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lunedì 17 marzo 2014

Come ti uccido una cicciona

Quando la cicciofobia si somma ad un disordine alimentare il mix è esplosivo. A rischio, dice la ricerca, una donna su cinque

Sì, è vero, la cicciofobia colpisce anche gli uomini, così come i disordini alimentari. Ma la vera emergenza, dicono gli esperti della convention annuale statunitense sui disturbi dell'alimentazione, riguarda le donne. E la situazione peggiora: si considera oggi che una donna su cinque soffra di questo genere di problema.

Come sottolinea Erin McKelle in un editoriale molto citato in questi giorni, ci sono due cose che sono molto pericolose per le donne dalle ponderalità rilevanti. La prima è la cicciofobia in tutte le sue declinazioni, di cui parliamo spesso su queste pagine, l'altra è il disordine alimentare. Quando queste due cose vengono vissute contestualmente, i problemi per il benessere e gli ostacoli al recupero si moltiplicano. In realtà si corre il rischio, col tempo, di lasciarci la pelle.

Se a questo si somma la cosiddetta emergenza dietismo, considerata sempre più spesso fonte di disordini alimentari, il quadro del pericolo diventa chiaro. Scrivono gli esperti di HOPE: "depurativi in succo, pillole dietologiche, supplementi per l'accelerazione metabolica, liste di cibi buoni e cibi cattivi... Saltare sul carro di una dieta che va di moda è spesso la via più breve a sviluppare abitudini alimentari tossiche e disordini alimentari. Quello che inizia spesso con un tentativo apparentemente innocente di perdere qualche chilo o di guadagnarci un po' in salute può facilmente diventare un disordine a tutto tondo, come anoressia, bulimia o alimentazione compulsiva".

Siamo ad un crocevia dove convergono difficoltà di tipo diverse e caratteristiche identitarie diverse e da dove si dipartono strade tutte in salita. Il nemico numero uno, continua McKelle, sono i media, veri propagatori dell'ossessione per la magrezza ma, come sottolineano esperti come Brian Cuban, il drammatico comportamento asociale dei media non basta a spiegare la cicciofobia. Ma è proprio questa, declinata contro le donne in effetti discriminatori, paternalistici o bullisti tout-court, la polvere da sparo che carica le armi con cui la società prima assedia milioni di donne e poi assolda i cecchini per farle fuori.

La vera novità della ricerca, come evidenzia McKelle, è che tutti questi effetti sono collegati tra di loro: l'esposizione all'ossessione per la magrezza, che colpisce le donne in carne più delle altre, l'ostracizzazione dei grassi, i messaggi mediatici... Non solo tutti gli elementi dell'ossessione sociale lavorano insieme per danneggiare la donna, sono ognuno causa ed effetto dell'altro, una complessità fatta di odio, identità danneggiate, media fallaci e dietismi sballati.

Come uscirne?
Non esiste una via comoda, facile e sicura per sottrarsi al martellamento e all'assedio. Ma, come suggerisce McKelle, si possono attuare alcune strategie di buon senso per "alleviare" il problema ed evitare spirali distruttive e autodistruttive.
In una battaglia di campo l'assedio può provocare l'esaurimento delle risorse dell'assediato. Nel nostro caso, scrive McKelle, si può però tentare di svicolare da chi con il solito paternalismo ritiene di dover sempre indicare alla ciccia di turno cosa deve fare della propria vita. E se non si può svicolare, perché chi lo fa è una persona di famiglia o qualcuno a cui si tiene, si può comunuque decidere di parlare, spiegarsi, far capire che parlare in termini colpevolizzanti o ridondanti di luoghi comuni non solo fa male al rapporto che si ha con quella persona, ma ottiene l'effetto contrario a quello sperato.

Per quanto riguarda i media, invece, l'unica è armarsi di senso critico, di consapevolezza: oggi è difficile, impossibile probabilmente, pensare di vivere al di fuori dell'assedio mediatico. La comunicazione imperniata sulla magrezza come unico parametro del successo è ossessiva. L'unico modo per non subirla, per non interorizzare una colpa o il senso di essere "sbagliati", è destrutturarla, capire quali sono le origini culturali di un'ossessione del genere, verificare quanto quella non abbia nulla a che fare con la questione salute ma esclusivamente con la vanità o con il business che si incardina su tale ossessione.










venerdì 14 marzo 2014

L'obesità non è un disturbo alimentare

Ci sono cose che diamo per scontate e che ci sembrano lampanti. Ma non sempre lo sono, e ci impediscono di ragionare. Risolviamone una, di quelle che girano da tanto tempo




"Obesitá e anoressia sono entrambe malattie gravi! quelle capre su fb dovrebbero smetterla con quelle immagini moraliste"

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in questo colorito tweet mentre pattugliavo i social network per accertarmi di ristabilire la verità assoluta sull'obesità... Si scherza, ovviamente! Ma trovo che questa battuta sia utilissima per spiegarci o ricordarci un paio di fatti fondamentali. Ed è utile ancor di più, forse, perché dimostra come una certa confusione regni anche in chi combatte la discriminazione, caos dovuto alla comunicazione fallace e distorta che regna sovrana nel nostro paese.

Il primo riguarda i disturbi alimentari. Una locuzione che comprende una quantità di diverse patologie, di comportamenti e di ambienti psicologici, un insieme che è tuttora oggetto di studi approfonditi in tutto il mondo e del quale grazie al lavoro di molti diversi ricercatori piano piano si inizia ad avere un quadro.

Il secondo è che l'obesità non è un disturbo alimentare, l'anoressia invece sì. Lo stato di obesità, al di là della difficoltà tecnica di definirlo dopo la caduta del BMI come "termometro" valido, è una condizione identitaria. E' il risultato di una molteplicità di fattori, che i dietisti chiamano cause, un fin qui inestricabile mix di elementi genetici, culturali (familiari e ambientali) e psicologici. Un insieme sul quale tutti sembrano avere opinioni molto precise ma che ogni giorno cambia forma per una nuova scoperta. Di fatto dell'obesità sappiamo molto, ma per dire che la conosciamo ci vorranno ancora molti anni. Uno stato identitario, che sia o meno un fattore di rischio, non è una patologia.

Concludendo, se è vero che la definizione di disturbo alimentare integra probabilmente troppe diverse patologie e comportamenti e che questo nuoce alla chiarezza, se vogliamo capire di cosa parliamo quando parliamo di cicciosità è essenziale far nostra la differenza tra patologia e stato. Non mancano, ahinoi, articoli di giornale o di pseudodietisti che parlano dell'obesità come patologia, come fosse un'influenza, una trombosi o peggio. Che sia uno stato di interesse clinico è indubbio. Ma ripetere come un mantra che sia una patologia non diventa vero solo perché - appunto - ripetuto di continuo.

(fonte foto)

mercoledì 5 marzo 2014

Si fa presto a dire esercizio fisico

A te non piace fare esercizio fisico? Bene, nessuno ti può giudicare per questo. Sei ciccio? Ciccia? La nostra storia ci dice molto, e spesso definisce ciò che vogliamo



Ce l'abbiamo tutti sulla testa, come una grossa spada appesa ad un filo, anche se non ci chiamiamo Damocle. E' parte della psicosi collettiva sull'obesità. Pende sulla testa di tutti i cicci, che lo vogliano o meno. E', rullo di tamburi, l'esercizio fisico.

Prima di perderci in questo budello psicotropico in cui si mescolano bullismo e diritti, lasciatemi dire che non siamo qui ad esaltare il movimento fisico. Ognuno di noi conduce la propria vita come meglio crede, se c'è chi fa esercizio fisico ci sarà anche sicuramente chi non lo fa. Le ragioni per cui questo accade sono, in un caso e nell'altro, del tutto personali e insondabili. C'è gente a cui non piace farlo. Giudicare qualcuno per questo è, tanto per cambiare, una inaccettabile semplificazione della complessità identitaria. Ma perché questa premessa? Perché se è vero che c'è a chi non piace muoversi, c'è anche chi invece vorrebbe, ma le proprie esperienze sono tali da tenerlo o tenerla lontano dall'attività.

Basta parlare con le persone per scoprire che c'è chi non fa movimento perché a scuola veniva preso/a in giro in quanto non "performante", o perché preso/a di mira da istruttori incapaci in palestra, e dio solo sa quanti sono, o magari semplicemente perché ci sono cicci così abituati ad avere un corpo ritenuto "inadatto" all'esercizio che neppure ci provano. Molti crescono con questi condizionamenti e se è il vostro caso, cari cicci miei, non siete soli, ci siamo passati in tanti. Ciò non toglie, anzi conferma, che si tratta di forme di discriminazione che possiamo scegliere di lasciarci alle spalle.

Scrive una straordinaria blogger americana, Leah Bee, su questo tema: "Non sono mai stata una ragazzina molto attiva. Amavo leggere, giocare con i dinosauri di plastica, cercare salamandre nel bosco. Odiavo l'educazione fisica a scuola. Non mi piacevano gli sport. Non mi piacevano le camminate nel bosco o lo sci di fondo, le attività preferite dei miei genitori. Una volta giunta alla pubertà il mio corpo divenne soffice e ciccioso e il mio gelo verso l'attività fisica non era più soltanto un tratto della personalità, improvvisamente divenne un difetto. Un indicatore della mia pigrizia e del mio atteggiamento sbagliato o, almeno, così i miei genitori interpretavano le mie proteste. Capii rapidamente che venivo forzata a fare le passeggiate perché ero grassa. Mia madre mi incoraggiava ad andare con lei in palestra. E io mi sentivo fuori posto, imbarazzata. La mia presenza in questo spazio adulto un po' scuro, pauroso e puzzolente lo vivevo come una punizione per essere una ragazza grassa e pigra".

Un amico a cui non piace fare esercizio fisico quando vede qualcuno che corre in un parco o guarda me che faccio attività fa spesso la battuta: "hai paura di morire". Già, perché il movimento fisico non permetterà a nessuno di diventare un essere immortale né impedirà, diononvoglia, di venir fatalmente azzannato da un vorace squalo bianco sotto uno splendido sole d'agosto. Il punto, cioè, è che ci sono molte cose che possiamo o non possiamo fare nella nostra vita che hanno un impatto sulla nostra salute. Ma nessuno può imporre ad un altro un comportamento, né un paese può imporre ai suoi cittadini di perseguire comportamenti "salutistici". Se lo facesse, infatti, ci si dovrebbe scontrare con tante altre cose: diritto alle ore di sonno, tipologia di cibo a disposizione, di bevande, di passatempi, con imposizioni sul numero di ore passato a fare questo o quello. Una società totalitaristica, insomma, che pur spaventosa e raggelante pare rimanga la segreta aspirazione dei bulli della magrezza. La normalizzazione che tanto attira i profeti del salutismo ossessivo non può essere che un'aspirazione utopica ad una società di uguali, cioè di una società destinata ad arrotolarsi su se stessa e morire.

Tornando a noi. Un modo per lasciarsi alle spalle le esperienze che furono è dirsi quello che l'esercizio non è e non fa. I bulli di cui sopra, sostenuti da mandrie di disinformati e da un business succulento che ci campa sopra, hanno sempre detto che fare esercizio fa dimagrire. E anche se la ricerca non ha prodotto alcuna dimostrazione di ciò, le palestre di mezzo mondo sono piene di cicci - quelli che non si vergognano - che passano ore a fare attività ripetitive nel tentativo di perdere chili. Quando non li perdono, naturalmente, intervengono i missionari del dietismo, spiegando che oltre a giocarsi la vita su un'ellittica è anche necessario privarsi delle calorie, dei grassi, del sorriso e del buonumore. Come insegna HAES se l'obiettivo è perdere peso e non è invece guadagnare in salute, passare vite intere su un tapis roullant potrebbe rivelarsi deludente.

