue declinazioni, di cui parliamo spesso su queste pagine, l'altra è il disordine alimentare. Quando queste due cose vengono vissute contestualmente, i problemi per il benessere e gli ostacoli al recupero si moltiplicano. In realtà si corre il rischio, col tempo, di lasciarci la pelle.

Se a questo si somma la cosiddetta emergenza dietismo, considerata sempre più spesso fonte di disordini alimentari, il quadro del pericolo diventa chiaro. Scrivono gli esperti di HOPE: "depurativi in succo, pillole dietologiche, supplementi per l'accelerazione metabolica, liste di cibi buoni e cibi cattivi... Saltare sul carro di una dieta che va di moda è spesso la via più breve a sviluppare abitudini alimentari tossiche e disordini alimentari. Quello che inizia spesso con un tentativo apparentemente innocente di perdere qualche chilo o di guadagnarci un po' in salute può facilmente diventare un disordine a tutto tondo, come anoressia, bulimia o alimentazione compulsiva".

Siamo ad un crocevia dove convergono difficoltà di tipo diverse e caratteristiche identitarie diverse e da dove si dipartono strade tutte in salita. Il nemico numero uno, continua McKelle, sono i media, veri propagatori dell'ossessione per la magrezza ma, come sottolineano esperti come Brian Cuban, il drammatico comportamento asociale dei media non basta a spiegare la cicciofobia. Ma è proprio questa, declinata contro le donne in effetti discriminatori, paternalistici o bullisti tout-court, la polvere da sparo che carica le armi con cui la società prima assedia milioni di donne e poi assolda i cecchini per farle fuori.

La vera novità della ricerca, come evidenzia McKelle, è che tutti questi effetti sono collegati tra di loro: l'esposizione all'ossessione per la magrezza, che colpisce le donne in carne più delle altre, l'ostracizzazione dei grassi, i messaggi mediatici... Non solo tutti gli elementi dell'ossessione sociale lavorano insieme per danneggiare la donna, sono ognuno causa ed effetto dell'altro, una complessità fatta di odio, identità danneggiate, media fallaci e dietismi sballati.

Come uscirne?
Non esiste una via comoda, facile e sicura per sottrarsi al martellamento e all'assedio. Ma, come suggerisce McKelle, si possono attuare alcune strategie di buon senso per "alleviare" il problema ed evitare spirali distruttive e autodistruttive.
In una battaglia di campo l'assedio può provocare l'esaurimento delle risorse dell'assediato. Nel nostro caso, scrive McKelle, si può però tentare di svicolare da chi con il solito paternalismo ritiene di dover sempre indicare alla ciccia di turno cosa deve fare della propria vita. E se non si può svicolare, perché chi lo fa è una persona di famiglia o qualcuno a cui si tiene, si può comunuque decidere di parlare, spiegarsi, far capire che parlare in termini colpevolizzanti o ridondanti di luoghi comuni non solo fa male al rapporto che si ha con quella persona, ma ottiene l'effetto contrario a quello sperato.

Per quanto riguarda i media, invece, l'unica è armarsi di senso critico, di consapevolezza: oggi è difficile, impossibile probabilmente, pensare di vivere al di fuori dell'assedio mediatico. La comunicazione imperniata sulla magrezza come unico parametro del successo è ossessiva. L'unico modo per non subirla, per non interorizzare una colpa o il senso di essere "sbagliati", è destrutturarla, capire quali sono le origini culturali di un'ossessione del genere, verificare quanto quella non abbia nulla a che fare con la questione salute ma esclusivamente con la vanità o con il business che si incardina su tale ossessione.










giovedì 13 marzo 2014

Voler convertire un bullo è come voler imbottigliare il vento?

La diffusione dell'odio e del pregiudizio contro chi è ciccione è tale che la guerra forse è già perduta. Ma se non fosse quella la guerra da combattere?



CCD - Si può fermare un'onda di piena? Si può imbottigliare il vento? Si può trasformare un bullo in una persona consapevole degli altri? Se lo chiedono in tanti in questi giorni sui network adiposi, e non perché si siano registrati episodi di bullismo più cruenti del solito, ma proprio perché è un lento stillicidio quello che cicci e cicce di ogni età affrontano quotidianamente.

Qualche giorno fa Susie Kline cercava di spiegare ai genitori americani perché avere dei figli ciccioni non debba suscitare loro sensi di colpa. "Tutto quello che potete fare è educare, fornire cibo salutare, ma il resto è la genetica, l'ambiente, le questioni economiche... Queste ed altre cose che noi tutti vorremmo poter controllare molto più di quanto in realtà ci sia dato".

Susie descrive la complessità non solo dell'obesità in sé ma anche dell'intero mondo che circonda il bimbo ciccione, auspicando infine che genitori e tutori riescano prima o poi a far quadrato e ad affrontare la sfida più grande, che non è certo solo quella di fornire cibo sano ma quella di cambiare la cultura e azzerare il bullismo. Insieme, dice Susie, si possono ottenere grandi risultati.

A me, come accennavo, sembra che il bullismo anticicci sia talmente incardinato nelle fondamenta della società contemporanea che pensare di cancellarlo sia utopico, sia appunto come voler imbottigliare il vento.

E se ci fosse un modo per imbottigliarlo, invece, il vento?
Si legge su Living400Libs di una ragazza obesa a cena con amici fuori, in un ristorante, e del dover ascoltare per metà del pasto quelli del tavolo accanto sparare a zero sui ciccioni. "Nel microcosmo di quell'ora e di quella stanza, i loro commenti - scrive l'autrice del post - non dovevano necessariamente avere effetti su di me. Le loro opinioni non mi hanno fatto perdere il lavoro o la mia casa. Il fatto che pensino che le persone grasse non siano sexy non cambiava quello che era successo poco prima del pranzo tra me e il mio ragazzo. Ma, allo stesso tempo, le opinioni anti-obesi espresse da quel gruppetto di persone rafforzano la visione sociale dell'odio contro i ciccioni. L'idea che chiunque possa perdere peso, che i ciccioni siano stupidi o non si accettino o siano pigri in quanto non magri, fa sì che una persona con le mie qualifiche sia assunta con maggiori difficoltà. O pagata meno di un collega di pari qualifica. E' anche uno dei motivi per cui molti medici vedono i cicci come pazienti che non seguono le loro direttive, o deficienti perché per propria volontà evitano la magrezza, e via dicendo".

Ecco, forse, il fronte. Dove possiamo tracciare una linea?
I danni del bullismo, dell'odio, dell'ignoranza, della mancata comunicazione della realtà delle cose così come del suo opposto, lo scarso interesse che suscita il benessere degli altri, i danni dicevo sono molto più grandi tanto più giovani ci si espone a questo clima. Ma poi proseguono lungo tutta la vita adulta.

Che importanza può avere quando qualcuno parla in un certo modo dei ciccioni, come quei ragazzi in quel ristorante? A livello individuale non ne ha nessuna, probabilmente. Ma quei pregiudizi, quei luoghi comuni, quell'odio che si rafforzava tra di loro durante un pasto contribuiva alla visione dei ciccioni da parte della società nel suo complesso, era ad un tempo causa ed effetto dell'accondiscendenza generale verso il tiro al ciccione.

Ecco, quindi, che forse siamo arrivati al punto. Il bullo che assale una donna cicciona o un cameriere che ti guarda storto, beh contro questo si può davvero far poco. Pensare di "convertire" ad un livello di umana decenza e consapevolezza chi annega nella discriminazione sarebbe veramente come tentare di infilare il vento in bottiglia. Ma, come auspicava Susie, è invece possibile agire, tutti insieme, perché cambi la "visione complessiva" della società, quella che - a differenza delle parole di uno sconosciuto - già oggi causa così tante sofferenze. Come a dire, quindi, che il vento da imbottigliare non sono i pregiudizi di un estraneo, il vento è la corrente d'aria mefitica che si insinua nelle istituzioni, nei palazzi, nelle scuole, nei condomini, nelle televisioni. Forse è vero, non si può imbottigliare, ma si possono sempre chiudere le finestre e poi parlare, qui, sui social network, per strada, tra gli amici, del perché si è scelto di risparmiarsi quello spiffero assassino.

(fonte foto)

martedì 11 marzo 2014

Il nutrizionista: l'obesità è perlopiù determinata dall'ambiente

L'intervista a Francesco Iarrera, nutrizionista ed esponente di AIDAP, tra i primi professionisti del settore in Italia a porre al centro della questione obesità l'ambiente sociale e la discriminazione

CCD - La discriminazione entra di prepotenza nel dibattito sull'obesità, grazie in particolare al dott. Francesco Iarrera, nutrizionista del Centro di Riabilitazione Nutrizionale di Messina e referente regionale di AIDAP, l'Associazione Italiana Disturbi dell'Alimentazione e del Peso. Iarrera in queste settimane ha letteralmente rotto il ghiaccio grazie ad un brillante intervento sulla discriminazione apparso sulla newsletter di AIDAP, Emozioni e Cibo. Com'è ovvio gli ho immediatamente chiesto di parlarne per una intervista e ne è uscita una lunga e interessante chiacchierata a 360 gradi su obesità, disturbi alimentari, odio sociale, reality show e nutrizione. Ho cercato di sintetizzarla qui sotto.

Discriminazione e disturbi alimentari
Perché nel tuo intervento parli di "nuovi pregiudizi" anticicci, a cosa fai riferimento?
Iarrera: Quando parliamo di obesità, quando parliamo di obesi, ci troviamo di fronte ad una sorta di intolleranza razziale, una forma molto pericolosa di intolleranza. Non ci dobbiamo stupire: ogni qual volta come società e individui ci troviamo dinanzi a qualcosa che non conosciamo tendiamo a starne alla larga, e finiamo per considerarlo il male supremo.
Qui da noi questo è quello che accade. Oggi succede proprio questo con l'obesità.

Sono i pregiudizi che circondano l'obesità, e che si traducono nell'esclusione sociale degli obesi, parliamo di quelli?
Iarrera: Si attribuisce di tutto e di più agli obesi. Si dice che sono pigri, ad esempio, ma si può essere pigri o meno anche da magri. Si dice che gli obesi sono privi di volontà o non sanno mantenere un impegno. Sciocchezze, ovviamente, che sono però un problema nel momento in cui diventano il modo o la scusa per discriminare, allontanare, emarginare.

In che senso?
Iarrera: Questo è un problema culturale, nasce dalla non completa conoscenza dei meccanismi biologici e psicologici legati al sovrappeso. Si ignorano le cause scientificamente dimostrate, si attribuisce il sovrappeso ad una insufficienza dell'individuo.

E non è così? C'è chi attacca gli obesi perché - dice - lo sono per scelta.
Iarrera: Il problema è proprio questo. Come si può parlare di sovrappeso continuando ad ignorare che se il 25 per cento della questione è ascrivibile ad una responsabilità personale, il 75 per cento ha invece cause ambientali?

Come uomo ciccione sono cresciuto circondato da chi non solo mi diceva che vivevo in un corpo sbagliato ma anche che era tutta colpa mia. E se non me lo diceva mi faceva capire come la pensava. Un'esperienza, questa sì, epidemica, vista la quantità di cicci e cicce che l'hanno sperimentata e la sperimentano. Ora mi vieni a dire che non è così?
Iarrera: Le persone obese si trovano in una difficoltà biologica. Vivono una condizione che conoscono meglio di tutti, non hanno certo bisogno che siamo noi ad andarglielo a dire. Nel momento in cui la persona si sente colpevolizzata rispetto al proprio sovrappeso tende a fuggire. Paradossalmente l'accusa secondo cui l'obesità viene scelta non solo non aiuta a risolvere il problema ma, anzi, lo aggrava.