Scrive ancora Leah: "All'epoca del college cambiò tutto grazie ad una fantastica istruttrice di Aerobica. Presi a fare palestra, cardiofitness, aerobica e vari altri generi di esercizi. Nel giro di due anni avevo iniziato a passare fino a due ore al giorno in palestra, e avevo perso tantissimo peso. Non che fossi soddisfatta di quei cambiamenti, ma mi sentivo sulla buona strada. La moderazione non era certo il mio mantra. Poi, quando ho iniziato a lavorare, non ho più avuto quelle ore ogni giorno per l'attività fisica". A quel punto sono cambiati anche gli istruttori nella sua palestra, e quindi anche quel poco che faceva ha smesso di essere piacevole. Tre anni dopo "sono più pesante di quanto sia mai stata nella mia vita. Per la maggiorparte del 2013 sono stata sedentaria. Ho avuto vari tentativi di tornare in palestra. Ma ogni volta capitava qualcosa, come un istruttore che mi si avvicinava mentre faticavo sull'ellittica per dirmi cose come Brava, stai facendo i primi passi verso una migliore te stessa o cavolate come questa. Volevo dar loro un pugno, tutte le volte che lo dicevano. Io sono già una migliore me stessa. Ho degli interessi, ho degli amici. Ho una vita. Ma magari poi peggioravano la cosa cercando di farmi abbonare per avere sessioni di personal training perché chi è all'inizio ha sempre bisogno di qualcuno che mostri come fare le cose per bene. Io all'inizio? Ma scherziamo?"

Come dice Regan Chastain, celebre teorica HAES, la ricerca non ci spiega come dimagrire consumando le suole su un tapis roullant, ci parla invece di moderazione, la qualità che mancava a Leah. Ci dice, infatti, che fare ogni giorno più o meno una mezz'ora di attività moderata è un consiglio utile a tutti, perché tende ad aver un effetto benefico sulla propria salute.

Riassumendo: nel tentativo di riappacificarci con l'esercizio fisico, se questo è ciò che si vuole, magari per iniziare un percorso HAES, possiamo smetterla di pensarci come "atleti mancati" e fissare obiettivi realistici, prima di tutto piacevoli. Andare per tentativi, esplorare le diverse possibilità di fare attività e vedere quali ci sembrano più gradevoli, scoprendo come reagisce il nostro organismo. Soprattutto, e questo è probabilmente lo scoglio più duro, è necessario puntare alla salute e non al dimagrimento. In ambito HAES, come sa chi segue questo blog, perdere peso può essere un "effetto collaterale" di una ritrovata gaiezza dell'esistenza, ma se diventa quello l'obiettivo primario si rientra nel circolo vizioso del dietismo. E, in quel caso, non c'è attività che tenga, la tragedia, la depressione e il fallimento sono dietro l'angolo.

(fonte foto)

domenica 2 marzo 2014

C'è anche chi ti vuole entrare nel cervello

"Se tu che leggi pensi che il suo comportamento sia stato violento, beh io sono d'accordo con te. Ma ecco, io ne ho parlato perché vorrei che tu sapessi che questo è quello che accade continuamente ai ciccioni"



Ali Thompson, nella foto sopra col fidanzato Josh, non è una dei militanti che si oppongono alla crociata per l'eliminazione psicologica degli obesi, è una disegnatrice di fumetti e una painter statunitense. Sul suo blog ha lasciato una testimonianza che dovrebbe far riflettere tutti e che val la pena leggere. Eccola in una rapida traduzione:

"Odio la parola Salute. Appena viene fuori ecco qualcuno che inizia a dire cosa bisogna fare per stare in salute. Mi manda il sangue alla testa. Specialmente se mi vengono a dire cosa dovrei fare io per la mia salute.

Come persona grassa, la gente sembra volermi aiutare con la mia salute ad ogni pié sospinto. E mi riempio di rabbia.
Perché? Perché dovrei arrabbiarmi così tanto alla parola Salute?
Vediamo. Forse perché la gente utilizza le proprie idee sulla salute per diminuire la mia intera esistenza? Per stigmatizzarmi, punirmi? Già, forse per questo.

L'anno scorso ho partecipato ad un corso sul Benessere dell'azienda per cui lavoro. Chi partecipava riduceva di qualche punto percentuale l'aumento già previsto nell'assicurazione sanitaria. Ho partecipato ad una sessione chiamata "Biometrica". Hanno prelevato del sangue per valutare il colesterolo e mi han detto che dovevo pesarmi. Ma io non voglio pesarmi, non voglio sapere quel numero perché qualunque numero sia riattiva il mio disordine alimentare.

Io ci ho messo tanto per gestire quel disordine. Solo recentemente ho capito davvero di soffrirne, di farmi del male da sola. Che poi è quello che la società chiede ad una cicciona no? Odiarsi finché non diventa magra, andare in giro annegando nell'autocommiserazione e autopunendosi continuamente no?

Salire su una bilancia attiva pensieri negativi nel mio cervello. Così ho chiesto all'infermiera del Corso se potevo evitarlo. Mi ha detto di no. Ho spiegato che non volevo vedere il numero. "Ho un problema e vederlo mi farebbe male".

Avete idea di quanto sia difficile dire una cosa del genere ad una perfetta sconosciuta? Quasi mi sono strozzata dicendolo, lei quasi non ha risposto. Quando sono salita sulla bilancia elettronica ho chiuso i miei occhi e li ho coperti con la mano. Appena scesa dalla bilancia, l'infermiera mi ha schiaffato in faccia la stampa con il numero scritto sopra, e così non avevo modo di evitare di leggerlo. "Questo lo devi vedere", mi ha detto, annegando in una smorfia di ipocrita preoccupazione.

La parte del mio cervello con quel disturbo alimentare è rotta. E' rotta, e tenta di farmi del male. Io ci costruisco intorno delle mura, perché è qualcosa che non posso sistemare altrimenti. Non posso tornare indietro a quando da bambina venivo stigmatizzata e discriminata, a tutte le cose che hanno dato vita a quel disturbo alimentare. Ma quello che posso fare è costruire delle mura per tenere sotto controllo quella parte di me. Ed ecco che quell'infermiera ha lanciato una cannonata contro quelle mura. Anche dopo che l'avevo avvisato. E, come ha detto lei, lo ha fatto per la mia salute.

Se tu che leggi pensi che il suo comportamento sia stato violento, beh io sono d'accordo con te. Ma ecco, io ne ho parlato perché vorrei che tu sapessi che questo è quello che accade continuamente ai ciccioni. Direi che la maggiorparte delle mie interazioni con medici e personale sanitario sono di questo tipo.

Tutto è iniziato quando da piccola mia madre disse al pediatra che avevo allergie alimentari. "Beh - ha risposto lui - devono funzionare al contrario, perché sua figlia è grassa!". Non poteva smettere di ridacchiare per la sua battuta e mia madre non rispose alcunché.

Quasi ogni singolo medico o infermiere che abbia incontrato nella mia vita aveva da dirmi qualcosa di orrendo sul mio peso. Dico al dottore che mi sono ferita il ginocchio in un incidente d'automobile? Lui mi dice di perdere peso. Gli dico che l'anticoncezionale mi provoca attacchi di panico? Lei mi dice che non è nulla e che se perdessi peso passerebbero anche quelli. Non solo. Ci sono medici capaci di dirti che mangi schifezze tutto il giorno e ti abbaiano che sei un bugiardo se dici di no, perché sono talmente grassa che sicuramente mangio ogni pasto da McDonald's.

I medici non mi credono. Ma perché dovrebbero? Nessuno lo fa. La gente non si trattiene dal fare battute di qualsiasi genere su quello che io mangio. Sono sorpresi, e lo vedi, quando vedono che mangio cibi salutari, perché è ovvio che una come me mangia sicuramente 3 o 4 enormi pacchi di patatine al giorno, o qualsiasi cosa gli aiuti a giudicarmi.

Lasciati dire, a te che leggi, a te Mondo, che non c'è equivalenza tra peso e salute. Non solo: nessuno si sente in obbligo con te nell'adottare per la propria vita ciò che tu pensi che sia salutare. Alcune persone non possono fare quello che fai tu. Altri non vogliono, o non hanno tempo, o qualsiasi altra cosa.

Tutti abbiamo diritto alla stessa dignità e considerazione, anche se tu pensi che non siamo in piena salute. Sono grassa, ho un disordine alimentare e soffro di crisi d'ansia. Come società abbiamo deciso che la crisi d'ansia va bene, perché non è colpa mia, ma che il disordine alimentare non è reale, perché è colpa mia se non sono magra, e dato che la colpa è mia merito di essere punita dalla società.

Viviamo in un mondo dove chiunque sia a dieta ritiene di avere la verità in tasca, in un mondo dove il tuo datore di lavoro ti manda inviti a partecipare a seminari sul dimagrimento. Per il mio bene, naturalmente.

Lo stigma anticicci non si palesa solo quando qualcuno mi chiama cicciona di merda. Si avverte anche quando uno non può vivere la propria vita senza la paura che in un qualsiasi momento arrivi qualcuno che debba parlarti della tua salute. Lo stigma è costringere i ciccioni a pagare di più per la propria copertura sanitaria, è dover comprare su Internet i miei vestiti perché nei negozi su strada non ci sono le taglie, sono le prese in giro per i compagni e le compagne dei ciccioni, che a volte arrivano persino ad andarsene per evitare di essere tirati in mezzo.

L'odio per i ciccioni è nell'aria, così integrato alla loro vita che molte persone nemmeno lo mettono in dubbio".

giovedì 27 febbraio 2014

Il bullismo disgrega la salute dei giovani

La conferma in una nuova ricerca: gli effetti sulla psiche del bullismo nei giovani sono tanto più gravi quanti più sono gli anni in cui si subiscono le violenze



No, non c'è solo il bullismo di una battuta in televisione, dell'occhiataccia di un vicino o di un collega che vuole farti dimagrire, il bullismo più pesante è quello che si subisce nell'infanzia e che non riguarda solo i cicci. Un nuovo studio psichiatrico suggerisce che più a lungo si è subito il bullismo, più gravemente e per più tempo se ne sconteranno le conseguenze.

Il bullismo dei coetanei, istruiti loro malgrado da famiglie e tutori, secondo quanto riportato da Pediatrics, causa tanti più danni alla salute dell'individuo quanto più a lungo si è stati sottoposti alle violenze.

L'idea dei ricercatori è stata quella di valutare l'impatto del bullismo nel corso del tempo, studiando le dinamiche giovanili tra scuola elementare e scuola superiore. "Il nostro studio - ha dichiarato una delle autrici Laura Bogart - indica che il bullismo di lungo periodo colpisce duramente la salute generale del fanciullo, con effetti negativi che si accumulano nel tempo e che possono poi peggiorare ulteriormente. Ciò dimostra quanto sia importante agire di più contro il bullismo, perché prima si ferma la violenza, prima il bambino si libererà degli effetti sulla propria salute".