Sì, come sottolinei la ricerca va tutta in questa direzione, anche se viene ancora sostanzialmente ignorata, si fatica a trasformare questo concetto in cultura. Dal mio punto di vista posso dire che da adulto ho imparato, diciamo così, a difendermi. Certo, se ricordo quando ero piccolo...
Iarrera: Per i bambini è naturalmente molto peggio. Nel bambino la questione è potenzialmente ancor più grave. Perché se gli va bene non affronterà proprio il problema, se gli va male finirà per sviluppare un disturbo dell'alimentazione.

Quindi vedi una correlazione tra un clima sociale ostile e lo sviluppo di disordini alimentari?
Iarrera: Anoressia, bulimia, un approccio disturbato al cibo. Tutto questo arriva dall'ambiente, ancor più al bambino la cui identità ancora non è formata, la cui autostima è ancora in fase di evoluzione.

Mi puoi fare qualche esempio?
Iarrera: Nella nostra pratica clinica incontriamo molti bambini in cui rileviamo il ruolo dell'emarginazione, la percezione dell'esclusione è forte e li segna. Basti pensare che i bambini normopeso tendono a giocare meno con i bambini sovrappeso.

L'importanza dell'ambiente
A questo proposito ci sono ricerche, correggimi se sbaglio, secondo cui è deleterio far mescolare i bambini normoforma con quelli ciccioni perché tenderebbero a diventare ciccioni... Che ne pensi? A me sembra orrorifico il solo pensiero, ma io come ti ho detto lavoro su ciò che conosco, ossia la comunicazione sociale. In questo caso l'esclusione a causa della forma mi fa venire i capelli dritti.
Iarrera: La verità è che l'interazione sociale va in entrambe le direzioni. Se è vero che una persona magra che si circonda di persone sovrappeso rischia di sviluppare del sovrappeso, è anche vero il contrario.

Allora possiamo dire che ci condizioniamo a vicenda un po' in tutte le cose e che questo fa parte dell'interagire, che a sua volta è condizione essenziale di vita...
Iarrera: Ma il punto chiave, il vero nodo, è ancora una volta un altro, ed è l'ambiente.

Al contrario di altri medici, attribuisci moltissima importanza all'ambiente. Ne hai scritto e me ne hai parlato anche ora come di un elemento determinante. Quando parli di ambiente cosa intendi?
Iarrera: Se penso ai bambini, alle famiglie, ai compagni di giochi, ma anche - con gli adulti - ai colleghi e agli amici. A come gli uni si comportano con gli altri, come ci si relaziona, penso ai luoghi comuni, alla frequente ignoranza della scienza...

Io da esperto di comunicazione tendo a pensare molto all'ambiente mediatico, a quanto influiscano i media, come la televisione. Mi chiedo se possiamo ridere su fenomeni come quelli dei reality show antiobesi o se invece dovremmo investigarli seriamente
Iarrera: Non ci possiamo ridere sopra. L'ambiente mediatico di questo tipo è di una gravità assoluta. Se ci ragioni, è una esaltazione dei concetti di cui abbiamo parlato, dell'ambiente ostile, con l'aggiunta di una diseducazione molto grave.

Che intendi?
Iarrera: L'esempio più ovvio è proprio quello della forma. Si continua a enfatizzare il fattore di successo della magrezza, come se fosse la via al successo, anzi l'unica possibilità di successo personale, e questo naturalmente è problematico.
A questo si aggiunge l'idea della possibilità di perdita di peso con sistemi che sono al limite del realizzabile.

In che senso?
Iarrera: Pensiamo proprio ai reality show di cui parlavi. Non è ovviamente in alcun modo realistico che una persona non so vada in una clinica come quella del reality show dove un esercito di terapisti lo/la seguono giorno per giorno magari per un anno e mezzo. Ma il messaggio non è questo, il messaggio fa sì che chi segue quelle trasmissioni finisca per pensare di poter tradurre quel dimagrimento in una realtà anche per sé. La verità è che non si vive la vita con un tutor o seguiti da un pool di specialisti in una clinica.

Come esperto di comunicazione mi sento solo di aggiungere che questo genere di show mi sembrano deleteri non solo per il pubblico ciccione, che viene istigato a tentare di dimagrire in modi suicidi. Ma anche per quello normoforma: in questi show trovano conferma una quantità di luoghi comuni, pregiudizi, ossessioni che vengono ripetuti sotto varie forme e continuamente, dipinti sia negli atteggiamenti dei conduttori che in quelli a cui sono spinti i partecipanti.
Tra questi pregiudizi, evidentemente, c'è anche quello di chi ritiene fondamentalmente giusto che il ciccio o la ciccia si sentano abitanti di un corpo sbagliato. Molti ritengono che questo sia utile, addirittura che li spinga a dimagire, tanto da sentirsi legittimati a dire all'obeso quello che deve fare con il proprio corpo. E si arrabbiano persino quando qualcuno dice loro che si comportano da bulli. Che ne pensi?

Iarrera: Questo viene fuori di continuo. E' come se qualcuno potesse sapere meglio della persona sovrappeso che essere sovrappeso è un problema. Se io ho un peso di 150 chili saprò da solo che faccio fatica a salire le scale. Non ha senso fargli pesare una cosa che lui sa perfettamemte.
E' il modello del senso di colpa che è fallimentare e che incredibilmente ancora oggi viene utilizzato. Il sovrappeso di fatto è aggravato da questo genere di approccio che, come tutti quelli di questo tipo, non sono funzionali.
Parliamoci chiaro: ma se io ho malditesta siamo sicuri che debba esserci qualcuno che mi spiega che ho il malditesta? E magari insultiamo quella persona?

Il caos ascientifico, il fascino dei "maghi"
La mia sensazione è che viviamo in un momento molto caotico per tutto quello che riguarda l'alimentazione, le diversità, una cultura sofferente. Non percepiamo il valore dell'individuo. Anche quando si parla di nutrizione mi pare che vi sia molta confusione e questo anche determina comportamenti discriminanti. Come leggi la situazione attuale?
Iarrera: In cinquant'anni anni siamo passati dallo spingere un carretto ad andare in aereo, oggi usiamo i cibi precotti che acquistiamo al supermercato e non quelli che coltiviamo nel nostro orto. E' cambiato tutto l'ambiente.
Pensiamo alla dieta mediterranea. Quando si parla di questa dieta in realtà si dovrebbe specificare che si parla di uno stile mediterraneo vecchio di cinquant'anni. Quando l'uomo si alzava la mattina alle 5 per andare a lavorare nei campi. Lo stile di vita oggi è cambiato completamente.
Il punto è che non siamo geneticamente pronti per vivere in questo ambiente. L'ingrassamento è una logica conseguenza. L'uomo fino a non più di cento anni fa era stato costruito per accumulare risorse energetiche che gli consentissero di resistere alle carestie. I cambiamenti dal punto di vista genetico non sono affatto affrontabili facilmente.

Mi chiedo se non possa venirci un aiuto dalla cultura. Come mi hai detto negli ultimi decenni è cambiato tutto. Se non ce la facciamo sotto il profilo genetico forse potremmo lavorare sotto il piano culturale. Penso a chi inizia, forse siamo solo agli inizi, a riflettere in modo nuovo sul cibo. Con tutti i suoi limiti, non so, penso al vegeterianesimo, non è un indice di una riflessione nuova sull'alimentazione? C'è da sperare che da queste riflessioni emerga un approccio più evoluto?
Iarrera: Certo, un aspetto importante è quello culturale, una evoluzione in questo quadro potrebbe cambiare qualcosa e forse qualcosa sta cambiando. Ma la domanda rimane: stiamo prendendo la giusta direzione? Io non lo so. La ricerca scientifica in questo senso non è univoca, ci sono nodi controversi sulla riduzione di certi alimenti a favore di altri, ci sono pazienti che sviluppano disturbi in relazione all'alimentazione "politically correct". In una evoluzione del genere, diciamo, c'è una sottile linea di confine tra miglioramento e peggioramento.

Mi sembra che giriamo nel caos. A volte la sensazione da questa parte del tavolo è che le ricette per star bene o addirittura per dimagrire cambino diametralmente a seconda del medico con cui parli. Conosco persone che seguono diete che hanno letto sui libri, altre stabilite da nutrizionisti, altre ancora quelle di certi medici di famiglia che lavorano fuori protocollo. Se poi ci parli, scopri che le indicazioni cliniche delle une e delle altre fanno a botte, sono quasi in opposizione. Siamo nel caos, insomma.
Iarrera: Credo che il problema nasca dalla difficoltà di far emergere l'approccio scientifico. Alcuni terapeuti in ambito nutrizionale sembrano a volte trascurarlo, finiscono per cercare la genialità in un approccio che se basato sulla scienza medica non dovrebbe avere nulla di geniale.

I venditori di elisir in Italia hanno sempre avuto vita facile...
Iarrera: Io credo che un medico, un nutrizionista, non debba inventarsi nulla, deve solo applicare quello che la ricerca scientifica ha portato in superficie.

Mettendoti nei panni di un paziente, di qualcuno che ha davvero dei problemi di salute legati alla nutrizione... Come se ne esce?
Iarrera: Bisogna leggere. Leggere tanto, studiare, capire. E' complicato, mi rendo conto. Per esempio noi qui al nostro centro applichiamo la terapia comportamentale per le persone sovrappeso e i disturbi dell'alimentazione. Parliamo dell'applicazione del massimo dell'evidenza scientifica. Dovrebbe quindi essere questo lo standard dell'approccio all'intera questione. Ma - sorpresa - gli specialisti che la applicano sono pochi.

Come formare gli specialisti? Come ri-disegnare l'ambiente specialistico?
Iarrera: Noi proponiamo dei corsi di formazione su queste terapie, ma posso dirti che ai nostri corsi troviamo meno partecipanti di quanti si iscrivono, ad esempio, per studiare la dieta chetogenica (una dieta che va molto di moda, ndr.). Se vai però a leggere la ricerca, a studiare, scopri che molti studi non convalidano quel tipo di dieta. Siamo quindi di fronte ad un messaggio sbagliato.

Ho il timore che intervengano logiche di business...
Iarrera: Certo. Qui c'è un business che va ad invadere il campo scientifico, l'approccio miracolistico fa guadagnare molto di più. Non è la prima volta. E' successo anche con le intolleranze alimentari. Nel momento in cui sono emerse le evidenze scientifiche sulla inattendibilità di queste analisi un medico serio non può più proporle. Come AIDAP abbiamo un codice deontologico molto chiaro in questo senso. Ma penso anche al sondino nasogastrico, col quale qualcuno si è arricchito molto.
Il punto è che usare tecniche errate produce un doppio rischio, quello legato alla salute e quello della depressione dinanzi al fallimento.

Quando penso alla "lentezza culturale" penso anche ai grandi disagi che gli obesi, in particolare i grandi obesi, soffrono nel contatto con le strutture pubbliche, di trasporto o sanitarie. Che ne pensi?
Iarrera: Credo che questo sia legato ad una scarsa reattività all'evoluzione delle cose. Il mondo è cambiato rapidamente, e c'è una difficoltà, una lentezza nel trovare soluzioni a problemi vecchi di cent'anni, figuriamoci per quelli vecchi di vent'anni. Forse è un po' troppo ambizioso sperare che le strutture si adeguino rapidamente ad una condizione reale e molto nuova.

Amare se stessi e Health At Every Size
L'approccio di questo blog come sai è legato ad HAES, un approccio che partendo dall'accettazione di sé propone un percorso di salute legato alla gioia del ritrovare il senso del movimento fisico e di una nutrizione sana. Il primo passo per riguadagnare salute è accettare quello che siamo. Che ne pensi?
Iarrera: Il discorso è veramente complesso. Il sovrappeso oggi ha delle influenze a diversi livelli, di relazioni sociali, reazioni emotive, di autostima, aspetti che vengono influenzati negativamente dal sovrappeso. Non possiamo dimenticare che è un problema di salute, dovrei puntare a star bene e non a dimagrire, certo, ma non ho idea di cosa si possa fare per questo.

Non pensi sia possibile?
Iarrera: Intendo dire che il nostro percorso parte dal discorso dell'accettazione corporea, in modo che il paziente impari che può vivere dignitosamente con i propri chili di troppo. Il problema è lo scopo che spinge il paziente da noi.

Che intendi?
Iarrera: Non sono molti quelli che mettono al centro la salute. Molte persone si avvicinano ad un protocollo di terapia come il nostro perché vogliono perdere peso con obiettivi primari dichiarati, ad esempio per trovare fidanzati o fidanzate, per riuscire meglio nel proprio lavoro o per trovare una occupazione. Noi ci troviamo quindi a lavorare per tentare di ristrutturare questi pensieri, perché si arrivi alla conclusione che non è così, che si può avere una relazione affettiva anche se si è in sovrappeso, che ci si può sposare e avere successo nel lavoro; così come tutto questo può non accadere, anche se si è magri.
Qui ci scontriamo con una pressione culturale e ambientale che oggi è ossessiva.

Sì, ne sono consapevole. Anche per chi come me lavora specificamente sul linguaggio e individua in questa ossessione il principale ostacolo al benessere, alla fine ci si trova sempre a parlare di dimagrimento. Il che è deprimente, considerando appunto quello che dicevamo su salute e ricerca scientifica.
Iarrera: L'idea che si fanno i pazienti è che devono perdere peso, che quello per loro è l'unico sistema per star bene. Si innescano comportamenti deleteri, come il controllo ossessivo di alcune parti del corpo, ad esempio i fianchi. E si crea un circolo vizioso che finisce con evitare le attività. E quindi non vado al mare perché sono sovrappeso, innestando ulteriori negatività.

Come si può superare?
Iarrera: In verità l'insoddisfazione corporea si può affrontare con esercizi comportamentali. Ad esempio forzandosi ad aandare comunque al mare e scoprire quello che in realtà si sente. Gli esercizi condotti a dovere migliorando la soddisfazione, la percezione di sé. Ma quando il costrutto psicologico è legato anche alla giovane età i condizionamenti sono troppo forti per lavorare su questo fronte.


domenica 9 marzo 2014

Ai ciccioni certe meretrici chiedono dieci euro in più

Denunciati a Pavia in cinque, comprese quattro donne per favoreggiamento della prostituzione. Facevano pagare di più le proprie prestazioni se il cliente era ciccione




CCD - Dovrei probabilmente inaugurare una sezione del blog da definire "minipost", perché capitano segnalazioni o poco più che val la pena pubblicare perché ci aiutano a ragionare, ma sulle quali forse non ha molto senso soffermarsi troppo. E' il caso di un'operazione di polizia che ha portato allo smantellamento di un "centro massaggi" a Mortara, nei pressi di Pavia.

Da quanto si apprende i Carabinieri hanno scoperto che il locale era una copertura per un'attività di prostituzione.

"Il centro massaggi - recitano le cronache - si trovava in un appartamento di via Torino ed al loro ingresso i carabinieri si sono trovati di fronte una scena inequivocabile sulle attività svolte, confermate dalla presenza di centinaia di confezioni di preservativi". Quattro le donne denunciate per favoreggiamento della prostituzione, una è anche inquisita per sfruttamento, tutte di origine cinese. A sua volta denunciato il proprietario italiano dell'appartamento, che stando agli inquirenti era a conoscenza dei fatti.

Voi direte... e allora? Ecco, il particolare che mi ha colpito è che parrebbe che i massaggi speciali venissero fatti pagare 10 euro in più qualora i clienti fossero sovrappeso. Eh? Sì, proprio questo riportano le agenzie. Senza voler naturalmente entrare nella questione prostituzione né - figuriamoci - in una indagine per attività illegali, non può non saltare all'occhio il particolare. La "maggiorazione" nelle prestazioni era dell'ordine del 10 o 20 per cento, con le tariffe standard comprese tra i 50 e i 100 euro. Io non ho sinceramente idea di quale sia il pubblico di questo genere di attività né conosco qualcuno a cui poter chiedere lumi, ma trovo emblematica la maggiorazione per i ciccioni e mi chiedo quale effetto potesse avere sui clienti obesi questo genere di "discriminazione" e da cosa dipendesse. Che ne pensate?

(fonte foto)

venerdì 7 marzo 2014

Accettarsi come obesi significa giustificare l'obesità?

Ma davvero qualcuno qui crede di avere il diritto di chiedere ad un altro umano di giustificare la propria esistenza? Sì. Qualcuno la pensa proprio così



Quante volte lo avete sentito?
Quando mi capita di parlare con qualcuno di cicciosità e dintorni, è questa la prima obiezione che mi viene fatta non appena l'interlocutore si rende conto che non solo sono un ciccione ma che non mi sento in colpa per questo. Mi viene detto che "accettarsi come obesi significa in realtà giustificare l'essere obesi". O peggio ancora, apriti cielo, l'obesità. Obiezione spesso condita da battutine, sorrisetti, incitamenti ("dai su ammettilo" ecc.).

Io non ho sinceramente idea di cosa possa spingere qualcuno a ritenere che io debba giustificare a lui o lei la mia attuale condizione di esistenza. Non so quale perversione egoica abbia preso possesso di chi fa un'asserzione del genere. Ma scherziamo? Giustificarmi? Dovrei sentirmi colpevole per quello che sono? E questo dovrebbe aiutare chi? Chiunque dica una cosa del genere a qualcun altro temo che soffra di un ego smisurato e quindi di una sostanziale insoddisfazione esistenziale. Per questo, penso subito dopo, devo essere tollerante.

Se voglio dialogare, infatti, sono obbligato a spiegare anche a chi ha urgenza di sostegno psichiatrico. Per esempio, che avvicinarsi ad HAES, ossia ad una modalità gioiosa e salutare di vivere, è una scelta molto personale e molto consapevole. Significa, nel mio caso, scrollarsi di dosso decenni di stigmatizzazione, di colpevolizzazione. Spiego che smettere di sentirsi in colpa per ciò che si è significa accettarsi. E accettarsi porta ad amare se stessi per quello che si è. Tutte cose che chi legge questo blog già ben conosce, ma è davvero sorprendente quanto spesso lo debba evidenziare.

Se devo essere sincero mi capita anche di non farlo. Di non mettermi lì a raccontare i dettagli, a costruire ponti tra il pregiudizio e la realtà sperando così di cambiare sia il primo che la seconda. Soprattutto se il mio interlocutore è su Internet e non lo conosco granché, magari neppure direttamente. In quel caso mi sembra così difficile superare con una mail o un tweet il condizionamento di cui lui/lei soffre che finisco per lasciar perdere, magari mi limito a mandare un link, o lasciare un tag (#HAES, evidentemente), una sorta di "amo" per la sua intelligenza. Sarà poi lui/lei a decidere che farne.

In generale, però, mi rendo conto parlandone ora che lo scopo di questo blog, di tutto questo grosso lavoro di indagine che sto conducendo dal 2008, è uno solo. Ricordare a noi stessi che ciascuno di noi è - per dirla con Silvano Agosti - un grande ed unico capolavoro. Ognuno di noi merita rispetto e amore. Ognuno merita di vivere fino in fondo la propria vita a proprio modo. Lo stereotipo che diventa discriminazione, l'odio che sfocia nella violenza, tutto tende a condizionare i cicci, uomini e donne, a far sentire loro che il proprio corpo è sbagliato. Che sono cresciuti sbagliati. Che sono sbagliati. Ecco, se c'è una cosa che vorrei tanto che questo blog riuscisse a distribuire a chiare lettere tra i suoi lettori è una grande fiducia in se stessi. Siamo esseri unici. Rivendichiamolo. E ricordiamolo sempre, prima di tutti a noi stessi.

(fonte foto)

martedì 4 marzo 2014

Così ti anniento la Cicciofobia

Il Tumblr contro l'odio acquista sempre più popolarità. Le rivendicazioni di cicci e cicce si diffondono in rete e sempre più spesso anche sui media. Avanti così



C'era una volta la diffidenza verso il diverso, l'acrimonia verso la complessità e l'odio verso i ciccioni. Ma forse, un lontano domani, potremo essere felici. Questo è quello che pensano i creatori di un sito che spopola, un Tumblr sulla e contro la Cicciofobia che sta acquisendo sempre più lettori e seguito, e che spesso finisce su quotidiani e riviste internazionali. Non è un caso: le rivendicazioni di libertà e individualità contenute dalle parole pubblicate da obesi uomini e donne sono scandalose per la società avviluppata nella monoforma.

This is Thin Privilege, Tumblr il cui titolo potremmo tradurre approssimativamente con un Contro la Cicciofobia o più aggressivamente con un La superbia della magrezza, è un coacervo di rivendicazioni, scoperte personali, dubbi e accuse. Tutte più o meno dirette ai sostenitori della monoforma da parte di cicce e cicci. E' un sito che prende di mira quell'odioso consenso sociale di cui gode spesso chi esprime odio verso gli obesi.

Sono una infinità i post che potrebbero essere presi e analizzati per capire di cosa stiamo parlando e del perché sia uno "snodo" di comunicazione interessante, ma ne ho scelto uno che mi sembra indicativo di quanto sia importante per cicci e cicce prendere coscienza del proprio ruolo nella società, uguale a quello degli altri, e con gli stessi diritti di chiunque altro. Se c'è un grosso ostacolo sulla via della liberazione ponderale, del giorno in cui l'umanità non sarà più giudicata per la propria forma, è spesso proprio l'autocastrazione in cui indulgono molti cicci e cicce, spinti a questo atteggiamento deleterio e autoflagellante da una società che li odia. Ma ecco una veloce traduzione del post che dicevo, un post dedicato proprio al sito che lo ospita:
"Grazie a te non ho solo imparato ad accettare il mio corpo, ma anche ad amarlo. Mangiare non è più un evento ansiogeno, è un piacere. Ho imparato che meritiamo negozianti che non si interessino alla mia forma ma mi aiutino ad apparire e sentirmi bene, anziché andare a far shopping per finire in lacrime dopo non aver trovato nulla della mia taglia.

Ho lasciato un medico, e ora ne ho uno che non mi ha mai spinto a far nulla che fosse collegato al mio peso, né suggerito di perdere peso come trattamento. E non solo la merito, ma quella dottoressa dovrebbe essere la norma per tutti.