La ricerca ha rilevato un gruppo di quasi 4300 ragazzi di cui è stata tracciata la salute mentale e psichica in correlazione alla propria esperienza con il bullismo. In generale, dicono i ricercatori, subire il bullismo riduce la salute mentale, aumenta i casi di depressione e allontana dall'attività sportiva.

Chi ha sperimentato bullismo nel passato e nel presente ha un profilo di salute compromesso. "Non ci sono approcci risolutivi nel bullismo - dicono gli scienziati - ma fornire a insegnanti, genitori e medici un quadro di riferimento può aiutarli ad aiutare i bambini che devono fronteggiare questo problema e almeno ridurre i danni che provoca".

(fonte foto)

mercoledì 26 febbraio 2014

La ciccia è negli occhi del medico che ti guarda

Il pregiudizio allontana molti medici da una diagnosi, e molti pazienti dalla cura. La più grave delle discriminazioni veste un camice bianco e uno stetoscopio



Qui non si parla di insulti, di pregiudizi. Qui si parla della peggiore discriminazione, della protervia dell'ignoranza che entra persino in certe stanze della medicina e la trasforma. Luoghi in cui è la forma del corpo del paziente a determinare la diagnosi. Spero che i medici che leggeranno questo sconvolgente - ma non unico - racconto, possano trarne spunti di riflessione. Di mezzo c'è il senso del loro giuramento, del senso stesso della loro professione, cose che alcuni di loro dinanzi ad un individuo obeso sembrano dimenticare. Con conseguenze devastanti. Ecco cosa scrive PF su un un sito dedicato e sul caso di Sclerosi Multipla di suo marito:

"Mio marito è grasso. E' stato un bambino grasso e ora è un adulto di 185 centimetri con un peso che varia tra i 130 e i 150 chili. Non è solo grasso. E' grassissimo. Mio marito è sempre stato aggraziato e coordinato, veloce e molto forte. Ancor oggi, può sollevare 130 chili sulla panca per dieci volte senza grande sforzo. Con la sorpresa di molti diversi medici, è sempre stato in buona salute, con un buon colesterolo, pressione arteriosa e glicemia.

Fino a cinque anni fa, quando mio marito ha perduto i colori. Poteva ancora vedere, ma non i colori. Dopo quattro ore da un oculista è emersa una diagnosi preliminare: Sclerosi Multipla. Gli è stato consigliato un neurologo che gli ha detto che "devi perdere peso". Non ha chiesto altri esami né menzionato la Sclerosi Multipla. Mio marito, demoralizzato, ha visto un altro medico che lo chiamava "ciccione" e poco dopo la sua visione è tornata normale. Così ha ignorato quella diagnosi ed è andato avanti.

Poi, tre anni fa, sono iniziati i sintomi gastrici. Non poteva mangiare. Poteva elaborare i liquidi, ma i solidi li vomitava tutti (venne fuori poi che era grastroparesi, una paralisi dello stomaco che porta all'impossibilità per il cibo di raggiungere gli intestini. Un sintomo frequente con la Sclerosi). E' andato dal suo medico curante, che era estasiato dal vedere che mio marito aveva perso 12 chili. Il fatto che ad ogni pasto vomitasse pare non fosse importante. La cosa che contava è che stava perdendo peso.

Nel corso di quattro mesi, mio marito aveva perso 50 chili. Non poteva più camminare. I suoi piedi bruciavano, stava perdendo sensibilità alle dita e i suoi denti erano un disastro a causa dell'acido gastrico. Dottore dopo dottore tutto questo veniva ignorato, si guardava solo a quanto fosse meraviglioso che mio marito stesse perdendo tutta quella ciccia.

Una sera sono tornata a casa e ho trovato mio marito svenuto sul pavimento in un lago di sangue. Quel vomito costante gli aveva danneggiato l'esaofago. Il medico di emergenza era inorridito. I piedi che bruciavano? Neuropatia da deficienza vitaminica. Alcuni dei suoi denti avevano un ascesso. Mio marito stava morendo, e questo era il primo medico ad interessarsene. Ho pianto lacrime di gioia nel trovare qualcuno che sembrasse interessarsi a lui.

E' stato il medico di emergenza ad ordinare una risonanza magnetica e un prelievo spinale. A causa delle dimensioni di mio marito, il prelievo è stato fatto con un fluoroscopio perché non potevano sentire bene le sue vertebre. Il medico che ha fatto il prelievo era arrabbiato con mio marito perché è grasso. Dopo averci detto che non aveva l'ago della giusta dimensione lo ha usato lo stesso e da allora mio marito ha anche seri problemi alla schiena (mai avuti prima).

Ed ecco che viene fuori: mio marito aveva in tutti questi anni la Sclerosi Multipla. Il peso non ha alcun rilievo in questa patologia. Non ci sono correlazioni tra le due cose. Se uno qualunque dei suoi medici avesse visto oltre la sua dimensione, avrebbe potuto evitargli il danno cronico ai nervi. Il suo stomaco ancora dà grandi problemi, e stiamo spendendo migliaia di dollari per i suoi denti. Ogni giorno è un dolore, ogni giorno una battaglia. Ma, ecco, almeno non me l'hanno ucciso.

Grazie per l'ascolto".

(fonte foto)

venerdì 21 febbraio 2014

Un gigante ucciso dall'ossessione della magrezza

Prendi un uomo enorme, alto e robusto, un Vichingo, come dice la figlia, e fagli sentire che occupa troppo spazio, che è grasso, che il suo corpo è il suo nemico. Il triste racconto della figlia Tiffany



"Mio padre è morto tre settimane fa. Si trovava in un Hospice, con tutto il supporto tecnologico e farmacologico possibile per dargli conforto e non farlo soffrire ma ugualmente, così è la morte, non è stata una buona fine. Ero accorsa poche ore dopo aver sentito della sua caduta. Si trovava in uno stadio avanzato di collasso cardiaco e renale, e la sua caduta era solo l'inizio della fine. Quando sono arrivata, una infermiera è entrata nella stanza e gli ha chiesto: "Sente dolore?". E lui ha risposto, "solo un po'", fremendo. Non avrebbe dovuto finire così.

Mio padre era nato corpulento, enorme, in una famiglia di gente grande. Il DNA aveva rivelato che siamo tutti dei vichinghi nel sangue, non che fosse una sorpresa, visto che siamo tutti alti e larghi in famiglia. Quando mio padre aveva vent'anni era alto 187 centimetri e pesava 136 chilogrammi. Le sue imprese atletiche erano leggendarie tra gli amici. C'era un tempo in cui sollevava da solo un letto kingsize da un marciapiede ad una finestra del secondo piano, con sei persone all'interno necessarie a prenderlo e tirarlo dentro. C'è stato un tempo in cui lui e mia madre si sono trovati intrappolati in un appartamento collassato su se stesso, quando lui l'ha presa a sé con un braccio e con l'altro si è fatto largo con tutta la sua mole attraverso le rovine. C'è stato un tempo in cui ha impedito uno scippo afferrando l'assalitore e togliendogli il coltello dalle mani. Era un gigante, forte e vitale, costruito di energia e carne.

Ma non voleva essere un gigante. Voleva essere magro.

Dopo aver tentato e fallito innumerevoli diete, mio padre si è iscritto ad un programma sperimentale avviato in una delle più prestigiose università del mondo. Avrebbe dovuto vivere all'interno di un'area neuropsichiatrica nel corso dell'esperimento. Gli davano nulla se non acqua, bibite prive di calorie e supplementi minerali e vitaminici. Ai ricercatori veniva data la possibilità di comprendere come il corpo reagisce all'inedia. E mio padre presumibilmente sarebbe diventato magro.

E' stato tenuto in quella sezione per otto mesi consumando mediamente 30 calorie al giorno. Lui spiegava che la difficoltà maggiore non era il digiuno ma la noia. Una volta aveva sottratto un camice bianco e si era fatto il giro quotidiano insieme ai medici fingendo di essere uno studente di medicina. Ho ancora gli schizzi che aveva disegnato dei suoi "colleghi", un ritratto di una donna incredibilmente bella che soffriva di schizofernia e con cui lui giocava a carte, un uomo dalla faccia di bambino con disordine bipolare a cui mio padre ad un certo punto insegnò a guidare.

L'esperimento avrebbe dovuto cessare quando mio padre avesse raggiunto quello che veniva considerato il suo "peso forma", che secondo i medici si trovava attorno agli 82 chilogrammi. E quindi ci riuscì: era fisicamente debole, aveva sviluppato una aritmia cardiaca, ma era magro. E' stato uno dei migliori momenti della sua vita, e ha speso i suoi successivi 40 anni cercando di tornare a quel momento.

La magrezza è durata meno di due mesi. Contava le calorie ossessivamente e mangiava pochissimo, quello che il medico gli aveva prescritto, ma comunque aumentava di peso. Un anno dopo era tornato come prima, e poi ha ripreso con gli interessi, fino a 182 chilogrammi.

La sua corsa verso la magrezza non si è mai fermata. Ha preso farmaci per dimagrire e danneggiato ulteriormente il suo cuore. Era ancora grasso, ma la speranza del dimagrimento lo ha reso via via più debole e malato.

Ad un certo punto i dottori scopririno che soffriva di celiachia. Solo a quel punto. Nessuno prima aveva pensato di verificare se un uomo ciccione potesse soffrirne. Anni dentro e fuori dall'ospedale e nessuno gli aveva mai chiesto perché gli capitasse di star male. Anzi, gli dicevano che forse era una buona cosa se gli capitava di rifiutare parte del cibo. I suoi intestini ne avevano sofferto, e non si sarebbe mai ripreso completamente.

Sebbene ossessionato dalla magrezza e dedicato a ottenerla in ogni modo, mio padre è rimasto grasso. E i dottori lo hanno punito per questo. Ci sono medici che lo hanno lasciato solo più e più volte.

Negli ultimi anni della sua vita si è buttato via. Le sue guance erano sparite, le sue spalle un tempo giganti sembravano magre. Cercavo di assicurarmi che mangiasse, mi sono offerta più volte di portargli la spesa, ma lui non voleva, riteneva di potercela fare. Ogni settimana mi diceva che i dottori erano contenti di lui perché finalmente stava riperdendo peso. Ogni settimana mi chiamava per aggiornarmi sul suo peso. Ogni settimana io mettevo giù il telefono e piangevo.

Nella sua ultima notte, all'Hospice, sono rimasta con lui nella sua stanza, la sua testa sulla mia spalla. Era così piccolo. Le sue gambe un temo massicce erano diventate magrissime, con quelle di un bambino attaccate al corpo di un adulto. Era l'ombra di se stesso.

Mio padre ha passato anni a combattere con la propria dimensionalità, volendo essere più piccolo, non volendo essere un gigante. Gli hanno insegnato ad odiare il proprio corpo e si vergognava dello spazio che occupava. Ma ha passato la sua forza a me, e io non dilapiderò questa eredità. Non permetterò che qualcuno mi faccia sentire meno di quello che sono.

E sì. Io sono figlia di mio padre. Anche io sono gigante, fatta di energia e carne. E sono forte abbastanza per portare in giro me stessa e anche altri, anche quando loro non ce la fanno".

Tiffany
(post originale)

giovedì 20 febbraio 2014

Perché vogliamo dimagrire? Cosa ci spinge?

Per alcuni è un'ossessione, per altri dimagrire diventa il senso stesso dell'esistenza. Altri hanno scelto di pensare ad altro. Ma cosa spinge molti di noi a voler perdere peso?



Chi non è mai stato tentato di trasformare la propria esperienza individuale con il peso in un valore statistico o in una ricetta che vale per tutti? Quando a farlo è una psicologa esperta e aggiornata sulla ricerca in materia, ascoltare per una volta può avere un senso. Ecco quindi una veloce traduzione di un bel post di Margarita Tartatovsky, psichiatra statunitense, che indaga sulle ragioni per cui molti vogliono dimagrire:

"Anni fa ero impegnata a perdere peso. E' stato il mio obiettivo per molto tempo (un decennio circa). Oggi capisco che non era quello ciò che volevo dopo tutto.

Quello che veramente volevo era sentirmi meglio con me stessa. Volevo sentirmi più in pace, avere una maggiore fiducia in me stessa, sentirmi sicura di me.
Quello che veramente volevo era la tranquillità, lontano dai pensieri ansiosi, e una connessione, qualcuno da amare e che mi amasse.
Quello che veramente volevo era sentirmi forte, piena di energie, ricaricata, stimolata. Volevo essere più avventurosa, indipendente, estroversa. E più felice. Molto più felice.

Anni fa non potevo neanche articolare questo pensiero. E non avevo neppure compreso che il dimagrire era diventato una sorta di ciambella di salvataggio per me. Rappresentava tutto ciò che volevo e tutto ciò che non ero.

Cercavo quindi una soluzione veloce, un modo veloce per trasformare in realtà quelle necessità. Perché erano quei bisogni così profondi ad essere nascosti sotto il desiderio, apparentemente semplice, di perdere peso.

Ecco dunque: cosa c'è dietro il nostro desiderio di dimagrire?
E' forse auto-commiserazione? O forse pensiamo che perdere peso sia una ragione sufficiente per finalmente essere gentili con se stessi, curarci di noi stessi.
O cerchiamo l'approvazione di qualcuno? E' forse la fine al mangiare troppo? O la chiave ad una migliore salute, ad una maggiore energia?

La perdita di peso non è una panacea.
Non ci dà tutte queste cose. E a livello razionale probabilmente ci arrivamo. Ma più difficile è comprenderlo davvero, in parte grazie anche alla cultura permeata dall'ossessione per la magrezza.

E' cosa difficile da sentire dentro di noi. Difficile da sentire nelle ossa. Chi pubblicizza programmi di dieta o fitness vorrebbe che noi pensassimo alla perdita di peso come una cornucopia di regali fantastici che niente altro potrebbe darci.

Ma quella non è la realtà. Perché non ci sono soluzioni veloci.
E non è che siano cattive notizie. Anzi. Sono ottime. Perché anziché soprassedere sui nostri desideri più profondi cercando di dimagrire, possiamo andare direttamente alla fonte.

Se si vuole ottenere più energia, ci si può focalizzare sul dormire meglio, sull'apprezzare cibi nutrienti e scovare le attività fisiche che ci piacciono.

Se si vuole socializzare di più, si possono organizzare pranzi con gli amici e la famiglia. Si possono anche trovare gruppi di sostegno, passare più tempo con il proprio partner o predisporsi a conoscere qualcuno di nuovo.

Se si vuole l'approvazione di qualcuno, si possono esplorare le ragioni per cui questo accade, e di come si può lavorare per rafforzare la consapevolezza di sé, e creare confini solidi attorno a sé.

Se si vuole la pace si può praticare lo yoga, o meditare ogni giorno per qualche minuto, o respirare profondamente e lentamente più volte nel corso della giornata.

Se si vuole cessare di mangiare troppo, si può sempre paralrne con un consulente e lavorarci sopra.

In altre parole, perdere peso non è un bisogno in sé. Invece nasconde quello che veramente vogliamo e ciò di cui abbiamo bisogno. Cercare la perdita di peso crea una sorta di strada ventosa con tonnellate di detriti che ci bloccano il nostro vero percorso.

Ed è questa la ragione per cui perdiamo la battaglia. Ma, per fortuna, possiamo sempre tornare a noi stessi. Possiamo sempre scoprire i nostri desideri più profondi e focalizzare la nostra attenzione e la nostra energia su quelle necessità. In altre parole, possiamo direttamente e attivamente perseguire i nostri veri sogni.

Che cosa si nasconde dietro il tuo desiderio di perdere peso? Come puoi far sì che i tuoi desideri diventino realtà?"

(fonte immagine)

mercoledì 19 febbraio 2014

Ma i ciccioni muoiono all'improvviso?

Quando se ne vanno così, da un giorno all'altro, tutti pensano che sia accaduto per colpa dell'obesità. E che, in qualche modo, se la siano andata a cercare. I casi di Heavy D. e Big Pun



Quando un ciccio o una ciccia muoiono all'improvviso, da un giorno all'altro, qual è la nostra reazione? Se lo è chiesto in un vecchio post CeCe di New York, la Plus Size Princess per eccellenza, un post che ho pensato fosse utile riportare qui in una veloce traduzione:
"Sabato pomeriggio mi sono sottoposta ad una nuova classe di ginnastica in palestra. L'insegnante era una donna superallenata, con addominali scolpiti e tatuaggi sulla pancia. Ci ha fatto lavorare duramente e alla fine eravamo tutti sudatissimi. Gli ultimi 15 minuti li abbiamo spesi tra addominali e stretching.

Mentre eravamo là a massacrarci sui nostri tappetini, lei ci ha aggiornato su alcuni fatti di attualità. "Ci potete credere? Heavy D. è morto", ci ha detto avvicinando il gomito al ginocchio. "Ho sentito... è da matti.. aveva solo 44 anni", ha aggiunto qualcuno dal fondo della sala. "Era un uomo gigante, ma leggero però quando si muoveva - ha continuato l'istruttrice - qualcuno sa com'è morto?"

Una serie di risposte sono arrivate dalla classe: "Polmonite?" "Diabete?" "Un attacco di cuore, ho sentito". L'istruttrice intanto ha cambiato posizione e via noi tutti insieme a lei. E ha detto: "Sì, ho sentito che è stato un attacco di cuore. La cosa assurda è che aveva appena perso tutto quel peso, non è giusto!"

Un'altra donna si è aggiunta, "Sì, ho sentito di persone che perdono peso e poi muoiono. Non ha senso". E qualcun altro: "E' successo anche a Big Pun, veh?" "Essì" "Morire dopo aver perso peso... è così triste". Poi qualcun altro ha aggiunto con voce ferma: "Anche le persone magre hanno attacchi di cuore". C'è stata una lunga pausa, poi l'istruttrice si è seduta e ha riso: "Lo sai, hai ragione. Assolutamente vero".

Ascoltando la conversazione, sentivo una chiarissima implicazione secondo cui ci si aspetta che le persone ponderalmente importanti muoiano all'improvviso e che, quando e se accade, questo sia più o meno "colpa loro". Alla mia istruttrice e alle altre donne nella stanza, le morti premature di Heavy D. e Big Pun sembravano tristi, ma erano ancora più tristi perché accadute dopo che entrambi avevano perso peso.

Il fatto è che abbiamo ormai istruito le nostre menti, per cui l'obesità ti mette a rischio elevato di diabete, attacchi di cuore, infarti ecc. Ed è vero, il rischio c'è, ma questo non significa che se due uomini di 44 anni muoiono di attacco di cuore ed uno è magro noi si debba provare più dolore per quello magro.

Ho un conoscente che pesa quasi 200 chili. Ha successo, molti soldi, ma quando lo guardo mi preoccupo. Quando ci incontriamo, vedo che non può stare in piedi a lungo, le sue braccia cadono pesantemente ai suoi lati quando cammina e la sua schiena si inarca per stabilizzare il suo stomaco enorme. Io sono una donna grossa e in salute, e capisco bene che il numero sulla bilancia non dice se si è in salute o meno. Ma mentre scrivo non posso chiedermi come reagire se, Dio non voglia, gli succedesse qualcosa. Penserei subito alle sue dimensioni? Spero di no... ma non lo so. Ogni articolo che ho letto sulla morte di Heavy D. parla del suo peso, di oltre 150 chili, così come ogni pezzo sulla scomparsa di Amy Whinehouse parla della sua tossicodipendenza. In entrambi i casi, penso che i media ci stiano dicendo sotto sotto che "lo dovevano sapere". E io non credo che questo sia giusto".
Ho apprezzato molto il post di CeCe perché non nega il fattore di rischio legato all'obesità, semplicemente lo posiziona dove merita di essere, un fattore di rischio. Il focus del suo post, invece, è su come noi reagiamo dinanzi alla morte di una persona ponderalmente rilevante. Riusciamo ad essere obiettivi? A provare dolore per la sua scomparsa? O ci facciamo travolgere dal giudizio, trovando magari una qualche rassicurazione personale sul fatto che quella morte "era prevedibile", come spesso sembrano dirci gli articoli che parlano della morte di un personaggio noto?

Ecco, io stesso, che pure ogni giorno mi pongo il problema del linguaggio e della comunicazione attorno all'obesità, mi rendo conto del fortissimo condizionamento di cui sono vittima. Probabilmente, come CeCe, anche io tenderei a reagire di primo acchito pensando alla "mole" dello scomparso. Ma non è questa una semplificazione inconcepibile dinanzi alla complessità della vita umana? Non è un modo per giudicare, quindi uccidere - anche dentro di noi - qualcuno? Magari alla fine non è giudicare tanto chi non c'è più, quanto chi rimane da quest'altra parte? Dove inizia la discriminazione, non nasce forse dalle nostre paure?

(fonte foto, nella foto Heavy D.)

martedì 18 febbraio 2014

Dieta? Peso? Obesità? Roba da femmine

Quanti uomini ammettono di essere dei cicci? Quanti di loro soffrono per questo? A cosa si devono le differenze tra uomini e donne? E la discriminazione?



Insultati a scuola, emarginati dal contesto sociale, penalizzati sul lavoro. Le prove che lo stigma e il pregiudizio attorno al peso e alla forma del corpo colpisce gli uomini e non solo le donne sono sotto gli occhi di tutti. Eppure molti cicci che non sono normoforma stentano a riconoscere di soffrire di un problema di discriminazione.

La verità, come spiegano sempre più ricercatori del settore, è che il 25 per cento di coloro che soffre di disturbi dell'alimentazione (anoressia, bulimia, ad es.) è di sesso maschile, così come il 40 per cento di chi soffre di alimentazione compulsiva.

Certo, i dati possono variare da paese a paese e in relazione all'età dei soggetti esaminati, ma l'altra verità è che le ragioni di questi comportamenti solo in parte si sovrappongono a quelle riscontrate nelle donne.

Come già sappiamo, gran parte dei disturbi di questo genere nasce dal dietismo estremo, che inibisce la capacità dell'individuo di riconoscere i segnali del proprio corpo, in parte da fattori genetici. Il punto è che l'insoddisfazione di sé e l'impulso ad odiare il proprio corpo sta rapidamente raggiungendo negli uomini lo stesso preoccupante livello già riscontrato tra le donne.