Sull'autobus o in metro prendo lo spazio che occupo perché è il mio spazio, e non ne occupo di più con bagagli extra sul sedile accanto o aprendo il più possibile le mie gambe, e non trattengo la pancia se qualcuno mi si siede accanto.

Grazie a te, grazie a ThisIsThinPrivilege e alla sua comunità, senza di voi odierei ancora me stessa, il mio corpo, e non mi sentirei all'altezza di avere cure mediche di qualità o vestiti che mi stiano bene o ossigeno da respirare. Io non avevo mai pensato, mai, che avrei potuto amare il mio corpo e me stessa. Ma è così, ora, e si vede".
C'è bisogno di ripeterlo? Amare se stessi significa ritrovare la gioia di vivere, vivere in modo salutare, significa amare ed essere amati, significa aiutare gli altri e partecipare alla vita della propria comunità. Ripetetelo a chi ancora non ha capito che i suoi pregiudizi, il suo odio, la sua ostilità sono un "thin privilege", sono Cicciofobia. E spiegategli che la sua ignoranza, condivisa dagli inconsapevoli, rende più piccolo e brutto il mondo di tutti.

(fonte foto)

domenica 2 marzo 2014

C'è anche chi ti vuole entrare nel cervello

"Se tu che leggi pensi che il suo comportamento sia stato violento, beh io sono d'accordo con te. Ma ecco, io ne ho parlato perché vorrei che tu sapessi che questo è quello che accade continuamente ai ciccioni"



Ali Thompson, nella foto sopra col fidanzato Josh, non è una dei militanti che si oppongono alla crociata per l'eliminazione psicologica degli obesi, è una disegnatrice di fumetti e una painter statunitense. Sul suo blog ha lasciato una testimonianza che dovrebbe far riflettere tutti e che val la pena leggere. Eccola in una rapida traduzione:

"Odio la parola Salute. Appena viene fuori ecco qualcuno che inizia a dire cosa bisogna fare per stare in salute. Mi manda il sangue alla testa. Specialmente se mi vengono a dire cosa dovrei fare io per la mia salute.

Come persona grassa, la gente sembra volermi aiutare con la mia salute ad ogni pié sospinto. E mi riempio di rabbia.
Perché? Perché dovrei arrabbiarmi così tanto alla parola Salute?
Vediamo. Forse perché la gente utilizza le proprie idee sulla salute per diminuire la mia intera esistenza? Per stigmatizzarmi, punirmi? Già, forse per questo.

L'anno scorso ho partecipato ad un corso sul Benessere dell'azienda per cui lavoro. Chi partecipava riduceva di qualche punto percentuale l'aumento già previsto nell'assicurazione sanitaria. Ho partecipato ad una sessione chiamata "Biometrica". Hanno prelevato del sangue per valutare il colesterolo e mi han detto che dovevo pesarmi. Ma io non voglio pesarmi, non voglio sapere quel numero perché qualunque numero sia riattiva il mio disordine alimentare.

Io ci ho messo tanto per gestire quel disordine. Solo recentemente ho capito davvero di soffrirne, di farmi del male da sola. Che poi è quello che la società chiede ad una cicciona no? Odiarsi finché non diventa magra, andare in giro annegando nell'autocommiserazione e autopunendosi continuamente no?

Salire su una bilancia attiva pensieri negativi nel mio cervello. Così ho chiesto all'infermiera del Corso se potevo evitarlo. Mi ha detto di no. Ho spiegato che non volevo vedere il numero. "Ho un problema e vederlo mi farebbe male".

Avete idea di quanto sia difficile dire una cosa del genere ad una perfetta sconosciuta? Quasi mi sono strozzata dicendolo, lei quasi non ha risposto. Quando sono salita sulla bilancia elettronica ho chiuso i miei occhi e li ho coperti con la mano. Appena scesa dalla bilancia, l'infermiera mi ha schiaffato in faccia la stampa con il numero scritto sopra, e così non avevo modo di evitare di leggerlo. "Questo lo devi vedere", mi ha detto, annegando in una smorfia di ipocrita preoccupazione.

La parte del mio cervello con quel disturbo alimentare è rotta. E' rotta, e tenta di farmi del male. Io ci costruisco intorno delle mura, perché è qualcosa che non posso sistemare altrimenti. Non posso tornare indietro a quando da bambina venivo stigmatizzata e discriminata, a tutte le cose che hanno dato vita a quel disturbo alimentare. Ma quello che posso fare è costruire delle mura per tenere sotto controllo quella parte di me. Ed ecco che quell'infermiera ha lanciato una cannonata contro quelle mura. Anche dopo che l'avevo avvisato. E, come ha detto lei, lo ha fatto per la mia salute.

Se tu che leggi pensi che il suo comportamento sia stato violento, beh io sono d'accordo con te. Ma ecco, io ne ho parlato perché vorrei che tu sapessi che questo è quello che accade continuamente ai ciccioni. Direi che la maggiorparte delle mie interazioni con medici e personale sanitario sono di questo tipo.

Tutto è iniziato quando da piccola mia madre disse al pediatra che avevo allergie alimentari. "Beh - ha risposto lui - devono funzionare al contrario, perché sua figlia è grassa!". Non poteva smettere di ridacchiare per la sua battuta e mia madre non rispose alcunché.

Quasi ogni singolo medico o infermiere che abbia incontrato nella mia vita aveva da dirmi qualcosa di orrendo sul mio peso. Dico al dottore che mi sono ferita il ginocchio in un incidente d'automobile? Lui mi dice di perdere peso. Gli dico che l'anticoncezionale mi provoca attacchi di panico? Lei mi dice che non è nulla e che se perdessi peso passerebbero anche quelli. Non solo. Ci sono medici capaci di dirti che mangi schifezze tutto il giorno e ti abbaiano che sei un bugiardo se dici di no, perché sono talmente grassa che sicuramente mangio ogni pasto da McDonald's.

I medici non mi credono. Ma perché dovrebbero? Nessuno lo fa. La gente non si trattiene dal fare battute di qualsiasi genere su quello che io mangio. Sono sorpresi, e lo vedi, quando vedono che mangio cibi salutari, perché è ovvio che una come me mangia sicuramente 3 o 4 enormi pacchi di patatine al giorno, o qualsiasi cosa gli aiuti a giudicarmi.

Lasciati dire, a te che leggi, a te Mondo, che non c'è equivalenza tra peso e salute. Non solo: nessuno si sente in obbligo con te nell'adottare per la propria vita ciò che tu pensi che sia salutare. Alcune persone non possono fare quello che fai tu. Altri non vogliono, o non hanno tempo, o qualsiasi altra cosa.

Tutti abbiamo diritto alla stessa dignità e considerazione, anche se tu pensi che non siamo in piena salute. Sono grassa, ho un disordine alimentare e soffro di crisi d'ansia. Come società abbiamo deciso che la crisi d'ansia va bene, perché non è colpa mia, ma che il disordine alimentare non è reale, perché è colpa mia se non sono magra, e dato che la colpa è mia merito di essere punita dalla società.

Viviamo in un mondo dove chiunque sia a dieta ritiene di avere la verità in tasca, in un mondo dove il tuo datore di lavoro ti manda inviti a partecipare a seminari sul dimagrimento. Per il mio bene, naturalmente.

Lo stigma anticicci non si palesa solo quando qualcuno mi chiama cicciona di merda. Si avverte anche quando uno non può vivere la propria vita senza la paura che in un qualsiasi momento arrivi qualcuno che debba parlarti della tua salute. Lo stigma è costringere i ciccioni a pagare di più per la propria copertura sanitaria, è dover comprare su Internet i miei vestiti perché nei negozi su strada non ci sono le taglie, sono le prese in giro per i compagni e le compagne dei ciccioni, che a volte arrivano persino ad andarsene per evitare di essere tirati in mezzo.

L'odio per i ciccioni è nell'aria, così integrato alla loro vita che molte persone nemmeno lo mettono in dubbio".

venerdì 28 febbraio 2014

Gli obesi non esistono

Esistono persone grasse. Ma non sono un insieme omogeneo. Sorry, divulgatori, giornalisti e dietisti improvvisati, gli obesi non esistono. Pensarlo, dirlo, comunicarlo, però, diffonde odio e pregiudizi



Mi capita sempre più spesso di discutere con giornalisti e divulgatori scientifici, conversazioni estremamente interessanti perché permettono di misurare rapidamente quale sia la distanza tra la comunicazione attorno all'obesità e la realtà dell'obesità. Una distanza siderea.

Oggi sono qui a scrivere che gli obesi non esistono.

E non perché non ci siano persone obese. Basta guardarsi intorno. Ce ne sono, eccome. Ma perché l'obesità non rappresenta un minimo comune denominatore tra di loro, non uno, almeno, utile a comprendere di cosa stiamo parlando.

Un divulgatore pieno di buone intenzioni e autore di un articolo atroce sull'obesità qualche giorno fa cercava di venirmi incontro ammettendo, bontà sua, che il problema di molti obesi è che si ritengono sbagliati ma che se ci lavorano sopra possono "riprendere le redini" della propria vita. Non so se è l'influenza nefasta dei reality antiobesi che urlano odio dalle tv di tutta Italia, ma è proprio questo che ha scritto. Il massimo che riusciva a concedere, a se stesso ancora prima che agli obesi, è che l'obeso può (e quindi deve) "tornare sulla retta via". E che quindi bisogna dirglielo, insegnar loro, spiegare. E' un mestieraccio, insomma, ma qualcuno glielo deve pur dire che sono obesi. Questa è la sostanza. Ma non è di questo che volevo parlare oggi.

Il punto è che questa pregiudiziale ridicolizzazione paternalistica degli obesi non riesce non dico a rappresentarli tutti, ma nemmeno una parte, e comunque non una parte determinata, né riesce a disegnare un insieme omogeneo. In pratica è come parlare di tutti quelli che indossano una maglietta verde, senza però sapere quanti la indossano solo la mattina, o magari per dormire la notte a mo' di pigiama, o magari pensando che la indossino anche quelli che la tengono in armadio ma non la usano mai, o quelli che l'hanno trasformata in un altro colore con un bucato sbagliato. Però, nonostante tutti costoro abbiano una maglietta diversa e ci facciano diversi usi, continuiamo a parlare di loro come di "quelli che indossano la maglietta verde".

Non è neanche una generalizzazione, di per sé peccato capitale, certo, ma non è questo il caso. Non è estendendo a tutta la gente tonda le caratteristiche che si riscontrano in alcuni obesi, o magari in uno solo, che si fa un passo avanti nel capire di cosa stiamo parlando.

Quello che invece si fa, magari anche in buona fede, quella buona fede figlia dell'insopprimibile istinto ad aiutare il prossimo anche quando il prossimo vorrebbe non esserlo neppure, prossimo intendo, quello che si fa dicevo è propagare odio. Nel momento in cui semplifico e dico che tu, che sei ciccione, hai certe caratteristiche di vita, hai fatto certe scelte, hai un certo problema, io non solo faccio di te un malato anche se non lo sei ma ti giudico, offrendo a chiunque legga (o ascolti, poco cambia) una chiave di lettura immediata e, per quanto idiota, facile. Non mi interesso alla tua vita, a come la conduci, io suppongo a priori, cioè ti pregiudico, che la tua vita sia fatta di abbuffate colossali, pigrizia, nessuna forza di volontà, nessun movimento fisico. Presuppongo che tu, indipendentemente da chi tu sia, aderisca al mio standard.