Le ragioni sono diverse. Per gli uomini l'insoddisfazione sembra essere tanto più elevata quanto più lontano è il proprio corpo da una forma muscolare e asciutta, cosa che colpisce soprattutto gli atleti, in particolare in quelle aree dello sport dove il peso la fa da padrone: culturismo, wrestling, ginnastica, danza. "Per alcuni uomini - spiegano gli scienziati del Centro australiano per lo studio dei Disturbi dell'alimentazione - le attenzioni per la muscolatura possono diventare parte di un disturbo dell'alimentazione, con una percezione distorta delle dimensioni del muscolo, l'adozione di un'alimentazione modificata e l'esercizio ossessivo".

Il punto anche qui, proprio come con le donne, è tutto nel fatto che "i fattori che contribuiscono a far sorgere un disturbo alimentare sono complessi. Non esiste un solo fattore scatenante". Ciò nonostante, alcuni elementi si conoscono, dicono i ricercatori, e sono tutti legati ad una cultura che trasmette messaggi sballati e controproducenti:

- Gli uomini dovrebbero avere una sola forma
L'ideale fisico maschile viene "prescritto" come una forma asciutta e muscolosa. Tutte le altre non sono accettabili.

- L'uomo è ciò che appare
Gli uomini sono a rischio di sviluppare disordini alimentari se ritengono che per avere successo nelle relazioni, nell'ottenere un buon lavoro o una soddisfacente vita sociale debbano avere il "corpo perfetto".

- L'uomo deve mantenere il controllo
Il maschio ritiene che gli si richieda di essere sempre in una posizione di "controllo", così che quando si trova a dover gestire particolari problemi che superano la sua possibilità di controllo, molti uomini reagiscono trasferendo le proprie ansie sul proprio corpo, manifestando il controllo attraverso il dietismo e l'esercizio fisico ossessivo.

- I disturbi alimentari non sono mascolini
Ai maschi non è concesso, questa è la loro percezione, di mostrare le proprie vulnerabilità. Il desiderio di non apparire deboli porta allo stigma verso questi disturbi e ad allontanare l'uomo dal cercare aiuto per risolverli.

Credo sia esperienza comune, facilmente riscontrabile, di quanto le donne siano prese di mira per la propria forma nella società contemporanea. Ma è anche ora, dicono i ricercatori, di aprire gli occhi sul fatto che tutti, anche gli uomini, soffrono direttamente, a volte tutta la vita, dell'ossessione sociale per la monoforma.

Se devo essere sincero, quando ho aperto il "sottoblog" IlMioDiarioHaes, con il quale cerco di portare la mia testimonianza nell'approccio HAES, come uomo ho sentito molta della "pressione" di cui parlano gli psicologi australiani. E basta vedere quali sono i protagonisti del dibattito più avanzato sull'obesità nel mondo: di uomini ce ne sono davvero pochi. Forse, cari amici cicci, è venuto per tutti noi il tempo di cambiare registro.

(fonte foto)

domenica 16 febbraio 2014

Ricerca/ Le fanfaluche sull'obesità fanno male

Per il mondo del dietismo definire l'obesità una malattia potrebbe avere conseguenze tutt'altro che positive. Ma per HAES? I risultati di un nuovo studio



Che l'obesità sia un fattore di rischio e non una malattia lo sappiamo già, ma sui media italiani e internazionali si fa una gran fatica a cogliere la differenza. Il problema, dice un studio statunitense, è che definire l'obesità una patologia diminuisce le possibilità di scelta dell'individuo. E nuoce alla sua salute.

Secondo il rapporto pubblicato su Psychological Science, pubblicazione di riferimento per l'omonima associazione professionale statunitense, i messaggi che descrivono l'obesità come patologia possono disgregare comportamenti salutari di cicci e cicce.

Le evidenze di uno studio condotto di recente secondo gli autori parlano chiaro: gli obesi esposti al messaggio dell'obesità come malattia sembravano meno preoccupati del proprio peso e della propria alimentazione, due condizioni che secondo gli autori potrebbero portare a scelte alimentari dannose.

Le ricercatrici autrici dello studio, condotto presso l'Università di Richmond e quella del Minnesota, hanno intrapreso questa ricerca dopoché l'American Medical Association nel giugno dello scorso anno ha dichiarato ufficialmente che l'obesità sia una malattia. Una dichiarazione che pur contrastando con il fact sheet dell'OMS e le ricerche in materia, secondo AMA avrebbe consentito di prendere di mira in modo più efficace quella che viene definita "epidemia".

"Dal momento che l'obesità viene percepito come un problema di salute pubblico cruciale - dicono le ricercatrici - una più profonda conoscenza dell'impatto del messaggio l'obesità è una malattia può avere implicazioni rilevanti sia a livello individuale che di politiche pubbliche. Gli esperti hanno dibattuto i meriti e le criticità della posizione dell'AMA e noi abbiamo voluto contribuire a quella discussione focalizzandoci sulle ripercussioni psicologiche".

Sono così stati reclutati 700 partecipanti per una rilevazione spalmata su tre diverse prove. Alcuni hanno letto articoli sulla salute e il peso e hanno poi risposto ad un questionario. Altri hanno riempito il questionario dopo aver letto dell'obesità descritta come malattia, altri ancora hanno letto articoli che chiarivano perché l'obesità non è una malattia. A tutti i partecipanti sono state prese le misure corporee per dividerli in normopeso e obesi con il BMI, il vetusto standard di riferimento ancora ampiamente usato.

I risultati dicono che i partecipanti obesi che hanno letto dell'obesità come malattia erano meno interessati ad una alimentazione salutaria e in generale assai meno preoccupati dell'aspetto peso della propria forma degli altri due gruppi. E questo, evidentemente, preoccupa le ricercatrici.

Dal nostro punto di vista, però, la situazione è completamente ribaltata: il gruppo di coloro che si preoccupa meno della propria forma è risultato anche quello che è maggiormente soddisfatto di se stesso. Ed è anche emerso, hanno spiegato le scienziate coinvolte, che l'individuo tende a cambiare la propria visione di sé in relazione ai messaggi sull'obesità che gli arrivano dall'esterno. Il che evidentemente conferma appieno l'approccio HAES, ancora una volta, fondato su un ritrovato amore verso se stessi nella propria interezza, da cui consegua un approccio gioioso alla vita fatto anche di movimento (muoversi per conoscere il proprio corpo, muoversi per star bene) e su un approccio equilibrato alla salute, fondato non sul misurare il peso ma puntare, appunto, a star bene. Un approccio che rifiuta lo stigma anti-cicci e combatte la discriminazione.

Tornando allo studio, l'idea dei ricercatori, dunque, è che i vantaggi "operativi" del definire come malattia l'obesità potrebbero essere invalidati dall'effetto che questo ha sulla psicologia dell'individuo. Va da sé, evidentemente, che se la dichiarazione AMA è stata scelta con la speranza di migliorare le prestazioni cliniche a favore degli obesi, lo studio sembra indicare che non tutte le conseguenze siano state previste. E, in questo senso, le autrici di questo rapporto avvertono che saranno necessari nuovi studi.

Dal mio punto di vista, di blogger HAES, non posso che storcere la bocca dinanzi alla bolla che si è creata attorno ad una fanfaluca resa ufficiale da AMA. L'obesità non è una malattia. Punto. A cicci e cicce è una vita che si raccontano dabbenaggini, una vita che gli si rinfaccia senza alcuna base scientifica comportamenti, stili di vita, scelte personali e private. Che ora si voglia anche gestirne la psicologia raccontando bugie e mettendoci sopra il "visto" di un'associazione medica mi sembra l'apoteosi del paradosso. Se qualcosa ci renderà liberi dall'odio, di certo non saranno le frottole.
(fonte foto)

lunedì 10 febbraio 2014

Lo psichiatra: chi fa diete sviluppa disordini alimentari

Nuove denunce contro il dietismo e i danni che ha causato. Anche in Australia sempre più psichiatri sconsigliano ogni forma di dietismo estremo. Ecco perché



La privazione alimentare protratta per lunghi periodi può portare con sé un disastro che può durare una vita intera: i disordini alimentari, l'incapacità cioè di bilanciare necessità nutritive e alimentazione.

Cynthia Bulik, direttrice del Centro di eccellenza Carolina per il trattamento dei disturbi alimentari (CEED), è una psichiatra che detiene la prima cattedra universitaria dedicata in Australia ai problemi dell'alimentazione, di cui si occupa dal 1982. Per Bulik le cose sono chiare: il dietismo appartiene ad un passato pericoloso.

"Se per il 2014 qualcuno ha fatto risoluzioni dietistiche - spiega - chiedo loro invece di spingersi ad essere più attivi e con costanza, di sostituire le bevande gassate con l'acqua. Il proposito di perdere peso è l'anticamera del fallimento".

Un'altra ricercatrice dello stesso istituto, Cristin Runfola, sottolinea come non tutti coloro che si mettono a dieta finiranno con sviluppare un disordine alimentare, ma il dietismo è uno dei maggiori fattori di rischio per questa patologia.

"Le diete estreme - spiega - non funzionano mai. Il fallimento di questo genere di dieta si traduce in un disappunto per l'individuo, specialmente se la dieta è collegata alla propria stima di sé. Il dietismo spinto al massimo può mettere a rischio e produrre problemi fisici e psicologici".

Quando si parla di disturbo alimentare, si parla di binge eating o alimentazione compulsiva, di anoressia nervosa o un insieme di problematiche legate ad un rapporto squilibrato con la nutrizione e l'alimentazione. "Questo insieme di disturbi - continuano gli scienziati del CEED - è collegato a comportamenti e sintomi dannosi per la salute che si verificano in modo orizzontale in tutta la società ma che spesso non vengono diagnosticati".

Questo genere di disturbo, spiegano, può portare a patologie vere e proprie. Quando la privazione alimentare viene usata come strumento dietologico, le risposte biologiche e psicologiche possono portare all'alimentazione compulsiva, che di fatto cancella i segnali con cui l'organismo segnala di essere sazio, o al contrario potrebbe spingere verso l'anoressia.

Al CEED spiegano che lo sviluppo di un disturbo di questo tipo può avere molte diverse cause, biologiche, psicologiche e sociali, e anche "ambientali". "Venire presi in giro da piccoli - sottolinea Runfola - il bullismo sul peso, le grandi porzioni di cibo ricche di zuccheri e i cibi ad alto contenuto di grassi... Tutto svolte un ruolo. L'enfasi sociale sulla magrezza estrema può spingere le donne e gli uomini a credere che sia realistico tentare di rendere i propri corpi come quelli di modelli ritoccati con Photoshop".

Secondo Runfola in questo senso i media giocano un ruolo fondamentale, mettendo in prima linea donne magrissime e uomini ipermascolini, associando entrambi ad immagini di successo, potere, sesso e felicità. "La gente - sottolinea - può spingersi a fare qualsiasi cosa per tentare di rientrare nell'idea sociale di bellezza e ottenere così il successo e l'attenzione che desidera".

Di interesse anche il fatto che il disturbo alimentare raramente si presenta all'improvviso. E' un processo lento. "Spesso - spiega Runfola - le persone possono sperimentare un periodo anche prolungato di sintomi sporadici che poi diventano una vera e propria sindrome clinica".

Che fare dunque quando la propria forma non soddisfa? Non pensare a dimagrire, dicono Runfola e Bulik, quanto invece buttarsi in qualcosa di nuovo che non abbia nulla a che vedere col cibo: apprendere qualche nuovo skill, andare a ballare, compensare se stessi con attività che non riguardino l'alimentazione o le diete. "Provare a fare cose che magari non si era mai sognato di fare - dice Bulik - Anche se non ci convincono, fare dei tentativi, e poi provare cose diverse. Cercare nuovi modi ed esperienze è un modo incredibilmente sano di crescere come individui". Suona molto HAES vero?
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sabato 8 febbraio 2014

La palestra per ciccioni, idea buona o cattiva?

Si moltiplicano negli Stati Uniti e aumentano rapidamente il loro pubblico. Che ne pensate? - UPDATE SONDAGGIO IN FONDO

Ma voi, noi, insomma i cicci e le cicce, ci andate in palestra? Vi sentite a vostro agio? Avete motivi di imbarazzo? Qualcuno vi guarda male? Vi sentite giudicati? Avete smesso di andarci?

La palestra offre una quantità di possibilità. Si può fare cardiofitness, un allenamento cardiovascolare che può letteralmente cambiare la salute e il metabolismo di una persona, qualunque forma abbia, o spesso si può partecipare ad un certo numero di classi specializzate, dallo yoga al pilates, dal kick boxing al karate, o anche fare pesi per "costruire" massa muscolare. Ma, per quanto sia uno strumento eccezionale per tenersi in forma, molti cicci e molte cicce girano a largo. I motivi sono noti e legati prima di tutto al disagio causato dall'essere al centro dell'attenzione in un ambiente che talvolta promuove - spesso senza alcun buon senso - l'ipersalutismo e la dipendenza da muscolo. Per questo negli Stati Uniti, con la complicità di alcune trasmissioni televisive, stanno sorgendo in decine di città le palestre per ciccioni, i cui soci sono invariabilmente grossi, i cui impianti sono pensati proprio per una forma corporea più abbondante della normoforma. Palestre che sembrano riscuotere un discreto successo.

Non mi sorprende che una parte del movimento per l'eguaglianza ponderale critichi questi ambienti "speciali". Il modo con cui vengono presentati è spesso ricolmo di pregiudizi e l'effetto più ovvio di un business di questo tipo è la creazione di una sorta di "ghetto" per cicci e cicce. Ci sono anche aspetti palesemente contraddittori, come l'idea di una palestra "senza specchi", che pare prendere piede tra i gestori di questi locali, idee discriminatorie ma anche controproducenti, vista l'importanza dello specchio per controllare la correttezza dei propri movimenti.

In generale a me, a pelle, come frequentatore ormai da molti anni di diversi generi di palestra, un centro sportivo di quel genere non sembra comunque una cattiva idea. E' innegabile che vi sia spesso un incontro/scontro con la palestra proprio a causa dell'ostracismo sociale ai danni dei ciccioni, momento che si supera quando si è sicuri di sé e di cosa si sta facendo ma che talvolta respinge, e ad una iscrizione alla palestra spesso non segue la frequentazione.

Ma c'è anche un altro discorso. L'intera vita sociale del ciccio e della ciccia è condizionata dalla propria dimensionalità. Possono essere le persone più in forma del mondo, ma quel mondo li giudica costantemente per come appaiono e associa a quella forma un nugolo di pregiudizi terrificanti. A mio avviso la palestra dev'essere un momento di gioia, anzi per avere costanza e continuare a farne un uso pressoché quotidiano è assolutamente decisivo che sia un ambiente accogliente e familiare. In questo senso credo che, almeno per una o due ore al giorno, non possa che far bene a cicce e cicci isolarsi dal contesto opprimente che devono sopportare e muoversi in un ambiente dedicato.
Che ne pensate? Frequentereste una palestra di questo tipo? C'è qualche imprenditore italiano del settore interessato a sviluppare un progetto del genere?
(fonte foto)

UPDATE SONDAGGIO
Il primo marzo 2014 dopo i primi 100 voti abbiamo chiuso il sondaggio collegato a questo articolo tra i lettori del blog. Ecco la nota pubblicata in home page:

Con 100 voti si è chiuso il "sondaggio" Palestre per soli cicci e cicce, sei d'accordo?" aperto nelle scorse settimane.

Il risultato è stato di 76 Sì contro 24 No.


giovedì 6 febbraio 2014

No. L'appetito non è uguale per tutti

Confermata una delle ragioni genetiche dietro le differenze nell'appetito. La voracità non è una scelta. Bulli e disinformati prendano nota. Grazie



L'indizio genetico che l'appetito è variabile e individuale come pressoché qualsiasi altro istinto naturale lo avevamo da tempo. Ora però alcuni ricercatori sostengono di aver trovato una delle chiavi utili a spiegarlo. Non tutti hanno fame allo stesso modo, ma molti ritengono di poter giudicare gli altri in base al proprio appetito, l'unico che considerano legittimo.

Della grelina abbiamo già parlato più volte su queste pagine, ora un nuovo studio condotto dagli scienziati britannici del Medical Research Council (MRC) e del College London Institute King of Psychiatry sistema alcuni pezzi del grande puzzle della regolazione dell'appetito.

In particolare è emerso che una persona su sei presenta una specificità genetica, chiamata FTO, che nel 70 per cento dei casi si traduce in tendenza ad alimentarsi più della norma, un fattore genetico predisponente per l'obesità.

"Gli individui con due copie della variante FTO con rischio di obesità - spiegano i ricercatori - sono biologicamente programmate per mangiare di più. Non solo queste persone hanno livelli di grelina più elevati e di conseguenza hanno più fame, ma i loro cervelli rispondono in modo diverso alla grelina e alle immagini di cibo. Precedenti studi hanno rivelato che singole variazioni nel codice genetico del gene FTO sono collegate ad un aumentato rischio di obesità e questo comportamento è presente anche nei bambini in età prescolare".

Le ragioni dell'obesità rimangono come si vede ancora perlopiù sconosciute, lentamente però i ricercatori di mezzo mondo stanno aggiungendo porzioni di conoscenza. Utilizzando un campione di alcune centinaia di uomini, suddivisi tra i "normali" e coloro che avevano la variante genetica, è emerso chiaramente come in molti casi questi ultimi anche subito dopo aver mangiato tornavano ad avere lo stimolo dell'appetito.

"Sapevamo da tempo che le variazioni del gene FTO sono fortemente collegate all'obesità - ha dichiarato Rachel Batterham, che ha guidato lo studio - ma fino ad ora non sapevamo perché. Questo studio ci mostra che gli individui con due copie della variante FTO a rischio obesità, sono biologicamente programmate per mangiare di più. Non solo queste persone hanno livelli di grelina più elevati e di conseguenza sentono più fame, ma il loro cervello risponde in modo diverso alla grelina e alle immagini di cibo. E' un assedio".

Questi studi possono evidentemente contribuire a sviluppare nel tempo indicazioni terapeutiche per il contenimento dell'intake alimentare. Ma da subito ci dicono, a noi cicci e a chi non lo è, alcune cose importanti:

1. Gli obesi che riescono a dimagrire in modo permanente spesso lo fanno superando una determinante indicazione genetica, dimostrando una disciplina letteralmente sovrumana.
2. Chi mangia molto, chi ha sempre appetito, chi soffre di una voracità incontrollabile non è un pazzo, un disadattato, un masochista.
3. Non riuscire in una dieta, come succede al 95 per cento di coloro che tentano di dimagrire, non va considerato un fallimento (semmai è utile evitare di ricaderci e puntare alla salute).
4. Accusare gli obesi perché "mangiano troppo" è espressione di una ignoranza imperdonabile.
5. Ognuno di noi è fatto in modo diverso. E' bene che iniziamo a prenderne atto.
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mercoledì 5 febbraio 2014

Il nostro corpo non è una macchina

E quindi vai con freni da tirare, cinghie da stringere, energia da bruciare, zavorre da perdere. Non siamo macchine. Ma farlo credere serve a vendere di tutto



Sarà sempre troppo tardi quando capiremo perché il nostro corpo non è una macchina. Non è solo infinitamente più complesso, è anche un organismo che cambia ogni giorno, il cui stato generale e particolare, il cui umore e benessere sono condizionati da una infinità di fattori passati e presenti, e non dalla mancanza d'olio negli ingranaggi.

Dovrebbe essere ovvio, eppure questa dannosissima analogia è tanto radicata nella nostra cultura che quando parliamo di obesità ecco che si finisce per parlare di carburante, energia, freni da tirare, cinghie da stringere, zavorre da perdere. Non so se è anche colpa della fantascienza, ma certo è una delle conseguenze più nefaste della semplificazione linguistica. Un medico, l'altro giorno, persona che stimo, non è riuscito a parlarmi di circolazione senza tirare in ballo l'idraulica; o ero io che non ci arrivavo o forse lui ha indugiato ancora una volta nella solita allegoria esplicativa, tanto comoda quanto fuorviante. Persino io, che medico non sono, saprei citare almeno un pugno di differenze sostanziali tra una vena e un tubo. La verità è che una macchina assomiglia ad un umano molto meno di quanto gli assomigli, chessò, una giraffa.

Basta girare su qualche sito che propaganda questa o quella dieta per rendersi conto di quanto ancora il corpo umano sia considerato, appunto, una macchina. Infatti non si parla quasi mai, se non incidentalmente, di salute, argomento troppo complesso per essere infilato in un claim pubblicitario. Si parla invece di riduzione delle dimensioni e del peso, che importa se le dimensioni hanno poco a che fare con il grasso nel motore e molto con la famiglia, la discriminazione e l'odio, l'identità? E quindi vai col liscio: si ripetono slogan alla 7chiliin7giorni, per chi ricorda il film, via via aggiornati con dai 2ai5 cm di grasso in 7 giorni fino a una taglia ogni due settimane.

Chiunque abbia sofferto per la propria forma, vuoi perché ostracizzato o preso in giro da piccolo e da grande, vuoi perché licenziato o semplicemente impossibilitato a trovare vestiti adatti in un negozio, non può che essere attirato da questi magnifici spot, tanto geniali nel solleticare la sofferenza quanto inutili e dannosi negli effetti. Non si propone la salute, che richiede armonia, gioia e volersi bene, si propone di perdere peso, che richiede sacrificio, depressione e sentirsi uno schifo.

Io non so perché siamo ancora qui nel 2014 e in Italia a dover sottolineare che quando si parla di obesità non si può parlare di peso, si deve parlare di identità e di discriminazione, non so perché ancora rifiutiamo di vedere la complessità accontentandoci di luoghi comuni commercializzati da un'industria miliardiaria e dal suo indotto. Quello che so è che il nostro corpo non è una macchina e dovremmo iniziare a reagire contro chi vuole farci credere il contrario per venderci qualcosa.
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lunedì 27 gennaio 2014

I ciccioni ci costano un sacco di soldi

Tutti i dati che lo dicono parlano in realtà d'altro, ma vengono interpretati male e rappresentano l'avanguardia dell'odio. A pagare, tutto e fino in fondo, sono invece proprio i ciccioni



Se c'è un argomento che produce una pesantissima discriminazione in Italia è quello della Sanità pubblica per chi non è normoforma. Ogni anno, di questi tempi e più avanti, verso settembre-ottobre, arrivano i "dati" che "dimostrano" come cicci e cicce pesino sulle spalle di tutti gli altri in un modo indecente e che questo scandalo deve finire. Dal punto di vista delle politiche pubbliche, significa che due volte l'anno il focolaio della discriminazione sociale riceve nuovo carburante dalle istituzioni. Una follia basata su una interpretazione surreale dei dati, uno scandalo, questo sì, che deve finire.