Quindi sì. Ci sono persone obese, nel senso di grasse. Ma gli obesi, nel senso di insieme tecnico, non esistono. Si chiama complessità, baby, e semplificare non aiuta ad affrontarla. Anzi allontana le persone le une dalle altre, segrega, uccide o suicida.

(fonte foto)

mercoledì 26 febbraio 2014

La ciccia è negli occhi del medico che ti guarda

Il pregiudizio allontana molti medici da una diagnosi, e molti pazienti dalla cura. La più grave delle discriminazioni veste un camice bianco e uno stetoscopio



Qui non si parla di insulti, di pregiudizi. Qui si parla della peggiore discriminazione, della protervia dell'ignoranza che entra persino in certe stanze della medicina e la trasforma. Luoghi in cui è la forma del corpo del paziente a determinare la diagnosi. Spero che i medici che leggeranno questo sconvolgente - ma non unico - racconto, possano trarne spunti di riflessione. Di mezzo c'è il senso del loro giuramento, del senso stesso della loro professione, cose che alcuni di loro dinanzi ad un individuo obeso sembrano dimenticare. Con conseguenze devastanti. Ecco cosa scrive PF su un un sito dedicato e sul caso di Sclerosi Multipla di suo marito:

"Mio marito è grasso. E' stato un bambino grasso e ora è un adulto di 185 centimetri con un peso che varia tra i 130 e i 150 chili. Non è solo grasso. E' grassissimo. Mio marito è sempre stato aggraziato e coordinato, veloce e molto forte. Ancor oggi, può sollevare 130 chili sulla panca per dieci volte senza grande sforzo. Con la sorpresa di molti diversi medici, è sempre stato in buona salute, con un buon colesterolo, pressione arteriosa e glicemia.

Fino a cinque anni fa, quando mio marito ha perduto i colori. Poteva ancora vedere, ma non i colori. Dopo quattro ore da un oculista è emersa una diagnosi preliminare: Sclerosi Multipla. Gli è stato consigliato un neurologo che gli ha detto che "devi perdere peso". Non ha chiesto altri esami né menzionato la Sclerosi Multipla. Mio marito, demoralizzato, ha visto un altro medico che lo chiamava "ciccione" e poco dopo la sua visione è tornata normale. Così ha ignorato quella diagnosi ed è andato avanti.

Poi, tre anni fa, sono iniziati i sintomi gastrici. Non poteva mangiare. Poteva elaborare i liquidi, ma i solidi li vomitava tutti (venne fuori poi che era grastroparesi, una paralisi dello stomaco che porta all'impossibilità per il cibo di raggiungere gli intestini. Un sintomo frequente con la Sclerosi). E' andato dal suo medico curante, che era estasiato dal vedere che mio marito aveva perso 12 chili. Il fatto che ad ogni pasto vomitasse pare non fosse importante. La cosa che contava è che stava perdendo peso.

Nel corso di quattro mesi, mio marito aveva perso 50 chili. Non poteva più camminare. I suoi piedi bruciavano, stava perdendo sensibilità alle dita e i suoi denti erano un disastro a causa dell'acido gastrico. Dottore dopo dottore tutto questo veniva ignorato, si guardava solo a quanto fosse meraviglioso che mio marito stesse perdendo tutta quella ciccia.

Una sera sono tornata a casa e ho trovato mio marito svenuto sul pavimento in un lago di sangue. Quel vomito costante gli aveva danneggiato l'esaofago. Il medico di emergenza era inorridito. I piedi che bruciavano? Neuropatia da deficienza vitaminica. Alcuni dei suoi denti avevano un ascesso. Mio marito stava morendo, e questo era il primo medico ad interessarsene. Ho pianto lacrime di gioia nel trovare qualcuno che sembrasse interessarsi a lui.

E' stato il medico di emergenza ad ordinare una risonanza magnetica e un prelievo spinale. A causa delle dimensioni di mio marito, il prelievo è stato fatto con un fluoroscopio perché non potevano sentire bene le sue vertebre. Il medico che ha fatto il prelievo era arrabbiato con mio marito perché è grasso. Dopo averci detto che non aveva l'ago della giusta dimensione lo ha usato lo stesso e da allora mio marito ha anche seri problemi alla schiena (mai avuti prima).

Ed ecco che viene fuori: mio marito aveva in tutti questi anni la Sclerosi Multipla. Il peso non ha alcun rilievo in questa patologia. Non ci sono correlazioni tra le due cose. Se uno qualunque dei suoi medici avesse visto oltre la sua dimensione, avrebbe potuto evitargli il danno cronico ai nervi. Il suo stomaco ancora dà grandi problemi, e stiamo spendendo migliaia di dollari per i suoi denti. Ogni giorno è un dolore, ogni giorno una battaglia. Ma, ecco, almeno non me l'hanno ucciso.

Grazie per l'ascolto".

(fonte foto)

domenica 16 febbraio 2014

Dover fronteggiare l'odio

Ha ancora senso tentare di arginare l'odio verso le diversità ponderali? L'odio cresce di volume, di intensità, di diffusione, con o senza l'aiuto dei media



E' dura, ragazzi miei. Avere a che fare ogni giorno con l'odio turba il mio zen. Mentre qui lavori sul linguaggio, cerchi di comprendere i meccanismi più profondi di una comunicazione distorta, mentre ti spingi quale missionario elettronico a suggerire e instillare dubbi, là fuori interi eserciti di umani si esercitano nel tiro ai cicci e alle cicce.

Io non posso dire che le clamorose cadute di stile nei media - l'ultima quella di Striscia La Notizia - siano la causa primaria di questo odio diffuso e radicato, ma è sconcertante che dinanzi ad una cronaca piena di dolore e bullismo non ci sia una sola iniziativa pubblica o privata che prenda di mira l'odio in modo sistemico e informato. Non che ci siano vie rapide, l'evoluzione richiede tempo, ma in quale Italia viviamo? Oggi ho preso un paio di schermate da Twitter con lo smartphone, ve le pubblico qui sopra. Sono solo alcuni esempi di cosa emerge in un network evidentemente più asociale ogni giorno che passa. Poco conta che proprio su Twitter si trovino link ad articoli controcorrente, perché non basta qualche intelligente salmone ad invertire il moto di un fiume.

Le più alte cariche pubbliche qualche volta, solo qualche volta, dinanzi a episodi di bullismo che coinvolgano i giovanissimi, si spendono a propagare indignazione a 360 gradi preannunciando una nuova epoca di amore e prosperità. Poi, quei due-tre giorni dopo, passata la buriana, rimaniamo i soliti dieci qui al fronte a tentare di frenare l'ascesa dell'odio. Perché, ragazzi miei, il problema non è più controbattere all'odio verso le diversità ponderali, raccontare la vita e la Scienza, qui il problema è che l'odio è sempre più diffuso e intenso, socialmente condiviso, il ciccione viene messo in guardia da gruppetti di bulli spalleggiati da una comunità connivente, la cicciona viene dileggiata in pubblico con foto e commenti a seguire.

L'odio, come indica un rapporto di cui abbiamo parlato proprio su queste pagine nelle scorse settimane, non fa che crescere, il suo rumore è sempre più invadente, la crisi sociale è già in pieno svolgimento.

E' dura, quindi. Mi chiedo quando prenderanno posizione i tanti cittadini silenziosi, che pure conoscono il valore della complessità umana? Bisogna per forza attendere che qualche incidente capiti in famiglia per aprire gli occhi? Quando inizieremo ad intaccare questa un tempo sotterranea - ma ormai assai più palese - connivenza tra bulli della normoforma?

Scusate questo sfogo, amici miei, domani vedo di tornare a parlare delle altre novità. L'odio, ahimé, di nuovo non ha nulla. Anche per questo dovremmo già sapere dove invariabilmente conduce.


mercoledì 12 febbraio 2014

Il bullo ti aggredisce perché tu possa crescere

Lo riconosci subito. E' quello che ti prende di mira perché non sei normoforma e si assume l'onere di farti sapere che devi fare qualcosa al riguardo. E che pensa di essere coraggioso

"Sei cicciona, grassa, ed è ora che qualcuno te lo dica" - "Ma ti sei visto con quella pancia? Quando farai qualcosa per dimagrire?" - "Non mi piacciono quelle che non si curano della propria salute".

Quante volte a noi cicci e cicce è capitato di sentirsi dire una cosa del genere? Su questo ragiona in un suo recente post Regan Chastain, celebre attivista per l'eguaglianza ponderale che i lettori di questo blog conoscono bene, e ne ragiona con la solita lampante chiarezza.
Eccone una veloce traduzione:

"Incontri quella gente che si sfoga così: Qualcuno deve essere coraggioso abbastanza e fermare questa indulgenza verso i grassi. Io sono quella persona. Posa quei dolci e muovi il culo, ciccione!. A questa gente vorrei rispondere con una notizia bomba: non c'è una sola persona obesa che non abbia già sentito questa roba.

Anzi. Sono pochissimi i ciccioni che non abbiano sentito qualcosa del genere nelle ultime due ore. Noi sappiamo benissimo quello che tu pensi di noi. Sappiamo bene che lasci che i tuoi pregiudizi prendano possesso di te che poi ci tratti proprio come se quei pregiudizi e quegli stereotipi fossero veri. So che agisci come se la salute pubblica dipendesse dal rendere pubbliche questioni private della salute dei ciccioni che incontri. Siamo ben consapevoli che pensi Grasso è cattivo, magro è buono, vergogna ciccioni ia ia ia". Sentiamo questo messaggio 386mila volte l'anno. Sono stata grassa per 17 anni, il che significa che l'ho sentita più di 6 milioni di volte.

Davvero pensi che dirmelo una volta di più possa migliorare la tua vita? Essere quello che me lo dice una volta in più non ti rende né speciale né coraggioso, semmai diventi l'ultimo pezzo galleggiante di un mare di m****. E' un atto di superbia che non si può comprendere, perché non significa solo essere un bullo ma anche tentare di far passare il bullismo come atto di coraggio.

Certo, è possibile che tu sia attualmente così deluso che pensi che quella sia una buona idea. Magari è solo un esercizio per titillare il tuo ego esuberante. Magari vorresti fare la vocina della coscienza dei ciccioni. O forse ti piace soltanto trattare la gente come deficienti. In realtà non mi interessa, il bullismo è inappropriato, qualsiasi travestimento tu possa utilizzare. Se qualcuno è interessato ad ascolare le tue "parole dure" sono certo che sarai tu il primo a rendertene conto, se non è così perché non ti siedi e chiudi la bocca?

Oppure, potresti anche decidere di andare controcorrente e trattare i ciccioni come esseri umani intelligenti, non come pecoroni confusi senza una guida forte, e incoraggiare gli altri a fare lo stesso. Essere quello che rifiuta di inquinare ulteriormente quel mare... Quello sì è coraggio".

domenica 9 febbraio 2014

Il bambino che non sa di essere ciccione

Quando un bambino dovrebbe imparare a contare le calorie, a pesarsi, ad odiare il proprio corpo?




Sono molti i cicci e le cicce che ci sono passati. Molti possono infatti ricordare quel particolare momento della propria infanzia quando la propria fisicità, tipicamente esplosiva per l'età, ha iniziato ad essere un problema. Molti possono anche ricordare perché è accaduto, e spesso le ragioni sono legate agli atteggiamenti di chi abbiamo avuto vicino, di chi ci ha amato di più.