Il concetto di fondo è che in Italia secondo i dati citati dalle principali agenzie di stampa e presi dall'Istat, la Sanità pubblica spende circa il 7 per cento delle proprie risorse a causa di cittadini che hanno un peso superiore alla media e non sono quindi normoforma. Che cosa stiamo in realtà dicendo in questo modo? Che le persone grasse "conducono uno stile di vita inaccettabile e parassitario e che quindi devono trasformare i propri corpi oppure pagare molto di più". E le agenzie fanno anche i conti: se non ci fossero gli italiani ciccioni, la Sanità costerebbe quasi 150 euro di meno ad ogni (altro) italiano. Ma è davvero così?

Se bastasse pesare una persona per conoscerne lo stato di salute forse potremmo, e dico forse, circoscrivere un insieme coerente di italiani su cui basare i nostri conti. Ma la verità, come dimostra la ricerca scientifica, è che non è possibile conoscere lo stato di salute di una persona dal suo peso o dalla forma del suo corpo. In gioco entrano molti, troppi, diversi fattori, come ben sa chi legge questo blog.
Inoltre, se la spesa sanitaria per le persone cicciose è individuata nel 7 per cento del totale, vuol dire che è assai ridotta, considerando che gli obesi in Italia sono più del 10 per cento della popolazione. L'equivalenza più obesità/più spesa sanitaria è quindi destituita di fondamento. Ma non è solo questo.

La ricerca dimostra come lo stigma sociale e il senso di vergogna in cui crescono gli obesi da giovani e con cui hanno a che fare nel corso della propria vita mina la loro salute. E' quindi del tutto ovvio che pagare per la Sanità degli obesi significa anche pagare il peso economico dell'assedio sociale contro i cicci. Ed è curioso che proprio chi si inalbera più di altri per chiedere una Sanità differenziata per gli obesi sia anche chi produce la più grande quantità di discriminazione e, quindi, di minaccia alla salute pubblica.

Qual è dunque la "molla" che fa scattare la selezione di un gruppo non omogeneo di persone, che attribuisce loro un costo e che scatena la discriminazione? E' il fatto che mentre è difficile conoscere le abitudini delle singole persone sul fronte della salute, magari per sanzionare il fumo di sigaretta, come qualcuno propone, è molto più facile individuarli in base alla forma del corpo.

Non bastasse tutto questo, basta dire che non esiste una sola ricerca in grado di dimostrare che dopo cinque anni da una dieta qualsiasi più del 5 per cento di chi ci si sottopone mantiene il proprio peso. Il che vuol dire non solo che chi chiede agli obesi di cambiare forma non sa di cosa sta parlando, ma anche che chi fa i conti pubblici selezionando "gli obesi" come categoria di costo è del tutto incompetente.

Diciamo pure che questo non basti. Diciamo per assurdo che i ciccioni sono persone perverse che non si curano di se stessi. Va da sé che, nonostante questo comportamento, paghino le tasse proprio come gli altri, anche quelle tasse dedicate a cose come le inutili iniziative contro l'obesità basate sul dietismo e finanziate dalle casse pubbliche. Così come non si può sapere quanto sia in salute una persona per il suo peso, non è neppure possibile sapere cosa facciano con la propria salute coloro che non sono obesi ma pesano lo stesso sulle casse della Sanità.

Dove si arriva quindi con i conti ai danni degli obesi? DanceWithFat ne ha tracciato un profilo proprio qualche giorno fa. Si arriva a dover determinare una serie di comportamenti che sono sbagliati secondo diktat salutistici e che quindi devono essere sanzionati. Colpire la forma del corpo come abbiamo visto non ha senso, dobbiamo quindi andare, secondo la logica governativa, a trovare cosa sanzionare:
- L'alcolismo
Chiunque beva alcol più che in modiche quantità si espone a gravi rischi per la propria salute. Chi paga?
- Le droghe
Chi fa uso di droghe, alcune in particolare, finisce per pesare sulla Sanità pubblica. Chi paga?
- Il fumo
Chi fuma abitualmente è considerato un tossicodipendente. Chi paga per le conseguenze delle sue abitudini?
- La distrazione
Devo pagare io se chi attraversa la strada non è abituato a guardare da entrambi i lati e si fa travolgere?
- Lo sport estremo
Siamo sicuri che dobbiamo pagare noi quelli che scalano le montagne in bicicletta e si fanno ricoverare con fratture multiple?
- Continuo?

Ecco, il punto chiave, come credo si capisca, è che la vita di ciascuno di noi non può essere compressa in comportamenti "medi" né in statistiche fasulle, tantomeno in diktat sulla forma del proprio corpo. Vogliamo davvero vivere in una società che decide di chi occuparsi in base a queste discriminanti? Volendo allargare il discorso: perché io che non ho l'auto devo pagare per rifare le strade? Perché lui che non accetta cure mediche per la sua fede deve comunque pagare la Sanità? Perché dovrebbe lei pagare le scuole visto che non ha figli?

Ognuno di noi è diverso, ognuno ha un peso diverso sulla Sanità e su molte altre cose, o siamo in grado di accettarlo oppure probabilmente è meglio smettere di fingere che siamo un unico paese. Già che ci siamo, azzerando finalmente il discorso sul costo dei ciccioni per la Sanità, perché non ne approfittiamo per liberarci anche di questo assurdo ignorante assalto alla fisicità degli altri?
(fonte foto)

martedì 21 gennaio 2014

L'errore di Capodanno

I buoni propositi 2014 porteranno miliardi di euro nelle tasche dell'industria del dietismo, e altrettanti chili a chi fallirà l'ennesima dieta. Per cambiare: ascoltare il proprio corpo, non focalizzarsi sul peso, azzerare per sempre la questione calorie



La celebre blogger e psicologa statunitense Hilary Kinavey sul suo blog ha voluto scrivere un decalogo per un "felice 2014" che potremmo definire come un possibile ponte logico tra il dietismo e HAES, e per questo mi sembra utile riportarlo qui. Non che condivida ogni singola parola, trovo che ci siano troppi riferimenti clinici, ma manda importanti messaggi su cui riflettere. Ecco quindi le "10 ragioni per non focalizzarsi sul proprio peso nel corso del nuovo anno":

1. Il 95% delle diete falliscono perché non funzionano. Non sono studiate per aiutare a sostenere la perdita di peso che possono creare. Variare il proprio peso è più dannoso alla salute che mantenerne uno stabile, anche se quello stabile è un numero elevato. Ecco cosa scrive Anne Lamott sull'argomento:
Dobbiamo parlare. So che molti hanno intenzione di iniziare una nuova dieta. Anche io un tempo lo facevo. E odiavo doverlo dire alla mia terapista di allora. Lei mi rispondeva con allegria: Cara, che bello, e quanto peso speri di guadagnare così facendo?"
2. Il tuo corpo non è un problema che va risolto. E' la tua casa e immaginarla come qualcosa di separato, problematico o disgustoso può portare proprio a quel genere di scollamento che ti impedisce di ascoltare i messaggi che ti manda. Hai bisogno del tuo corpo. Lui non mente. Siete in vita insieme e averne fiducia è il tuo diritto di nascita.

3. L'effetto più conosciuto della perdita di peso in un periodo di due anni (Mann e altri - 2007) è l'aumento di peso. Davvero. I chili si riprendono con gli interessi.

4. Focalizzarsi sul peso invece che sulla salute porta le persone a scelte rigide e perfezioniste in nome della perdita di peso, il che non vuol dire promuovere la salute.

5. Quando una dieta fallisce e delude, si finisce per incolpare e stessi. Lo stress personale generato da una mancanza di amore per se stessi può insinuarsi in ogni parte della propria vita e colpire la propria fiducia in se stessi. E' insidoso. Questa volta però possiamo mettere sotto accusa i veri responsabili, le diete.

6. Mettersi a dieta è un percorso prevedibile. Che non si interrompe quando si ottiene la perdita di peso desiderata o quando fallisce. Il solo modo per uscirne è la gentilezza. Eh sì.

7. Lo stress cronico e quello acuto hanno un rapporto diretto con la salute metabolica, molto più di quel che mangiamo, di quanto facciamo esercizio fisico o di quale sia la nostra BMI (percentuale di massa grassa).

8. Tutta la teoria delle calorie che si assumono e si bruciano, teoria a cui si ricorre frequentemente, è vecchia e limita il nostro accesso alle informazioni sulla complessità del metabolismo. I nostri corpi sono regolatori fenomenali. La scienza della regolazione del peso ha dimostrato che i nostri corpi definiscono da sé un range e lo mantengono. Ci sono elementi biologici che indicano quel peso.
"E' necessario cercare in ogoni modo di eliminare quel modo di pensare meccanicistico e fuorviante, che trasforma i nostri corpi in motori e la nostra salute in un bene che può essere venduto e comprato" (Scott-Samuel, 2006)
9. Molte problematiche associate con le forme più abbondanti del corpo possono essere migliorate senza un cambiamento nella BMI ma focalizzandosi su un movimento fisico piacevole, sulla riduzione dello stress e su un approccio salutare al cibo.

10. Si dice che fino al 70% dei Buoni Propositi per il nuovo anno riguardi le diete, il che si traduce in miliardi per una industria che non ha alcun dato scientifico per sostenere quel che afferma! Questa volta si può investire in se stessi anziché nell'industria del dietismo".

(il post di Hilary e della sua collega Dana)
(fonte foto)

venerdì 3 gennaio 2014

Quando i cicci si castrano da soli



La professoressa Fall Ferguson dell'HAES blog ha il merito di aver posto le basi di una discussione fondamentale che riguarda l'autocensura di cicce e cicce nei confronti del mondo esterno, quando cioè la discriminazione diventa un aspetto del carattere dell'individuo discriminato. Ne ha scritto un articolo con riferimenti diretti ad alcuni studi comportamentali e che, in definitiva, apre le porte alla sofìa della discriminazione. Molti cicci e molte cicce nel leggere ritroveranno pezzi della propria vita. Ecco una sintesi dei passaggi chiave di questo intervento:

Il processo di stigmatizzazione è sostanzialmente la produzione dell'altro da sé. Sono tre le forme di discriminazione che danno vita a questo processo. Due di queste le conosciamo bene:
1. un trattamento intenzionale, diretto, discriminatorio
2. la condanna strutturale che diventa fondante di un sistema sociale (Nel momento in cui qualcuno viene sistematicamente o intenzionalmente escluso è facile comprendere quanto lo stigma rappresenti un ostacolo alla comunità e alla connessione tra gli individui).

Il terzo punto è forse il più interessante:
3. quella sottile e insidiosa forma di discriminazione che avviene a causa di incontri inopportuni e sensibilità puntute, basata cioè sulle nostre percezioni di come veniamo percepiti dagli altri.
Questo avviene quando evitiamo opportunità di connessione con gli altri perché leggiamo tra le righe del comportamento sociale e capiamo che non siamo i benvenuti. Ci tiriamo fuori dalla comunità (o non vi entriamo proprio) perché è troppo difficile, scomodo o doloroso rimanervi. Ce ne andiamo ancor prima che qualcuno ci "spinga" a farlo.

Il risultato di tutto questo sono interazioni sociali tese e imbarazzanti, reti sociali ridotte, una qualità di vita compromessa, bassa autostima, sintomi depressivi, disoccupazione e riduzione del reddito.

Non è difficile capire quanto questo genere di "discriminazione di ritorno" passi sotto il radar e di come non venga neppure presa in considerazione dalla stragrande maggioranza di coloro che si occupano di obesità. Anzi, a pensarci, non è difficile in un contesto come quello descritto immaginare alzate di spalle e l'immancabile "ma nessuno ha detto che doveva andar via".

"Molti di noi - spiega Fall - concepiscono lo stigma come qualcosa che condiziona la salute in un modo piuttosto astratto, anche coloro che ne sono vittime. In particolare, ci si potrebbe focalizzare sullo stress da emarginazione, ma ci sono anche altri meccanismi distruttivi e immediati che dovremmo considerare. Non molto tempo fa mi è capitato di lasciare un ambiente sociale a causa di un portatore d'odio verso chi non è normoforma. Per un certo tempo, mi sono sentita in torto e senza speranza in un modo che penetrava ogni aspetto della mia vita. Un altro membro di quella comunità ha intuito cosa stesse accadendo e mi ha sostenuto, cosa che ha reso tutto molto diverso. Quell'aggressore è ancora là, ma anche io, e anche se non è bello sapere che c'è, al momento riesco a gestirlo. Per la maggiorparte del tempo sono in grado di ricordarmi che il problema è suo, non mio".

"Non si tratta - continua Fall - di una storia particolarmente originale, ma credo sia descrittiva di cosa stavamo parlando: lo Stigma include una esperienza traumatica viscerale che vive nei nostri corpi e può paralizzare la nostra capacità di interconnetterci con gli altri. L'esperienza di essere vittima di un individuo, nello specifico una donna di mezza età, mi ha spinto a rivivere la vergogna e la frustrazione che ricordo quando venivo presa in giro da bambina".

Il punto, evidentemente, è che quando lo stigma si produce all'interno di un ambiente sociale circoscritto, la percezione che ne abbiamo è globale, e la frustrazione che produce non si limita solo a quell'ambiente. E difendersi è difficilissimo, come spiega Fall: "Lo Stigma distrugge tutto, anche chi è privilegiato come me. Sono una donna etero, bianca, con una famiglia che mi sostiene. Sono un docente universitario. Come avvocato, ho portato in aula casi di discriminazione. Partecipo a diverse comunità ed esperienze. Ciò nonostante il mio istinto primario in quel caso era quello di andarmene, di scappare, di chiudere le mie connessioni sociali, di ritirarmi volontariamente da una comunità che considero importante per la mia vita, e tutto a causa di un bullo".

Questo racconto aiuta evidentemente a comprendere quanto concreti e profondi siano gli effetti dello Stigma sulla salute dell'individuo, anche di chi è culturalmente preparato e può difendersi meglio. A questo si aggiunge che la ripetizione di episodi di discriminazione nella vita di un individuo sembra assumere un effetto moltiplicatore, portando ad una ulteriore sensazione di isolamento sociale.

Fare comunità
Come reagire? Fall spiega, dati alla mano, che la soluzione è proprio quella di "building community", costruire comunità, riuscire a creare connessioni gli uni con gli altri in tutti i contesti della nostra vita. Negli Stati Uniti centinaia di blog si occupano dell'approccio HAES di cui parla HAESblog, blog che spesso hanno consentito a individui lontani e diversi a trovare punti di contatto e difesa comune, e ad una intera nuova cultura di crescere. Non deve sorprendere quindi, se Cicciones, il blog che stai leggendo, lavora con e per HAES, ciò che invece deve mettere in allarme è che questo blog è al momento l'unico avamposto di questo nuovo approccio alla salute dell'individuo qui in Italia. Un blog non è infatti una comunità, ma è di una comunità che noi tutti abbiamo bisogno, di nuove connessioni.

L'articolo originale si trova a questo indirizzo.

(fonte dipinto)

mercoledì 1 gennaio 2014

2014, l'anno della gioia



Olà ben ritrovati e buon anno!!
Lo sappiamo bene, le diete fanno male. Ma come metterla con le ricerche, come l'ultima, di qualche settimana fa, secondo cui dimagrire potrebbe persino non avere niente a che fare con la salute? In quel caso i ricercatori sostengono che le diete vengono normalmente valutate per quanto peso riescono ad abbattere, con l'implicita affermazione che questo porterà vantaggi nella salute. In realtà, dicono i ricercatori, non c'è nulla che lo dimostri.

Ora, noi sappiamo già che le diete non funzionano e fanno male, sappiamo anche che nonostante falliscano nella stragrande maggioranza dei casi i medici continuano spesso a prescriverle, e cicce e cicci si ritrovano davanti a nutrizionisti pieni di buona volontà. Sappiamo che molti perdono peso, che quasi tutti lo riprendono e che, in cambio, perdono qualcosa in salute e soprattutto finiscono per percepire il recupero del peso come un fallimento personale. Cosa che non aiuta il benessere di nessuno.

Ora però, dicono i tre ricercatori statunitensi dietro l'analisi Effetti sul lungo periodo delle diete: la perdita di peso porta alla salute?, gli studi dietologici raramente prendono in considerazione gli effetti sulla salute delle diete in quel periodo di tempo che intercorre tra il dimagrimento e il recupero del peso. A loro dire non ci sono segnali positivi in nessun indicatore principale: colesterolo, trigliceridi, pressione sanguigna, glicemia, né che vi sia una relazione causale tra quantità di peso perduto e incidenza su questi indicatori.

"Analizzando queste rilevazioni - spiegano gli autori - si sono rilevati miglioramenti minimali in questi indicatori di salute, e nessuno correlato al cambiamento di peso. Alcuni elementi positivi ci sono stati, ad esempio per l'ipertensione, l'uso di farmaci antidiabetici o l'incidenza di diabete e attacchi di cuore. Dal nostro punto di vista si tende a confondere la perdita di peso con i benefici di un modo di mangiare diverso, dell'esercizio fisico e di un migliore rapporto col sistema sanitario". I tre concludono invocando nuove e più approfondite ricerche in merito.

In attesa di ulteriori studi, appare sempre più evidente l'importanza del vero approccio salutista alla complessità che molti cicci e cicce stanno adottando, attraverso una maggiore attività fisica e un rapporto più maturo col cibo. Parlo naturalmente di HAES, quell'Health at Every Size, che promuove una relazione più gioiosa con il proprio corpo e la propria identità, e che coniuga le più recenti rilevazioni mediche con la forza della serenità che emerge dal liberarsi degli stereotipi legati all'obesità.

Volendo quindi farci un regalo per il nuovo anno potremmo riassumere tutto in alcuni propositi:

- basta con le diete
- lottiamo contro i pregiudizi
- accettiamo la nostra forma
- godiamo del movimento fisico
- il cibo è nostro alleato, facciamone buon uso

Buon 2014 pieno di salute e felicità a tutti!
(fonte foto)











venerdì 27 dicembre 2013

Cicciosità, la vita migliora col nudismo?



Che cosa mai può avere a che fare il nudismo con la crociata per il riconoscimento sociale di chi non è normoforma? Me lo sono chiesto leggendo un interessante approfondimento su Psychology Today che verte sull'accettazione di sé e la consapevolezza del proprio corpo, e dei benefici legati all'acquisizione di una "stima di sé" che comprenda o parta proprio dalla fisicità.

L'osservazione di base è che l'immagine che abbiamo di noi stessi è la "rappresentazione mentale che ci diamo di come riteniamo dovremmo apparire. E non è detto che questo sia collegato a come ci vedono gli altri". Ed è esperienza comune che un'immagine di sé negativa provochi spesso ansia, depressione, senso di vergogna e la sensazione di una sostanziale diminutio della propria personalità.

Ora, secondo una ricerca citata dal magazine, l'immagine di sé è compromessa soprattutto tra le donne. Una psicologa di Cincinnati, Ann Kearney-Coke, intervistata su questo fronte dopo una rilevazione sui comportamenti delle donne, spiega che queste "in media hanno ogni giorno 13 pensieri negativi sul proprio corpo, quasi uno per ogni ora di veglia". E vengono citate anche altre ricerche, che scendono nel dettaglio: su 5mila intervistate da REAL magazine, il 91 per cento mette sotto accusa i propri fianchi e un 77 per cento la dimensione addominale. E va altrettanto male tra le giovanissime: l'81 per cento delle bimbe di dieci anni si preoccupano di essere grasse e il 42 per cento di quelle che frequentano le medie dichiarano che vorrebbero essere più magre.

Sono, evidentemente, i numeri di una emergenza: che non è quella dell'obesità, come vorrebbero farci credere, ma di intere generazioni che crescono odiandosi perché sono indotte a farlo da una società ossessionata dalla monoforma. Generazioni che rischiano di arrotolarsi sulla propria infelicità con conseguenze disastrose su tutta la propria vita. In particolare, dicono le ricerche citate dal magazine, chi soffre per questa "inadeguatezza" finisce spesso per acquisire un rapporto completamente sballato col cibo, finendo nell'anoressia o nella bulimia, nell'abuso di farmaci e via peggiorando. In molti casi, dicono ora gli psicologi, si può avere un approccio meno "drammatico" alla propria immagine, quando si vorrebbe perdere qualche chilo, infilarsi in una taglia di pantaloni più piccola. Questo è normale e diffuso, non è invece normale, sebbene diffusissima, l'ossessione sulle proprie dimensioni e sul come si appare o il confrontare la propria fisicità con quella rappresentata dai mass media.

Che c'entra questo col nudismo? Secondo i ricercatori quello che viene definito nudismo sociale, ossia la pratica naturista in compagnia, magari all'aperto, con una varietà di persone e in luoghi piacevoli, porta con sé una serie di benefici, come una forma di antidoto a quell'ossessione sulla dimensionalità attraverso l'incontro con corpi di ogni fatta. Come un salutare tuffo nella realtà. "Senza volerla definire una panacea per chi soffre di una immagine negativa di sé - spiega la psicologa - suggerisco una visita in una comunità naturista e di sperimentare la nudità sociale (...) Statisticamente sono più gli uomini che le donne a intraprendere queste attività, molte si astengono spesso non tanto per pudore o perché temono il nudo in sé ma perché mancano di sicurezza e sono insoddisfatte dei propri corpi".

Non sono concetti estranei per molti cicci e molte cicce. In un ambiente ostile come quello in cui viviamo quotidianamente, il timore di venire giudicati dagli altri per la propria dimensionalità spesso spinge chi più ne soffre ad uscire di casa malvolentieri, a partecipare di rado ad occasioni sociali, ad evitare incontri di gruppo e via dicendo. Figuriamoci, quindi, se ci si aggiunge anche la diffusa diffidenza verso il naturismo spesso dipinto dai media come pratica perversa e dai contenuti sessuali, pur essenone del tutto aliena. Invece, sarebbe proprio il vedere le diverse forme dell'umanità in un contesto privo di competizione e di richiami erotici a poter trasformare il modo di vedere se stessi. "Gli esseri umani - spiega il magazine - tendono a paragonare i propri corpi a degli standard, e questo e normale e fino a un certo punto possiamo dire che lo facciamo tutti. In un contesto di nudità sociale la differenza è che si scopre che esiste uno standard diverso, più realistico, quando vedi con i tuoi occhi come la gente è fatta. Si può imparare a sentirsi a proprio agio nella propria forma".

(fonte foto)