Il punto che ancora si stenta a comprendere e che fa sì che persino oggi molte famiglie adottino un approccio e un atteggiamento controproducenti è che un bambino che si senta malato per la sua mole non ha l'esperienza di un adulto per reagire a questa sensazione, elaborarla ed andare oltre. Come sottolineava recentemente la consulente statunitense Julie Dillon, la sensazione di "non essere quello che gli altri si aspettano" è l'unica vera emozione che filtra nelle percezioni del bimbo o della bimba, e che fin dal primo momento in cui appare inizia a produrre dei cambiamenti nella sua identità.

Solo qualche mese fa ha suscitato rumore la notizia di genitori italiani che hanno sottoposto il proprio figlio 11enne al palloncino gastrico nonostante avesse un'obesità modesta. E pochi lo hanno collegato alla bambina della stessa età che si è gettata dal balcone perché non riusciva a sopportare oltre il bullismo di cui era vittima a causa della sua forma. Ma in realtà sono le due facce di una stessa medaglia: continuiamo a trattare i bambini da adulti anche quando si parla di obesità, facendone dei malati invece che delle persone felici. Entrambi i bimbi venivano considerati malati da chi avevano intorno, ma lo erano?

Quando un bambino dovrebbe iniziare ad odiare il proprio corpo? Quando dovrebbe iniziare la sua prima dieta? O quando a pesarsi ogni giorno? Quando una bambina, per esempio, dovrebbe iniziare a contare le calorie di quello che mangia? Quando dovrebbe iniziare ad attribuire tutti i propri problemi alla forma del proprio corpo? O quando iniziare a desiderare di essere nel corpo di qualcuno anziché nel proprio?

A queste domande esiste una qualsiasi risposta sensata diversa da "mai"? Io non credo. Come adulti, che magari conoscono HAES o questo blog, che sono dotati di senso critico, abbiamo noi tutti la possibilità di reagire alla discriminazione, di far sì che smetta di incidere sulle nostre scelte, sulla forma del nostro corpo, sui nostri desideri. Ma i bambini?

Mentre scrivo e rifletto sulla mia esperienza in una famiglia che mi ha amato profondamente e che - erano altri tempi - non ha potuto avere strumenti diversi dalla repressione per tentare di arginare il mio appetito vorace, con l'inevitabile conseguenza di perdere completamente il controllo sulla faccenda, mentre leggo le cronache quotidiane di intere famiglie alle prese con l'obesità dipinta dalla televisione, dalla pubblicità e dal megabusiness del dietismo, mi chiedo quanto ancora dovremo andare avanti prima di interrogarci sul linguaggio che viene utilizzato oggi per descrivere cicci e cicce, quanto prima di capire la gravità con cui la discriminazione entra nella formazione di una persona giovane, quanto l'ostracismo dentro e fuori dalla famiglia possa portare ad odiare se stessi. Quando una class action contro l'industria delle diete?

Mi chiedo insomma quanto dovremo attendere prima di pensare che la felicità è l'antidoto, che la ciccia non è una malattia, che la repressione e la privazione producono solo danni... Quanto ci vorrà prima che tutto questo venga insegnato nelle scuole e diffuso alle famiglie? Oggi non si va oltre il parlare di una "sana alimentazione", quando inizieremo a parlare dei diritti dei bambini? E voi? Che ne pensate? E che strategie avete immaginato per far sì che i vostri figli non perdano la capacità naturale di ascoltare il proprio corpo e misurare il proprio appetito? Cosa sperate per loro?
(fonte immagine)

sabato 8 febbraio 2014

La palestra per ciccioni, idea buona o cattiva?

Si moltiplicano negli Stati Uniti e aumentano rapidamente il loro pubblico. Che ne pensate? - UPDATE SONDAGGIO IN FONDO

Ma voi, noi, insomma i cicci e le cicce, ci andate in palestra? Vi sentite a vostro agio? Avete motivi di imbarazzo? Qualcuno vi guarda male? Vi sentite giudicati? Avete smesso di andarci?

La palestra offre una quantità di possibilità. Si può fare cardiofitness, un allenamento cardiovascolare che può letteralmente cambiare la salute e il metabolismo di una persona, qualunque forma abbia, o spesso si può partecipare ad un certo numero di classi specializzate, dallo yoga al pilates, dal kick boxing al karate, o anche fare pesi per "costruire" massa muscolare. Ma, per quanto sia uno strumento eccezionale per tenersi in forma, molti cicci e molte cicce girano a largo. I motivi sono noti e legati prima di tutto al disagio causato dall'essere al centro dell'attenzione in un ambiente che talvolta promuove - spesso senza alcun buon senso - l'ipersalutismo e la dipendenza da muscolo. Per questo negli Stati Uniti, con la complicità di alcune trasmissioni televisive, stanno sorgendo in decine di città le palestre per ciccioni, i cui soci sono invariabilmente grossi, i cui impianti sono pensati proprio per una forma corporea più abbondante della normoforma. Palestre che sembrano riscuotere un discreto successo.

Non mi sorprende che una parte del movimento per l'eguaglianza ponderale critichi questi ambienti "speciali". Il modo con cui vengono presentati è spesso ricolmo di pregiudizi e l'effetto più ovvio di un business di questo tipo è la creazione di una sorta di "ghetto" per cicci e cicce. Ci sono anche aspetti palesemente contraddittori, come l'idea di una palestra "senza specchi", che pare prendere piede tra i gestori di questi locali, idee discriminatorie ma anche controproducenti, vista l'importanza dello specchio per controllare la correttezza dei propri movimenti.

In generale a me, a pelle, come frequentatore ormai da molti anni di diversi generi di palestra, un centro sportivo di quel genere non sembra comunque una cattiva idea. E' innegabile che vi sia spesso un incontro/scontro con la palestra proprio a causa dell'ostracismo sociale ai danni dei ciccioni, momento che si supera quando si è sicuri di sé e di cosa si sta facendo ma che talvolta respinge, e ad una iscrizione alla palestra spesso non segue la frequentazione.

Ma c'è anche un altro discorso. L'intera vita sociale del ciccio e della ciccia è condizionata dalla propria dimensionalità. Possono essere le persone più in forma del mondo, ma quel mondo li giudica costantemente per come appaiono e associa a quella forma un nugolo di pregiudizi terrificanti. A mio avviso la palestra dev'essere un momento di gioia, anzi per avere costanza e continuare a farne un uso pressoché quotidiano è assolutamente decisivo che sia un ambiente accogliente e familiare. In questo senso credo che, almeno per una o due ore al giorno, non possa che far bene a cicce e cicci isolarsi dal contesto opprimente che devono sopportare e muoversi in un ambiente dedicato.
Che ne pensate? Frequentereste una palestra di questo tipo? C'è qualche imprenditore italiano del settore interessato a sviluppare un progetto del genere?
(fonte foto)

UPDATE SONDAGGIO
Il primo marzo 2014 dopo i primi 100 voti abbiamo chiuso il sondaggio collegato a questo articolo tra i lettori del blog. Ecco la nota pubblicata in home page:

Con 100 voti si è chiuso il "sondaggio" Palestre per soli cicci e cicce, sei d'accordo?" aperto nelle scorse settimane.

Il risultato è stato di 76 Sì contro 24 No.


venerdì 7 febbraio 2014

In TV vince il reality del dimagrimento anti-cicci

E' l'apice della comunicazione dell'odio, il massimo esempio di propagazione della discriminazione dei media. Tutto per il denaro, e a mare la salute e il benessere sociale



Prendi qualche megaciccio o megaciccia, sbattili in televisione in un format "reality tv", amplifica il disagio di una condizione personale, mescola il tutto, mettici una sigla, un personal trainer tartarugato e via, ecco che ottieni un programma di successo. Che poi la trasmissione contribuisca al disastro sociale sulla diffidenza e l'odio verso cicci e cicce è un problema che si pone solo chi si occupa di emarginazione.

Proprio in questi giorni il movimento per l'eguaglianza ponderale negli Stati Uniti è in grande agitazione. Il reality del dietismo esasperato che là va per la maggiore, The Biggest Loser, ha assegnato il premio di 250mila dollari ad una ex ciccia (vedi foto) che ha perso così tanti chili da far temere un disturbo anoressico in corso. In effetti, l'intera trasmissione si basa sullo sviluppo di un disturbo alimentare di qualche genere, e sulla narrazione commerciale che se ne può fare, a suon di discipline da campo di concentramento, intransigenti allenatori e diete assassine. In sostanza, dunque, l'esatto contrario di quanto la persona con quei disturbi potrebbe tentare di fare per uscirne. Ma le vittime sacrificali non lo sanno, e poi 250mila dollari fanno comodo.

Proprio come "The Biggest Loser", anche qui da noi vanno per la maggiore "reality show" che con la realtà non hanno niente a che fare. Come osservava Matilde Lanzetti tempo fa, si tratta di show-bufala, nel senso che la soluzione improvvisata all'obesità individuata in queste trasmissioni viene spacciata come la via che dovrebbero seguire tutti, che tutti i cicci potrebbero seguire. Diete drammatiche, dimagrimenti feroci. A quel pubblico si fa credere che "basta la forza di volontà". Ergo, i cicci che non dimagriscono così sono i soliti pigri e senza nerbo, gente che si merita l'emarginazione che gli viene - infatti - riservata. Figurarsi quelli che neppure ci provano a dimagrire.

Chiunque sappia qualcosa di obesità, ma anche soltanto abbia seguito per un po' questo blog, non avrà difficoltà a rendersi conto della portata di rancore e odio di un messaggio del genere. Per vaccinare i telespettatori bisognerebbe far loro vedere, a qualche anno di distanza, lontano dai riflettori, a che punto sono le "star" di quelle trasmissioni. Se le statistiche hanno un senso, entro i cinque anni il 95 per cento di loro avrà ripreso il proprio peso con gli interessi. Ma no, in TV quegli "ex" cicci non li rivedremo più.

Chi "vince" queste trasmissioni viene applaudito come un eroe, sebbene l'unico vincitore sia il produttore del format tv, visto che quell'eroe, attirato dai riflettori televisivi e dalla propaganda del dietismo come la fine dei propri problemi, semmai si predispone a riprendere in pochi anni tutti i chili perduti, con gli interessi.

Come se non bastasse, ad accelerare sul fronte della discriminazione anticicci e allo scopo di solleticare parte del pubblico della trasmissione, accanto ai supercicci ecco comparire anche personal trainer che non hanno nulla degli allenatori della palestra sotto casa. Parliamo di bodybuilder professionisti di calibro internazionale che girano attorno ai cicci e alle cicce mostrando sorrisi e tartaruga ipermuscolata, "stimolandoli" a dimagrire, costi quel che costi. L'assoluto contrasto tra le forme del corpo del trainer e del dimagrando è un altro ingrediente essenziale del messaggio di odio: per star bene ed essere belli bisogna avere quella forma là, magra e muscolosa, e quindi il ciccio non solo è obeso e brutto, ma sta male e sarà malato finché non cambierà la propria forma.

Fuffa, insomma, bufale d'odio spacciate un tanto al chilo, fatte per attirare un pubblico disinformato e continuare a vendere la narrazione del dietismo, ormai totalmente seppellita dalla ricerca più recente e che addirittura sta finendo sotto inchiesta per i danni che ha causato. Ci sarebbe da chiedersi se la produzione di certe trasmissioni non dovrebbe essere chiamata a rispondere per le conseguenze sociali della discriminazione indotta dai propri programmi.
(fonte foto)

sabato 1 febbraio 2014

Newsflash/ Muore, troppo grassa per essere soccorsa

Aveva 52 anni ma né i Vigili del Fuoco né i sanitari avevano modo di soccorrerla. Pesava 160 chili, una forma corporea che non è prevista dalle infrastrutture pubbliche


La Procura della Repubblica di Torre Annunziata ha avviato le indagini sulla morte di Virginia Imparato, deceduta ieri dopo un malore. A nulla sono serviti i soccorsi: la donna, obesa, non ha mai raggiunto l'ambulanza.

A 52 anni Virginia è solo l'ultima vittima della più plateale delle discriminazioni antiobesi, quella che riguarda le infrastrutture sanitarie. Se è difficile accettare che un cinema non disponga di posti abbastanza spaziosi per tutti, diventa assolutamente indigeribile che il Servizio Sanitario Nazionale, che tutti paghiamo con i nostri soldi, si sviluppi considerando solo gli umani di una certa forma corporea.

"Una scala angusta - raccontano le cronache - un peso che superava i 160 kg e una mancanza di attrezzature adeguate per il trasporto delle persone over-size. Virginia Imparato – 52 anni – è morta ieri a Napoli, nella sua casa di Santa Maria la Carità, per un malore".

I soccorritori hanno fatto tutto quello che potevano con i mezzi a disposizione. I Vigili del Fuoco hanno aiutato la donna ad uscire dall'appartamento posto al primo piano, poi hanno messo in atto una serie di tentativi per portarla fino all'ambulanza. Si parla di barella, di un "sacco" e di una sedia. Nel frattempo, però, Virginia spirava.

La denuncia arriva da Salvatore Criscuolo, Responsabile del servizio 118 dell’Asl Napoli 3. Ha spiegato che "non siamo attrezzati per il trasporto dei grandi obesi e anche negli ospedali mancano le strutture idonee per ospitare e adagiare ammalati che superano i 160 chili di peso. Ricorriamo sempre all’aiuto dei Vigili del fuoco, ma nel caso della signora, considerata la sua situazione abitativa, non avevamo alcun mezzo per soccorrerla e portarla prima fuori di casa, poi in ambulanza e, quindi, in ospedale”.

domenica 26 gennaio 2014

Binge eating, io ne sono uscita così

L'alimentazione compulsiva non è una maledizione. Risolverla può significare cambiare tutto. O aver cambiato tutto. L'esperienza di C.



Qualche giorno fa parlavamo di Alimentazione Compulsiva e nei commenti C. ha postato la propria storia che mi sembra molto utile ripubblicare in evidenza per chi non avesse avuto modo di leggerla. Eccola qui di seguito.

Quando vivevo con i miei mi capitava spesso di aprire il frigo o la dispensa senza un apparente motivo e mangiare la prima cosa che mi capitava davanti. Merendine? Ok. Salumi? Ok. Formaggio? Avanzi? Non parliamo poi dei dolci avanzati la domenica o di cioccolato e snack vari. A seguire c'era sempre un senso di colpa immenso e la promessa "è l'ultima volta!" puntualmente disattesa. Questa cosa è iniziata, mmm... Direi che è sempre esistita, non ricordo un giorno della mia vita in cui mi sia comportata diversamente, fin da quando ero bambina.

Da quando sono andata a vivere per conto mio, poco prima di sposarmi, e ho avuto il controllo di ciò che entra in casa, questo fenomeno si è drasticamente ridotto. Compro SOLO quello che mi serve giorno per giorno per cucinare, mi sono imposta un certo tipo di cucina e di alimentazione. Ho imparato a mangiare tante cose che prima non mangiavo, anche grazie alle indicazioni del nutrizionista che segue mio marito (e per riflesso anche me, visto che preparo io da mangiare).

Ogni tanto ci prendiamo delle libertà, ma una volta ogni tanto è un piacere e non più una sofferenza psicologica e fisica (perché abbuffarsi a me faceva stare male anche fisicamente, un malessere che ora non riesco più a sopportare).
Adesso peso meno di quanto pesassi a 14 anni e ho più del doppio degli anni. Per la prima volta nella mia vita sono normopeso (anche se proprio al limite) e non mi è sembrato nemmeno così difficile.

Perché non ci ho pensato prima? Non lo so. So solo che per più di metà della mia vita ho vissuto male, mi sono sentita inadeguata ed ostracizzata, ridicolizzata e trattata con sufficienza. Prima i miei genitori che da un lato mi criticavano o prendevano in giro per la mia forma fisica e dall'altro si mettevano di traverso ogni volta che tentavo di mangiare meglio e di impormi delle regole. Poi la famiglia di mio marito che ogni volta che mi vedeva stilava il bollettino del mio peso. Vivevo in uno stato totale di angoscia e delusione.

Da quando ho detto basta ad oggi sono passati 5 anni circa e 20 chili (12 persi da sola semplicemente cambiando abitudini, il resto negli ultimi mesi con il nutrizionista). Ho ancora la ciccia sulla pancia, sul sedere e sulle cosce, ma che importa? Potrei dimagrire ancora, ma non voglio, sto bene così anche se non rispecchio l'immagine della tipa magra e tonica. Mi sento ancora intimidita quando sono in mezzo ad altre persone, ma adesso sono io che voglio essere così come sono e non mi interessa più degli sguardi schifati delle altre persone.

Ah, chiudo il commento con due frasi pronunciate da due persone a me molto vicine.
"devi dimagrire ancora, così quando resti incinta non sembra e non diventi grossa"
"non restare incinta, ti prego, resta così come sei che ora stai proprio bene"
Quando si dice le priorità. ;) Per me sono loro i malati, non io.
C.
(fonte foto)

domenica 19 gennaio 2014

A volte anche i magri son trattati come grassi



A volte persone magre mi dicono: "ma guarda che anche a me fanno dei commenti di disprezzo sul mio aspetto, su quanto sono invecchiata, sul fatto che potrei covare malattie per la mia magrezza eccessiva, sul fatto che non ho abbastanza seno e quindi non sono abbastanza femminile, mi hanno chiamata nei modi peggiori: maschiaccio, befana, prugna secca"; "ma guarda, che anch'io mi sono sentito discriminato per la mia magrezza perché a scuola ero quello secco e spilungone con gli occhiali, perché non avevo muscoli, perché con le mie gambe troppo magre sembravo un fenicottero, mi chiamavano finocchio, mi dicevano che non avevo il fiato per correre".

A volte anche le persone magre vengono discriminate, pare impossibile in un mondo che considera la magrezza come un insieme di qualità, le migliori e le più apprezzabili nel nostro sistema industriale e post industriale che supera la lentezza di quello contadino più pingue e conservatore (si è magri perché produttivi, volonterosi, sani, forti, di carattere, operosi, giovani, scattanti, agili, abili in qualsiasi cosa, pieni di iniziativa e di amor proprio, insomma in una sola parola perfettamente inseribili nel processo produttivo e "di successo").

Vengono discriminate per quell'aspetto di magrezza "eccessiva" che può a loro dire rivelare qualcosa di negativo, legato comunque alla mancata produttività (anche se sei troppo magro puoi rompere le uova nel paniere: non lavorando, non producendo, o non rendendoti appetibile in maniera consumistica perché ti ammali, perché sei debole, perché sei esaurito o inabile al comando o deviato sessualmente), alla mancata adesione ai ruoli sessuali o alla mancata ostentazione di bellezza e di gioventù (le rughe tanto stigmatizzate) ovvero la spia che l'utilità personale è terminata.

La cosa pazzesca è che a farti questi appunti non siano direttamente i padroni, delegano questo compito a specialisti veri o improvvisati, imbonitori televisivi, colleghi di lavoro, familiari, genitori che ammaestrano i figli a odiare i bambini "diversi", ovvero a tutti quei piccoli gendarmi del fascismo dell'aspetto fisico; così quando vorrai fare un colloquio o rimetterti in gioco, saprai già in partenza che ruolo giocare, se sei "socialmente accettabile", se puoi accettare soltanto un posto per pulire i bagni delle stazioni o fare un corso per diventare manager.

Molte persone, indipendentemente dalle loro reali qualità resteranno ai margini, altre non verranno nemmeno convocate, altre cadranno in depressione, altre ancora preferiranno rendersi invisibili, fino a sparire, fino a diventare clochard. Di fatto chi è considerato "socialmente accettabile" in base al suo aspetto fisico, ha sempre stipendi più alti e possibilità maggiori di carriera, specialmente per il sesso femminile questo è un dato discriminatorio innegabile.

E' vero, non sono discriminati soltanto cicci e ciccie, ma lo sono in maniera assolutamente speculare anche le persone "eccessivamente" magre. Dove il criterio di "troppo" non è mai un parere personale, ma collettivamente amorfo e privo di responsabilità.

Viviamo in una società complessa e contraddittoria, che non va in una sola direzione, ma su una cosa tutte e tutti concordano, cioè il fatto che l'aspetto fisico sia purtroppo determinante. Non tanto per ciò che è semplicemente, ma per quello che rappresenta nell'immaginario comune, per le qualità o i difetti che rappresenta anche se sono frutto di pregiudizi.

Pralina Tuttifrutti per CCD
(fonte foto)

Gli ultimi interventi di Pralina su CCD:
Ciccia Ciccio Big Bang
Quelli che... Jannacci Feat
Sorelle dI taglia

sabato 11 gennaio 2014

Se odi gli obesi, odi i bambini



Definire gli altri aiuta a definire se stessi, giudicarli rappresenta persino un brivido emozionale. Insultare e offendere qualcuno, o anche solo discriminarlo, può facilitare il compito nel dare un perimetro alla propria identità. Ed è questo uno dei meccanismi dell'odio che è più difficile scardinare. L'odio contro il diverso da sé puntella le proprie incertezze, e lo fa in un modo così immediato che per smontarlo dentro di sé si deve avere accesso ad un filtro ulteriore dato dalla cultura, dalla fede, dall'educazione. Tra i bambini, questo meccanismo è ancora più rilevante.

Perché lo dico? Perché qualche giorno fa leggevo questa intervista ad una celebre attrice statunitense, Whoopie Goldberg, che ha anche recitato in Star Trek. Le chiedevano appunto se in gioventù fosse stata una fan di Star Trek e lei ha risposto di sì, perché tra i protagonisti di quel telefilm c'era una donna di colore. "Per la prima volta - ha detto - ho capito che in futuro le persone di colore ci sarebbero state".

E' un'intervista che fa accendere più di una lampadina quando pensiamo a cicce e cicci. Solo pochi giorni fa Regan Chastain ci spiegava come sui media sia praticamente impossibile trovare un ciccio o una ciccia di successo, perché l'unico successo che viene ammesso per gli obesi è perdere peso. Ed è solo in questo contesto che alcuni di loro assurgono a protagonisti in innumerevoli show televisivi, spesso persino umilianti.

La conseguenza è che oggi, forse più di ieri, più di quando ero piccolo io, sui bambini pesano due diversi generi di messaggi, entrambi deleteri, messaggi che permeano il loro immaginario e la loro quotidianità, che entrano nelle loro vite e nella loro identità, predisponendoli ad una vita adulta infelice. Se gli adulti sono sotto assedio, i bambini, piccole e piccoli Whoopie, sono destinati a soffrirne molto di più.
Il primo "messaggio" è quello di sempre, quello appunto fondato sull'odio di cui parlavo prima: i bambini come delle spugne assorbono dai genitori e dagli adulti l'ostilità contro gli obesi e la manifestano a loro volta sui propri coetanei come strumento identitario.
Il secondo è quello a cui vengono sottoposti dai media, il fatto cioè che un individuo obeso è considerato pigro e incapace, e quindi che il futuro di un bambino ciccione non può che essere quello di un adulto depresso ed emarginato. Qualcuno ricorderà una celebre trasmissione tv nella quale i genitori venivano posti addirittura dinanzi all'immagine del proprio bambino obeso nel corso della sua vita, con un procedimento di morphing grafico proiettato anno per anno in qualche decennio: qualsiasi cosa pur di dimostrare che il bambino grasso è un malato e che da adulto, se non guarisce prima, diverrà un essere malato e brutto. E' probabile che gli ideatori di questa trasmissione trash ritengano che la prospettiva di diventare un fallito dovrebbe stimolare il bimbo a crescere normalmente.

Questo è solo un esempio del bombardamento concentrico a cui sono sottoposti i minori obesi, una situazione che la ricerca medica ha finalmente iniziato ad investigare riscontrando i danni psicologici della cronicizzazione psicologica dell'obesità nel bambino, e un aumento reale del rischio di obesità permanente.

Da dove iniziare? Da dove se non dal promuovere la presenza di cicce e cicci di successo nei media, dal lavorare per sgombrare il campo da equivoci? Anche la persona obesa può essere felice, ha diritto ad esserlo e spesso lo è, indipendentemente da ogni altra considerazione. Continuare a seguire i programmi tv che lucrano sulle disgrazie altrui, magari farli pure vedere ai bambini, introdurre media in casa senza un adeguato filtro critico... Sono innumerevoli i rischi per i bambini, e non certo solo per quelli obesi. Questi ultimi rischiano di sviluppare identità dimezzate, e gli altri di sviluppare la propria fondandola sull'ostilità per una minoranza.

Non solo, come avverte il celebre HAES blog Living400Lbs, è bene che i genitori sappiano che il proprio bambino o la propria bambina obesa potrebbero sì diventare adulti ciccioni ma, dopo anni di assedio anche in famiglia, non è detto che vogliano rimanere figli...
Un bambino non dovrebbe mai essere incolpato del proprio peso, non dovrebbe subire disquisizioni degli adulti sull'apparenza e sul peso, non bisognerebbe promettergli che se dimagrisse tutto diventerebbe più facile. E soprattutto non si dovrebbe mai trattare un figlio o una figlia obesi come qualcosa a cui occorra porre rimedio, a meno che non si voglia riempirli di complessi, sensi di colpa, e farne dei disadattati. Perché invece non focalizzarsi sulle loro migliori qualità, sulla capacità di risolvere problemi, di fare scelte, di sviluppare la propria personalità?

Essere genitori è sempre stato difficile, ma non è forse ancora più difficile esserlo oggi che l'odio non è più soltanto un propulsore identitario per personalità deboli ma è anche diventato ufficialmente uno strumento di business? Avete un figlio o una figlia ciccioni? Come vi comportate? Eravate bambini ciccioni? Come vi ricordate quegli anni?

(fonte foto)

venerdì 10 gennaio 2014

Barbara D'Urso, la tv e la discriminazione

"La violenza sulle donne non si può mai giustificare, anche se sono donne grasse". Questa la frase che viene attribuita su Facebook alla celebre conduttrice tv Barbara D'Urso dalla mitica DivadelleCurve, blogger di moda plus size particolarmente attenta al tema dell'immagine di sé in un mondo ossessionato dalla magrezza. Frase che sta naturalmente suscitando un vespaio.

Non mi capita purtroppo di seguire la televisione per tante e varie ragioni e tutta l'intervista tv condotta dalla D'Urso nella quale è emersa quella frase sembrerebbe da studiare, visto l'atteggiamento che sembra essere stato riservato all'intervistata, donna "in carne" accoltellata da un ex pugile.

Al di là però di come sia andata questa faccenda, cosa che cercherò di appurare, colgo l'occasione per dire che quando scrivo su questo blog cerco sempre di mettere le cose in positivo, perché solo così credo possa esserci vero cambiamento. Per una volta però non voglio glissare sul lato oscuro della discriminazione contro i cicci e le cicce, che deve finire non perché qualcuno ci rimane male, ma perché distrugge vite, spinge al suicidio, rovina la salute e smembra il tessuto sociale.

Non la D'Urso nello specifico, quindi, ma chiunque abbia un ruolo di comunicatore capace di raggiungere un ampio pubblico ha una responsabilità doppia e chi lavora in tv dovrebbe essere chiamato a rispondere personalmente dei drammi che provocano certi atteggiamenti.

Posso solo sperare, non avendo visto la trasmissione, che in questo caso le cose non siano andate nel modo così odioso riportato su Facebook, ma sono ben consapevole che questo genere di cose è ciò che accade costantemente sui media. Ridacchiare e dileggiare in studio un padre paffuto ripreso in piscina con i bambini in un video apparso su una trasmissione per ragazzi (è successo anche questo) o tirar fuori dal contesto giornalistico la cicciosità di una donna sono tutti comportamenti che contribuiscono ad alimentare fenomeni come il bullismo, con le tragiche conseguenze che già conosciamo.

Il fatto è che non siamo qui a togliere gli stoppini dai portacandela sporchi, siamo qui perché c'è un dramma individuale, personale e sociale, collettivo di cui nessuno si fa davvero carico. Discriminazione significa morte. Punto. So che è pesante, so che è difficile da accettare, so che magari non vogliamo sentirlo. Ma non ci sono altri modi per definire il baratro sociale causato dalla leggerezza ignorante con cui vengono trattati cicce e cicci.

Ok, mi sono sfogato. Scusatemi. Prometto di non farlo più spesso.

ps. Ieri per correttezza, sperando anche di saperne di più, ho contattato Barbara D'Urso via Twitter e via email per un commento sulla faccenda che, purtroppo, non è ancora arrivato. Ne darò conto non appena dovesse arrivare.

giovedì 9 gennaio 2014

Udite udite, la prima serie di webvideo italiani contro la discriminazione!



Una ragazza si sposta per farlo passare, un altro ridacchia guardandolo, una palestra che per lui diventa luogo di tortura sociale. "Lui" è l'ancora sconociuto protagonista di una sorprendente serie di video youtube, una webserie italiana che sta per essere pubblicata e che punta a combattere la discriminazione contro gli obesi, in particolare tra i ragazzi delle scuole. Una novità assoluta nel nostro paese.

Stiamo parlando di ben ventitre puntate a cura della torinese Erreics Onlus che saranno online a partire dal 22 gennaio e che affrontano la discriminazione contro l'obesità scartando a priori il punto di vista clinico che abbiamo spesso stigmatizzato su queste pagine, affrontandola invece sotto il profilo antropologico e culturale.

"La webserie Fatti più in là - mi ha spiegato Rosa Revellino, Responsabile comunicazione di Erreics - è stata girata all'interno di un istituto di Torino, l'IPSCTS C.I Giulio, assieme ai ragazzi. Come si può vedere dal trailer, è girata in soggettiva. Sebbene più difficile da realizzare, l'occultamento del protagonista consente di far sì che solo nel finale del racconto, delle puntate, si svelerà di quale genere di discriminazione stiamo parlando". Va detto anche che averlo girato in soggettiva consente a chi guarda di immedesimarsi immediatamente nel "protagonista occulto" dei filmati, e anche questo permette di cogliere le molte sfumature che gli autori hanno voluto metterci dentro: non insulti plateali, ma movimenti del corpo, atteggiamenti generali, sociali e individuali, che presentano in modo puntuale e sottile quanto sia difficile la vita per i ragazzi e le ragazze obese nelle scuole.

Un lavoro che dal trailer è apparso subito di grande impatto. "Le puntate - ci ha spiegato Revellino - sono collegate tra di loro, con un meccanismo narrativo che porta da una all'altra attraverso le scelte che il o la protagonista compie". Prendere una borsa per andare in palestra o lasciar perdere? Evitare il solito dramma dello spogliatoio oppure farsi coraggio e procedere? Le scelte porteranno a sviluppi narrativi diversi.

L'aspetto più interessante della webserie è che sembra studiata per suscitare nei ragazzi un nuovo modo di vedersi dall'esterno. E non parlo dei soggetti obesi, ma di chi invece spesso senza rendersene conto discrimina, e rende la vita così difficile a molti coetanei, invariabilmente aiutandoli a integrare l'obesità nella propria identità. Per gli adolescenti con una ponderalità superiore alla media, che siano maschi o femmine, la vita a scuola è difficilissima. Molti ricorderanno, per citare giusto l'episodio più noto, come solo alcuni mesi fa una ragazzina di 12 anni abbia tentato di togliersi la vita buttandosi dal balcone perché sottoposta al bullismo scolastico per la propria obesità.

Erreics quindi ha il merito, dal mio punto di vista, abituato come sono all'assoluto deserto italiota, di portare al centro gli aspetti sociologici, antropologici appunto, dell'obesità. E di farlo con un occhio tanto alla prevenzione quanto all'informazione. Revellino spiega quanto scarsa sia l'informazione tra i ragazzi relativi ai disturbi alimentari come anoressia o bulimia, di quanta imprecisione ci sia e di come spesso persino chi non soffre di questi disturbi venga sbeffeggiato per questo. Sull'altro lato, come ben sa chi segue questo blog, la ricerca ha dimostrato che chi viene assediato e criticato perché è obeso (o perché viene fatto sentire tale, evidentemente), ha molte più probabilità di diventare obeso. L'obesità è una questione identitaria, come diciamo da sempre su queste pagine, e l'identità soprattutto quando si è giovani è fortemente condizionata dalle opinioni di chi ci circonda.

"Il risultato è stato inaspettato - dichiara invece Elvira Larizza, presidente di Erreics - la partecipazione emotiva di questi ragazzi al tema delle tante discriminazioni, di sesso, genere, spazio, linguaggio... a cui sono sottoposte le persone obese ci rende ottimisti sul futuro e sul recupero di una cultura della non discriminazione".

Sebbene nel gruppo di lavoro di Erreics vi siano anche un medico e una nutrizionista, spiega Revellino, l'intero approccio al problema non è clinico, il che consente di focalizzarsi sulle vere cause della discriminazione, su cosa implica per la felicità dei ragazzi e sulla loro crescita, su quanto ostacoli la prevenzione dell'obesità stessa.

Erreics ha realizzato questa webserie dopo aver vinto il bando regionale che dispone di fondi europei mirati proprio alla lotta contro tutte le discriminazioni, focalizzando in questo caso la propria iniziativa su quella ai danni degli obesi. L'associazione, che ormai da molti anni propone questi temi, più recentemente anche grazie alla collaborazione delle istituzioni provinciali, si rivolge nello specifico proprio alle scuole. A loro propone un approccio più ampio del solo approccio medico, spesso l'unico adottato dalle ASL preposte.

Il trailer della webserie, di cui si parlerà in una conferenza il 30 gennaio alle ore 10 presso il Cinema Massimo 1 di Torino, verrà diffuso anche sulla metro del capoluogo piemontese. Eccolo qui sotto, la serie sarà invece disponibile a questo indirizzo: youtube.com/fattipiuinlaweb: