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mercoledì 25 dicembre 2013

HAES è un grosso regalo! Buon Natale!



Oggi è un giorno speciale e ho pensato di festeggiarlo ricordando a tutti noi il regalo più grande che possiamo fare a noi stessi: pensare al nostro benessere e lavorare per una società più inclusiva, affinché non solo noi si possa star meglio ma anche i nostri figli, i nostri amici e tutti coloro che per un motivo o per l'altro non sono dei normoforma. Per questo il post parla di HAES, quell'Health At Every Size che rappresenta il cuore pulsante del movimento che in Italia ho introdotto con questo blog anni fa con la definizione di "Libertà Dimensionale". HAES è infatti lo scardinatore salutare e gioviale di una società incancrenita e arrotolata sulla normoforma, dove la magrezza decide chi ha e chi non ha, chi è e chi non è, chi gode di diritti e chi no.

HAES è una scelta, quella di focalizzarsi su abitudini sane come parte di un percorso verso uno stato di salute. Diverso, quindi, dal focalizzarsi sul cambiare la forma del proprio corpo sperando che questo significhi una salute migliore.

Studi effettuati sul lungo termine dimostrano che la stragrande maggioranza delle persone che si sottopone ad una dieta entro cinque anni recupera tutto il peso perduto, spesso con gli interessi. E non esistono studi che affermino in modo chiaro una relazione tra perdita di peso e miglioramento della salute. Il dietismo, come lo chiamiamo su queste pagine, non solo produce un fatturato gargantuesco per una grande e diversa serie di industrie e società editoriali a tutte le latitudini, ma non ha alcuna base scientifica quando proiettato sul lungo termine. Non funziona se non per pochissimi individui, talmente pochi da rappresentare una rara eccezione. Da qui parte HAES.

HAES significa uscire dal postulato sociale dell'industria della dieta, fin qui capace solo di attrarre denaro senza riuscire mai a dimostrare l'esistenza di una soluzione reale per la maggiorparte delle persone. HAES vuol dire rinunciare ad alcune cose, come la speranza di entrare in quell'ossessivo e da molti agognato meccanismo sociale al quale si può aderire trasformando un corpo grosso in uno magro. Ma la cura per lo stigma sociale che gli obesi portano su di sé non significa perdita di peso, la sua cura infatti è la fine dello stigma stesso. La Salute è invece una cosa molto personale, ogni persona può scegliere quale debbano essere le priorità per la propria salute e quale il percorso, e non ci sono garanzie per nessuno. Per me accettare quel che sono e adottare abitudini di vita sane è il meglio che io possa fare con questo incredibile e unico corpo, a cui è successo di essere grasso.

Buon Natale, e Auguri per il Nuovo Anno. Nel frattempo, se vuoi, scrivimi della tua esperienza con HAES, del tuo vissuto con un peso straordinario, del tuo rapporto on il Mondo e, se vuoi, persino con le diete. Ogni giorno centinaia di cicce e cicci passano su queste pagine, racconta loro la tua esperienza.

sabato 23 novembre 2013

Dimagrire per essere accettati?

"So che molti hanno pregiudizi ma per così tanti anni sono stato "in carne" che alla fine ci fai l'abitudine e quasi non ci fai più caso. Adesso che però sono molto più magro mi sono accorto di come la gente mi guarda in modo diverso a cominciare dalle ragazze. Magari non tutti possono dimagrire ma provateci perché ne vale la pena. - Daniel"

Caro Daniel, dimagrire perché la gente ti guardi in modo diverso può certo costituire una motivazione per tanti obesi che tentano questa strada, in fondo tutti vogliamo essere accettati e spesso quando si è adolescenti si è pronti a tutto per questo, e se la questione obesità fosse una faccenda di dimagrimento anziché uno stato dell'esistenza forse parlare di motivazioni in questo modo avrebbe persino un senso. Ma sicuramente ti rendi conto che hai ribaltato il problema: accettare che per vivere serenamente con gli altri si debba aderire ad una forma predefinita, significa sottostare ad uno strisciante fascismo monodimensionale che produce già oggi violenza, sofferenza, malattia e pregiudizio a tutte le latitudini.

Se qualcuno perché sei ciccione "ti guarda" in un certo modo, come dici tu, il problema non può essere tuo. E' suo. E' lui che si permette di giudicare una condizione che non conosce, è lui che entra nel tuo spazio più intimo, quello della tua identità, per tracciarne un giudizio frettoloso basato più che mai sulle apparenze. Le motivazioni per le quali sei abbondante o secco, dimagrisci o meno, sono così personali che qualsiasi valutazione si costituisce in pregiudizio, ed è tanto più disumanizzante perché sacrifica la complessità dell'esistenza sull'altare di uno standard dimensionale.

Questa virtuale uccisione di cicci e cicce di mezzo mondo viene declinata di continuo in sguardi, comportamenti ed esclusioni, ma con tutte le forze va respinto al mittente sempre e comunque: ognuno ha il diritto di essere ciò che è e di esserne felice ed orgoglioso. Nessuno ha invece il diritto di escluderti perché sei ciò che sei. Teniamolo sempre presente. E godiamo del fatto che tra le donne e gli uomini, normoforma o meno, non manchino quelli che sono attratti dall'abbondanza.

E, se vuoi dare una mano a combattere la discriminazione, prova a investigare, a chiedere ai tuoi amici che oggi ti guardano diversamente la vera ragione per cui lo fanno; instillerai dubbi fecondi in persone che forse, fino ad oggi, non si sono mai chieste sul serio cosa significhi essere dei cicci in una società malata come la nostra. Grazie di cuore per il tuo messaggio al blog, continua a seguirci anche su Facebook. Alla prossima.

(fonte immagine)

domenica 23 maggio 2010

Libertà Dimensionale alla conquista dei media


Sì, ok, il titolo è un po' sparato ma mi sono quasi commosso nel leggere una pubblicazione segnalata su WeightWatchers.com, un intero numero di Absolute Advantage dedicato ad HAES, quell'Health at Every Size di cui Cicciones ha parlato più volte e che è una diretta conseguenza dell'accettazione dimensionale in ambito clinico.

Il magazine, disponibile qui in PDF, si avvale tra gli altri del lavoro di Jon Robinson, medico e ricercatore della nutrizione presso l'Università del Michigan, nonché una delle menti più lucide nel ridisegnare l'intero approccio clinico alla questione del peso. Ed è proprio con un suo articolo che si apre, troppo lungo per sintetizzarlo qui. Basti, a titolo di esca per chi può leggere l'inglese, qualche passaggio chiave:
"L'isteria di massa sulla cosiddetta epidemia di obesità ha avuto numerosi effetti, tra questi: continua pubblicazione intenzionale di ricerche che tentano di creare collegamenti di casualità tra l'obesità e un'ampia varietà di malattie; continua pressione sulle persone (in particolare donne e bambini) affinché si adattino a interventi inefficaci e potenzialmente pericolosi al fine di perdere peso; un'opinione pubblica impaurita, ansiosa e confusa sui propri corpi, la propria salute e il proprio cibo"
Nel magazine, in più di 50 pagine, si affronta l'intera linea del fronte, la battaglia culturale che si sta compiendo per cancellare luoghi comuni privi di basi cliniche così come il ricorso a diete fallimentari, quelle stesse commercializzate da un'industria che è spesso la principale finanziatrice degli studi che considerano l'obesità la causa di tutto. Si parla anche del rapporto tra cibo, alimentazione e media, si mette finalmente una pietra tombale sulla BMI, l'indice di massa corporea che pur essendo totalmente inaffidabile viene ancora utilizzato da dietologi di tutto il mondo, e persino dall'OMS, per valutare le caratteristiche di un individuo.

Ma non ci si limita alle critiche. Una buona parte del magazine è infatti dedicata ad HAES, ossia quel mix di nutrizione rasserenata, piacevole attività fisica e accettazione di sé che secondo un numero crescente di medici è probabilmente la migliore risposta che si può dare alla cosiddetta "epidemia di obesità": individui felici di sé e in salute, a qualsiasi dimensione, possono meglio di qualunque imposizione governare la propria vita, la propria dimensionalità. E se ne parla in termini medici, in riferimento ai bambini, allo sport, all'approccio col cibo, al lavoro e via ancora.

Ce ne sarebbero molte altre da dire per descrivere questo numero della rivista, nel complesso mi sembra che rappresenti un ulteriore segnale di come, grazie al contributo autorevole di medici e scienziati, la Size Acceptance stia guadagnando spazio, con conseguenze potenzialmente fenomenali sulla salute di milioni di persone.

venerdì 21 maggio 2010

Video/ Sono cicciottella, e allora?

Lo dice una ragazza molto giovane in un video su YouTube, e lo dice con un tale candore e una tale sincerità che si può sperare faccia riflettere i tanti detrattori delle cicciottelle come lei.

mercoledì 19 maggio 2010

Fat Discrimination, il film

Un lungometraggio per mettere all'angolo il pregiudizio e spiegare quali sono le molte vie della discriminazione contro i ciccioni. A questo e nientemeno si sta dedicando una cineasta statunitense, Jennifer Jonassen, dando spazio ad una serie di testimonianze, esperienze, talvolta tragedie. Il claim del film è efficace: "L'obesità è cultura, non una malattia".

La discriminazione colpisce a scuola, sul lavoro, nella socialità di ogni giorno, impatta sulla vita affettiva, l'autostima e la possibilità di vivere una vita serena. Non basterà un film a cancellare decenni di luoghi comuni e falsità raccontate sull'obesità, un fenomeno tuttora compreso solo a metà, ma a giudicare dal lungo trailer qui sotto è davvero un ottimo inizio.

Gli autori spiegano di aver bisogno di 20mila dollari per finire il film: tutte le info sul sito dedicato e alla loro email. Il loro concept? "La discriminazione anticiccia si rivela un attacco continuo contro le donne, i poveri, le minoranze. Scopriamo l'origine psicologica e viscerale dell'odio e della paura per il grasso mentre una potente industria rivestita di scienza da due soldi fa miliardi di dollari spingendo la gente ad odiare se stessa e acquistare prodotti. La nutrizione e l'attività fisica ti rendono sano. La dieta ti fa ammalare. La ciccia è più salutare della magrezza ossessiva. E la scienza non c'entra nulla con questo campo di battaglia morale, estetico e culturale. Ci definiscono come vogliono. Ciò di cui la maggioranza dei ciccioni ha bisogno ora è socialità e accettazione di sé".

Buona visione.

martedì 18 maggio 2010

Fat Studies, ecco di cosa si parla

Il tenutario di questo blog non ha potuto ahilui partecipare all'importante conferenza "PCA/ACA Fat Studies", un incontro internazionale che si è tenuto negli Stati Uniti, voluto per fare il punto sulle riflessioni e le ricerche sulla dimensionalità, la libertà di forma, la size acceptance. Ci dobbiamo quindi accontentare di una sintesi di quanto si è detto pubblicata dal sempre ottimo Big Fat Blog. Interessante soprattutto per capire a che punto siamo, e quanta strada qui da noi, in Italia, abbiamo ancora da fare.

Heather Brown, della Northern Illinois University, ha tentato di paragonare i risultati accademici dagli anni '60 ad oggi tra gli studenti di diversa dimensionalità. E ha finito per rivelare quanto i docenti influenzino questi risultati: finiscono per premiare gli alunni obesi che dimagriscono o fanno attività sportiva prima ancora che valutandone i risultati accademici.

Tali Schaefer, della Columbia University Law School, ha parlato di un tema pressante e terribile, quello dell'allontanamento dei bambini dai genitori a causa dell'obesità, motivo per il quale i genitori vengono considerati inadatti a crescere i propri figli. Casi che si ripetono negli States e che vengono giustificati in tribunale dal fatto che se il figlio è obeso la colpa è dei genitori. Prevale cioè la percezione dell'obesità come futuro rischio sulla centralità essenziale della famiglia o sulla conoscenza stessa delle ragioni dietro l'obesità. Nessuno studio invece su cosa succede ai figli strappati alle famiglie. Magari dimagriscono.

Di grande interesse anche la relazione della studiosa finlandese Hannele Harjunen, dell'Università di Jyväskylä, che si è concentrata sulla "creazione di un minoranza disagiata" basata sulla coltivazione di una "malattia simbolica", concentrandosi sulla normalizzazione, la stigmatizzazione e gli aspetti clinici dell'obesità. Questa viene concepita da Hannele come "un fenomeno e una esperienza dalle molte facce, di genere, con un impatto sociale". Parole che vengono dalla sua tesi accademica sull'"Obesità come metafora", dove l'obesità "è utilizzata come una metafora per sollevare preoccupazioni individuali e macrosociali". E la "forma del corpo è sempre più utilizzata come linea di demarcazione tra la normalità e l'anormalità tra loro e noi".

Tra i relatori ha parlato anche Ayelet Kalter, dietologa israeliana che gestisce un sito reso controverso dal fatto che, come dietologa, ha pienamente abbracciato i principi della size acceptance. E ha parlato di come anche i più scettici dopo essersi sottoposti ai suoi programmi finiscono per comprendere l'importanza dell'accettazione di sé (e degli altri).

Per chudere, ai maschietti cicciotti messi in croce da discutibili studi e impietose analisi potrebbe far piacere invece l'intervento di Kate Mason, dell'Università di Berkeley in California, che ha indagato sul rapporto degli uomini con il proprio corpo, scoprendo come per la maggiorparte dei ciccioni si tratti di una relazione "mascolina" mentre non viene percepita come mascolina quella adottata dai culturisti ("troppa attenzione al corpo"). Ma se gli uomini temono di non apparire mascolini, a se stessi prima ancora che socialmente, beneficiano dei dubbi e dei problemi assai più numerosi che per i propri corpi tendono a nutrire le donne. Una realtà vagamente inquietante: "spesso gli uomini hanno costruito la relazione con il proprio corpo rigettando l'idea della donna cicciona e infelice preoccupata con il proprio corpo". E' inquietante, evidentemente, il fatto che anche l'uomo obeso possa cadere così facilmente nello stereotipo più becero a carico delle donne.

sabato 15 maggio 2010

Ciccia e ciccio sono intelligenti

C'è una sorta di ritornello che vedo citare dai sempre più numerosi interlocutori di Cicciones, quello secondo cui parlare con un'obesa o un obeso di accettazione di quello che siamo significa metterla/o sulla cattiva strada, ossia allontanarlo da una ipotetica "cura" o "soluzione" della sua condizione.

Credo sia una posizione massimalista e paternalistica difficilmente condivisibile. In Italia ciccia e ciccio hanno ogni possibilità di accedere alle informazioni sugli aspetti clinici dell'obesità, i propri medici di famiglia sono istruiti per fare ogni genere di pressione per spingerli a dimagrire, la pubblicità, i media, ogni genere di output televisivo, cinematografico ecc ecc promuove la magrezza quale salvifica ricetta per una vita lunga, felice, attiva e in salute.

Questo non significa che sia un percorso in discesa quello di chi vuole trasformare se stessa/o, né che non possano esservi conseguenze drammatiche di diete malpensate o chirurgie eseguite in modo discutibile, significa però che se ciccia o ciccio decidono di seguire quella strada hanno più di un mezzo per informarsi, studiare, parlare e scegliere.

Quello che rimane è, appunto, la possibilità di scegliere. Chiunque può decidere di cambiare qualcosa di sé che trova poco opportuno, c'è chi lavora sul proprio carattere chi sulla dimensione del proprio naso, per dirne due, ma di certo c'è anche chi può decidere l'esatto contrario, e trasformare quella sua caratteristica che altri troverebbero impropria in un proprio punto di forza, o semplicemente non farci caso.

In altre parole, può scegliere di accettarsi, producendo per sé una maggiore serenità, una più intensa vita sociale e professionale e, di conseguenza, una salute probabilmente migliore.

La battaglia che si gioca sull'obesità oggi non è quale dieta o quale chirurgia intraprendere, è quella di ricordare a noi stessi che possiamo essere donne e uomini liberi, possiamo prendere sulle nostre spalle le responsabilità della nostra esistenza e, dunque, possiamo scegliere.

giovedì 6 maggio 2010

L'Orgoglio Obeso fa paura


Cicciones ha sempre evitato di sventolare la bandiera della superiorità dei ciccioni, del vivalaciccia, del chebellosiamograssi. E' una bandiera issata da altri, spesso con ironia, sempre con divertimento, ma che ha ben poco a che fare con la Size Acceptance. E ancor meno col tentativo di questo blog di contribuire a far germogliare anche in Italia un dibattito, tardivo ma decisivo, sulla libertà dimensionale e le sue implicazioni sociali, economiche e sanitarie.

Ma proprio in queste pagine si tiene in questi giorni una interessante discussione su una di quelle locuzioni che assomigliano a degli slogan, e sulla quale può essere utilissimo riflettere insieme per capire cosa effettivamente significhi una cosa come "Orgoglio Obeso" o "Orgoglio Ciccione", a cui in passato abbiamo accennato en passant.

L'unica volta che fino ad oggi ho sfruttato la forza espressiva di questa locuzione è stato quando, molti mesi fa, mi iscrissi al forum di Obesità&Dintorni. Soffrivo della dissonanza tra il tema principale del forum e il fatto che l'intera discussione vertesse sulla chirurgia bariatrica o il dietismo più esasperato e, con quel termine e qualche intervento, ho tentato di stimolare l'immissione di ulteriori riflessioni che ritenevo utili. Ora forse è tempo di tornare sopra a quell'espressione apparentemente così provocatoria.

In linea generale si può ritenere che essere orgogliosi di quello che si è faccia bene all'umore, alla socialità persino al proprio lavoro, alla sicurezza in se stessi e, con ogni probabilità, anche alla salute. Il rischio, dicono in tanti, è però quello di essere orgogliosi di sé per le ragioni sbagliate. Molti obesi ed obese, infatti, non ritengono di poter essere orgogliosi di avere quella dimensionalità. Spesso sono afflitti da patologie collegate ad un peso importante, più spesso ancora sono sinceramente convinti che l'obesità sia una malattia in sé e, ancora di più, che l'obeso sia brutto, che non sappia controllarsi, che sia un individuo fondamentalmente depresso, ritengono che chiunque condivida certe dimensionalità non possa che viverle allo stesso modo e sono talvolta i primi alfieri della diminutio hominis di cui soffrono assieme ai loro simili.

Il punto, probabilmente, è tutto qui, sulla percezione della propria condizione. Se vi è chi è felice di essere quello che è, molti invece vivono quella medesima condizione come un inferno dal quale uscire al più presto in qualsiasi modo. Poco importa, spesso, se la dieta non è bastata, se la genetica e la propria costituzione remano contro, poco importa, persino, se è una battaglia che si è combattuta per molti anni senza risultati apprezzabili o persino peggiorando la propria condizione di salute. Si ritiene di doverlo fare e, da qui nascono i contrasti, si ritiene che chiunque in quello stato lo debba fare.

Ciò che spesso accade, cioè, è che l'individuo che non accetta la propria forma, a cui è quindi più difficile accettare le dimensionalità degli altri, combatta una guerra contro qualcosa che è parte della propria identità, del proprio carattere, spesso qualcosa con cui è cresciuto/a. Una guerra intestina, uno scontro frontale tutto interno alla propria persona, alla propria personalità e alla propria dimensionalità, dalla quale si confida esca un giorno un vincitore.

Credo che chiunque debba avere rispetto per le scelte di chiunque altro e non per un trito idealismo di democratica vicendevole tolleranza ma perché ciascuno di noi differisce nelle percezioni del mondo e nel modo di vivere il proprio ambiente, al punto che è semplicemente impossibile per chiunque andare oltre una vaga percezione dell'altro. L'unica strada, in questo senso, è comprendere le differenze, anche solo comprendere che vi sono differenze, cercare di mantenere una mentalità aperta, andare oltre la tolleranza. Ed oltre c'è solo l'accettazione, ossia il rispetto.

Cos'è, dunque, l'Orgoglio Ciccione? A mio avviso è una felice espressione che può essere imbracciata come arma di liberazione per sparare pallottole di diversità in una società che più complessa non potrebbe essere ma che invece viene spesso ridotta a slogan, soluzioni definitive, magiche ricette e magiche pozioni, dietismi, salutismi e conformismi. Orgoglio Ciccione non significa imporre a qualcuno una diversità che non vuole, spesso l'obeso che vuole trasformarsi insegue infatti proprio la normalità mainstream, significa ricordare a se stessi che si è quello che si è, e che essere è, prima di tutto, molto bello.

(fonte foto)

mercoledì 5 maggio 2010

La persona intrappolata dentro di te

La traggo da un articolo non suo che ha un respiro più ampio, è uno dei tanti gioiellini di Kate Harding, la più prolifica ed importante autrice in materia di Size Acceptance, oltreché scrittrice e blogger. E' una piccola perla di saggezza, una delle tante che ha scritto e per fortuna di tutti noi continua a scrivere.

L'originale in inglese è qui di seguito, più sotto il mio tentativo di tradurla lasciandone intatta la forza della comunicazione.
The question is, who do you really want to be, and what are you going to do about it? (Okay, two questions.) The Fantasy of Being Thin is a really convenient excuse for not asking yourself those questions sincerely — and that’s exactly why it’s dangerous. It keeps you from being not only who you are, but who you actually could be, if you worked with what you’ve got. And that person trapped inside you really might be cooler than you are right now.

She’s just not thin.
"La domanda è, chi davvero vuoi essere, e cosa sei disposto a fare per questo fine? (Okay, sono due domande). La Fantasticheria dell'Essere Magri è un'ottima scusa per non rivolgere a se stessi queste domande in sincerità, ed è per questo che è pericolosa. Ti trattiene non solo dall'essere chi sei ma anche da quello che potresti essere se lavorassi con quello che già hai. Quella persona intrappolata dentro di te potrebbe in realtà essere più interessante di quanto tu non sia in questo momento.

Semplicemente, lei non è magra".

giovedì 29 aprile 2010

Su Facebook il fascino ciccioso

Si stanno moltiplicando senza sosta, come semi di fragrante diversità in un universo fin qui stretto tra pregiudizio e stereotipi. Sto parlando dei gruppi Facebook che sempre più numerosi rappresentano l'interesse per le forme generose delle donne. Con scopi, modalità e mood diversi, tutti testimoniano la vitalità di una diversa concezione della bellezza, della sensualità, dell'estetica. In alcuni casi, inoltre, si va oltre la semplice rivendicazione militante dell'alterità e si contribuisce fattivamente alla Size Acceptance. Più rari, parrebbe, i gruppi dei/di/per/da maschietti.

Basta dare un'occhiata ai nomi e alle presentazioni dei gruppi riportate qui sotto per rendersi conto di cosa si parla.
Ecco qui un primo elenco, peraltro sicuramente incompleto.

Curvy Can
6 top model plus size, fra le più affermate a livello internazionale, sono le protagoniste di uno scatto SENZA VELI che le vede in prima linea in una campagna sociale contro i disturbi alimentari.

Belle Cicce Italia
Questo gruppo nasce per tutte le donne e noi ragazze taglia over 58, che si piacciono così, e per tutti quelli che le apprezzano. Io sono stanca di vedere modelle taglia forte appena in carne. Su quella passerella dovremmo salirci noi!

Bella Ciccia
SE RITENETE VALIDO IL MESSAGGIO COMUNICATO DA QUESTO GRUPPO, INVITATE TUTTI I VOSTRI AMICI...FACCIAMOCI SENTIRE!

Sexy Cucciole Morbidose
GRUPPO PER CONOSCERE AMIKE E AMICI E X SCAMBIO DI OPINIONI ♥

Cicciabelle di tutto il Mondo
Un inno alla floridezza! invito tutte le donne formose e tutti quelli che le adorano!!!

Adorabile Cicciona
Magrezza?? Anoressia?? Conteggio calorie?? Palestra?? Vade retro!!!!!! Fiera di essere come sono, ovvera stupendamente bella con i miei floridi chili di ciccia ben distribuita..... Femmina... morbida come il burro di malga, fragrante come il pane cotto a legna, dolce come l'ambrosia, frizzante come un flute di champagne...
Chi si sente così bella è autorizzata a iscriversi!!!!

lunedì 19 aprile 2010

La bimba che voleva essere normale


"Ciao, il mio nome è Lesley, ho 9 anni e sono sovrappeso".

Inizia così l'emozionante racconto di una vita pubblicato da Fatshionista, un'infanzia condizionata dall'apprendere che non si è normoforma, un'adolescenza passata a combattere col peso e a subire in modo sempre più diretto l'esclusione dalle attività più comuni dei propri coetanei, fino a vivere lo sport, che pure non si è mai trascurato, come l'unico modo per tentare di rientrare nella normalità nonostante tutto, l'appetito, la costituzione, congiuri in direzione contraria.

"Crescendo - continua Lesley - ho iniziato a capire cosa significasse essere grassi (...) I bambini grassi erano lenti nello sport, e chi tentava di giocare comunque veniva preso in giro. I cicciotti erano sempre gli ultimi a venire scelti e, se anche non capitava a me, iniziai a temere che potesse accadere. E quando questo è accaduto, una volta dopo l'altra, ho smesso di giocare. Un modo per sopravvivere, per evitare le derisioni e gli insulti dei quali solo pochi ragazzini grassi riescono a ridere".

E quindi dieta. Dieta fin dalle elementari. Dieta per perdere peso ad ogni costo nonostante un appetito che divora le intenzioni più nobili e, nonostante questo, resistere e continuare nelle privazioni, o nel seguire il consiglio di questo o quel dietologo. Imparare che ci sono "cibi cattivi" e "cibi buoni".

"Fare esercizio divenne un imperativo. Camminavo a lungo senza méta nel mio vicinato con la musica nelle cuffiette, soddisfatta solo se riuscivo a mantenere una velocità consistente. Ma non riuscivo comunque a sottrarmi allo stigma della ragazza cicciona. Non importava quanto ci provassi. Se ci provi nessuno te ne dà merito. Devi riuscire nell'obiettivo, se non ce la fai ti dicono che non ci hai provato abbastanza, che non hai abbastanza forza di volontà".

"Credo di poter dire di aver lavorato duramente, quanto potevo, senza riuscire però ad arrivare al mio sogno di magrezza, l'unico che avessi. Ed evitiamo di parlare di una giovane adolescente il cui sogno non era diventare una astronauta o il presidente, ma era quello di dimagrire". Poi gli anni della giovinezza, passati nei dialoghi con il medico, alla ricerca di soluzioni farmacologiche. Ricerche inutili.

"La via che ho scelto alla fine è stata l'auto-accettazione, e apprezzare il mio corpo indipendentemente da come poteva cambiare o meno il modo in cui appariva. Ho scelto di avere cura di me stessa. Ci è voluto tempo, non è successo in una settimana e neppure in un anno. Ma col tempo sono giunta a capire che non era la ciccia che mi aveva fatto odiare lo sport, a farlo era stato quello che la gente pensa di una cicciona. Non era il mio essere grassa che mi rendeva inferiore o isolata, era l'ideologia culturale secondo cui i grassi sono gente solitaria, miserabile, perlopiù spiacevole".

La conclusione di Lesley è di una lucidità che apre ulteriori riflessioni:

"Nulla di quanto mi è accaduto come giovane, nessuno dei cambiamenti che ho incontrato sulla mia strada, nulla di quell'odio per me stessa che mi ha nutrito, di quegli insulti che ho tollerato, nulla di tutto questo sarebbe successo se fossi stata grassa in un mondo vuoto. Nulla di tutto questo è accaduto solo come conseguenza del mio essere grassa. E' accaduto a causa della cultura nella quale vivevo, che tutti più o meno condividiamo. E' accaduto perché io per prima avevo ricevuto, elaborato, assimilato e interiorizzato i messaggi negativi su quello che gli obesi possono o non possono fare, e ciò che gli obesi possono o non possono essere".

mercoledì 7 aprile 2010

Le modelle plus vendono di meno


Lo dice uno studio dell'Università dell'Arizona realizzato in collaborazione con ricercatori tedeschi e olandesi. Il succo è che le imprese che si affidano a modelle formose per la propria pubblicità rischiano di veder calare le vendite. Il motivo? Modelle più "normali" di quelle tradizionali, quindi con qualche curva in più, vengono percepite da un numero più alto di consumatrici come più simili a sé e dunque meno credibili: ciò si dovrebbe alla scarsa stima di sé di molte donne, che preferirebbero invece ricevere "consigli" da modelle tradizionali, soprattutto magre, ossia ciò che loro vorrebbero essere.
E non è tutto qui.

"Noi - ha spiegato - una delle autrici dello studio - riteniamo improbabile che i marchi guadagnino quote di mercato utilizzando modelle pesanti nelle proprie pubblicità. Abbiamo rilevato come i consumatori sovrappeso dimostrino una più bassa stima di sé e, probabilmente, un minor entusiasmo nell'acquistare prodotti associati a modelle di peso non normale (al contrario di quanto accade con gli stessi prodotti venduti però senza modelli). Inoltre, consumatori normopeso dinanzi a modelle di peso moderatamente superiore alla media hanno sperimentato una stima di sé più ridotta rispetto a quando hanno guardato modelle magre".

Come tutte le ricerche di questo tipo, evidentemente, dovrà essere confermata da altri studi, cosa alla quale sicuramente lavoreranno aziende e pubblicitari insieme. Se venisse confermato, però, ne esce un quadro desolante, per tante ragioni. La prima e più importante per C.C.D. è l'effetto sulla stima di sé nell'osservazione di modelle pesanti: il fatto che questa possa ancora cambiare a seconda del peso dell'attrice che pubblicizza un prodotto la dice lunga su quanto sia lunga la strada di una riscossa culturale per chi non è normoforma.

Non solo: è ulteriormente desolante se si pensa all'importanza che oggi assume la pubblicità che accoglie modelle e attrici, o modelli e attori, di grande taglia. Ci sono spot, anche se non numerosissimi, che in qualche modo "sdoganano" il ciccione o la cicciona, di cui spesso esaltano la simpatia debordante e la socialità, indirettamente aiutando la causa di chi vorrebbe una società più aperta alle diversità. Se ci sarà una retromarcia su questo fronte la battaglia per la Size Acceptance potrebbe perdere uno dei suoi alleati più importanti.

(nella foto, un'immagine degli spot di un celebre marchio di saponi)

lunedì 5 aprile 2010

South Park è Cicciopark


Scurrile, persino volgare, eppure dissacrante, sorprendente, satirico e quindi spesso utile: la serie animata South Park, già forte di un successo planetario, è da tempo al centro delle attenzioni della comunità cicciosa. Tanto che pochi giorni fa Jay Salomon di More of Me to Love ne ha fatto un seminario alla conferenza PCA/ACA nell'ambito dei Fat Studies.

A sostenere le tesi di Jay anche uno degli ultimissimi episodi della "saga", Medicinal Fried Chicken, che abbraccia in un colpo solo e senza mezzi termini anche alcuni temi della Size Accpetance. Si infiamma contro i diktat di chi ritiene di sapere quale stile di vita occorra tenere, cosa sia necessario mangiare, contro quei medici che confondono causa ed effetto finendo per prendersela anche contro quelle normative che non contribuiscono a cancellare i confini di una società escludente.

"In estrema sintesi - spiega Jay - la mia tesi stabilisce che South Park condanna il trattamento negativo riservato dalla nostra società a causa della forma, e lo fa con lo stesso tono di altre tesi proposte dalla trasmissione, ossia che nessuno ha il diritto di dire a chiunque altro come vivere la propria vita, chi essere o cosa pensare". Sembra semplice eppure, spiega Jay, "ci ho messo del tempo a comprendere fino in fondo il messaggio di South Park sull'obesità".

Al link qui sopra l'episodio di South Park è disponibile online gratuitamente nella sua interezza.

giovedì 1 aprile 2010

Quelle curvy nude che piacciono tanto


Che si possa essere tondeggianti e belle è una verità che un numero crescente di uomini e donne stanno scoprendo, che oltretutto si possa trasformare questa virtù in spettacolo e moda...beh quella è una verità che si sta affermando nonostante certe polemicucce. E così, mentre si organizza su Facebook un gruppo di modelle curvy, quelle a cui Vogue Italia dedica un intero sito, su Sette del Corriere della Sera esce una delle primissime iniziative delle cicciotelle consapevoli della propria bellezza residenti in Italia.

Ne parla TgCom ricordando come non sia certo la prima volta che delle modelle curvy posano nude, ma specificando che è la prima volta che ciò avviene con sole protagoniste che lavorano e operano nel nostro paese. La nudità, evidentemente, non è soltanto il mezzo con cui dimostrare l'altra bellezza, quella che continua a sfuggire a molta parte dei media e della tv, ma è anche una prorompente affermazione di libertà.
Alessandra Mareschi è una studentessa che vive a Torino, per lei la carriera di modella è stato un punto di svolta: "Mi ha fatto sentire finalmente bella modo mio, senza più bisogno di omologarmi a un modello".

Anche Alessandra Minelli, neolaureata napoletana, mostra con orgoglio le sue rotondità: "Mi piace dimostrare come un fisico sinuoso possa essere femminile e sensuale".
Su Facebook, invece, si vanno organizzando le protagoniste di Curvy CAN, iniziativa pensata più in generale per combattere ogni genere di disturbo alimentare partendo dalla considerazione di sé, dalla bellezza diversa, dal rifiuto della ossessione della magrezza quale modello di riferimento. Ad animare la pagina sei modelle "plus size", pronte a dimostrare fatti e foto alla mano che "plus" è bello.

lunedì 29 marzo 2010

Bob, Tekken 6 e il ciccio che spakka


È vero, non fanno altro che picchiarsi l'un l'altro in un vortice di effetti speciali, ma tra gli esotici personaggi di Tekken ha fatto il suo debutto nientemeno che Bob, biondino di centosessanta chili capace di stendere a cazzotti e calci volanti anche il più temibile picchiatore professionista. Una novità non solo estetica per uno dei più noti e giocati videogame di tutti i tempi, una scelta che infiltra l'obeso nel regno dei lottatori tutto muscoli e coreografie, fin qui insidiati solo da pesanti tradizionali per eccellenza, i già sdoganatissimi lottatori di Sumo.

Nella sua ultima incarnazione, Tekken aggiunge nuove spezie: ai vari Jin o Eddie, esegeti di arti marziali prive di filtro, affianca il colosso buono, capace fin dalla spettacolare introduzione dei titoli di macellare a manate e giravolte i ceffi brutti e cattivi del mondo emerso.

Bob è un ragazzone di strada quando avvolto in jeans che ne raccontano le forme senza esitazioni, ma è anche un esplosivo adolescente quando indossa bretelle e top sopra pantaloni attillati; sulle varie piattaforme di gioco presta la sua morbidezza anche ad improbabili tutine rosa o completi dandy decisamente passé. Ad ogni modo, in quel teatro visionario, Bob è un obeso che cammina a testa alta, che si fa rispettare con i pugni (è quella la moneta delle terre di Tekken), soprattutto è uno squartatore di pregiudizi che si materializza sulle joystick di milioni di utenti: a loro, giovani o meno, propone la nova accecante di un codice fantastico dal quale l'obeso può non essere estromesso, e che anzi possa abitare con pari dignità, coprotagonista a tutti gli effetti, grosso buono e potente e per questo temibile e rispettato.

Sarebbe probabilmente ingenuo voler leggere nell'epifania tekkeniana di Bob il Grosso qualcosa di diverso dal tentativo degli autori della popolarissima saga di caratterizzare nuovi personaggi per soddisfare platee mai sazie di novità, la realtà è che, quale ne sia la motivazione, la fucina creativa di Tekken aggiunge in questo modo una innovativa dose di modernità culturale ai molti riferimenti rogue fantasy sci-fi e persino medievali dei quali è solita pascersi. Se ne potrebbe parlare come di una rara rivincita per i ciccioni del mondo ricco e videoludico ma forse, vista la popolarità di questo titolo, qualcuno potrebbe persino considerarla una speranza vera e propria, o il seme di una pianta capace di strappare l'immaginario obeso dal fango della maldicenza e del pregiudizio per sospingerlo verso il cielo e consegnarlo così alla luce riparatrice del sole.

venerdì 19 marzo 2010

I ciccioni "occupano" il New York Times


Questa volta è nientemeno che il più prestigioso quotidiano statunitense a dedicare un ampio servizio alla discriminazione contro i ciccioni, un articolo scritto da una giornalista che da anni si occupa della questione. Non sono solo i contenuti ad essere rilevanti, dunque, ma anche la forma, e lo spazio dedicato alla questione, così come il linguaggio utilizzato: la scelta delle parole è tanto più importante quanto più chi legge è condizionato dal culturame dell'esclusione.

E così Harriet Brown nel suo "essay" ripercorre tappe che chi segue C.C.D. già conosce, dallo studio a Yale sui medici ed infermieri che non riescono a relazionarsi in modo professionale con gli obesi alla discriminazione sul lavoro, che non riguarda soltanto i licenziati o i licenziandi ma anche chi cerca un'occupazione, disoccupati o inoccupati che siano.

Allo stesso modo Harriet affronta i progetti con cui si vorrebbe misurare la massa grassa alle matricole di certe università e via dicendo. Soprattutto, però, l'articolo ha il pregio di sottolineare la gravità dello stigma anti-obeso. Si tratta di un fenomeno che rientra nell'esperienza di molti: il pregiudizio, l'offesa e l'aggressione contro gli obesi è talmente condivisa, pubblicizzata e ripetuta dentro e fuori dai media, scuole, aziende, che attaccare chi è obeso in pressoché qualsiasi ambiente significa farla franca e persino ottenere l'approvazione del prossimo.

Questo, concludiamo noi, non è solo un comportamento diffuso anche qui in Italia dove l'ideologia normodimensionale non è meno pressante e deviata che negli Stati Uniti ma è anche il segno di una società che indulge in comportamenti deteriori che la rendono più piccina, meno interessante e in definitiva meno stimolante per tutti, non certo solo per gli obesi. Articoli come quello di Harriet possono fare la differenza, speriamo di leggerne ancora e di più, magari non solo negli States.

venerdì 12 marzo 2010

Il falò dei libri di dieta

Riappropriarsi della propria immagine, del diritto alle proprie scelte e della propria serenità: questo l'obiettivo dichiarato di un'artista attivista e femminista della scena statunitense, Brenda Oelbaum, già nota per No Shortage of Diet Books (vedi foto), che il prossimo 22 marzo terrà un evento dal titolo Great Diet Rip Up, un modo innovativo per sbranare letteralmente quei libri di diete e dintorni che a detta dell'artista deludono le folle, illudono alla magrezza come soluzione di ogni male, rendono infelici ciccioni e ciccione di mezzo mondo.

La stessa Brenda ne parla in una pagina dedicata su Facebook, spiegando che si tratta di un evento "che avvicina chi cerca di risolvere i propri problemi di peso, immagine o cibo, i professionisti della salute e la nostra comunità (quella dell'attivismo anti-discriminazione, nda.) in una dimostrazione creativa di supporto e sostegno ad ideali di fisicità positivi, con al centro l'individuo".

"L'industria della dieta e quella della bellezza, e gli standard culturali attuali - continua - promuovono pratiche alimentari insane e insoddisfazione per la propria fisicità in gente di ogni età, sesso, etnia e censo. Il Great Diet Rip Up reagisce contro la vergogna, le accuse e le contraddizioni insite negli standard culturali di salute e bellezza. Le diete non sono efficaci per la maggiorparte delle persone. Ripetere tentativi di dieta uccide la stima di sé, la salute e il benessere".

L'iniziativa dell'artista si terrà nel suo atelier dove inviterà tutti a fare a pezzi una riproduzione della Venere di Willendorf realizzata incollando e mettendo insieme centinaia, migliaia di libri di diete, libri che verranno strappati in un brivido di liberatoria violenza dai presenti.

(fonte foto)

lunedì 8 marzo 2010

La pancetta alla moda, nella Moda


Dove eravamo rimasti parlando di immagine, moda e pancetta? Vogue Italia, braccio nostrano del celebre magazine di stile e moda, ha da pochissimo lanciato il proprio sito italiano, dando uno spazio alla moda curvy, abbondante almeno quanto la gentile cicciosità che prorompe da quelle pagine.

Interviste, profili, news e persino un blog dedicato si concentrano su una delle tendenze più intriganti del mondo della Moda, checché ne dicano certi stilisti rimasti ad un tempo che appare sempre più remoto. Un segnale ulteriore di un cambiamento che sembra inarrestabile.

Belle le dichiarazioni di alcune modelle e attrici riportate dal sito, come la bellissima Liv Tyler (nella foto) ("I miei agenti non fanno che ripetermi che otterrei più ruoli se solo dimagrissi. Ma non ci sto, non condivido il loro standard di magrezza. Mi piaccio così come sono") o Lizzie Miller ("Il mio corpo è perfetto. Faccio perdere la testa agli uomini e sono orgogliosa della mia pancetta. Anche perché sono molte le donne che rientrano nella mia taglia, dalla 46 in su").

Segnalo la cosa qui velocemente non tanto perché affezionato al mondo della Moda, dichiaro anzi la mia assoluta incompetenza, ma perché non vorrei che venissero sottovalutate novità destinate a contribuire ad una nuova consapevolezza delle diversità, e ad una società più intrigante e felice.

(fonte foto)

domenica 7 marzo 2010

L'orgoglio innovativo dei fatshionisti


La scusa è una visita a Flickr e alle belle gallerie dello storico gruppo Fatshionista ma è ad ogni modo doveroso parlare anche qui di quello che può essere considerato ormai un movimento culturale emergente, che ha la battaglia contro la discriminazione anticiccia nel suo DNA. Unione originale dei termini fat e fashion, potremmo definire fatshionista qualsiasi ambiente/gruppo/tendenza che non intenda rinunciare allo stile, o alla moda, ed anzi riporti al centro l'abbondanza delle forme, con la sua allegria e le sue diversità.

Una emancipazione anche terminologica: nel mondo anglosassone, il termine "fat", grasso, va diventando una parola che non fa più paura, una definizione neutra che può essere abbracciata con orgoglio e sintomo di una diversità entusiasmante. Se si pensa a quello che accade in Italia con termini equivalenti, da "obeso" a "grasso", non si può che prendere tristemente atto del ritardo culturale italiano.

Alla crescente centralità della fattità accennava solo poche settimane fa il Guardian britannico (Young, Fat and Fabolous), sottolineando come ci si trovi probabilmente dinanzi al confluire di più fenomeni: da un lato una maggiore ampiezza di vedute nel mondo della moda, caratterizzata da una segmentazione progressiva e da una specializzazione che stanno cambiando l'industria, dall'altro l'espansione della cosiddetta "fat-o-sphere", termine che potremmo tradurre con "cicciosfera", che descrive l'insieme delle voci, blog e siti web, che parlano e discutono di Size Acceptance e libertà dimensionale, proprio come il blog di Ciccioni contro la discriminazione.

Ed ecco quindi che alla spensieratezza delle gallerie di Flickr si accostano numerosi blog personali che uniscono una cosa all'altra, da Fat Girls like nice clothes too a, appunto, Young, Fat and Fabolous, per citarne due che raccolgono l'eredità di Fatshionista, il blog o Shapely Prose.

Non c'è evidentemente soltanto il desiderio di occupare uno spazio ma di farlo innovando, in un mondo che spesso dimentica le grandi taglie o le ricorda ipocritamente solo per ragioni di convenienza, e che soprattutto non associa alle dimensionalità maggiorate criteri di bellezza, tendenza e creatività. Qualcosa deve cambiare, e forse sta già cambiando. Tanto più, come ha sottolineato la psicologa Susie Orbach ("Bodies"), che siamo bombardati da immagini di donne molto magre, tanto che molti si rovinano la vita inseguendo quel modello spesso irreale, quando invece "se noi vedessimo immagini non solo di donne grasse ma di donne di ogni forma non staremmo sempre più a tentare di raggiungere una forma diversa. Non vorremmo cambiare la nostra, ci sentiremmo rappresentati e quindi ci focalizzeremo su altri aspetti della nostra vita".

Come a dire, cioè, che uno "style" ciccione, mescolato a quello mainstream, potrebbe portare ad una vita più serena e felice per tantissimi, uomini e donne che siano, rimuovendo dal nostro immaginario ideali fantastici e fonte di dolore per così tanti. Una piccola ma grossa rivoluzione culturale, tanto urgente quanto necessaria e, cosa ancora più importante, già iniziata.

mercoledì 3 marzo 2010

L'obesità è mia e la gestisco io


Ci sono ahimé molti casi in cui persone costrette su una sedia a rotelle sono destinate a rimanervi tutta la vita, perché non esistono cure in grado di risolvere la loro condizione. Ci sono altri casi, questa volta di persone obese, destinati a non cambiare per motivi analoghi: non sempre vi sono cure sufficienti. In entrambe le situazioni le persone vengono discriminate per quello che sono, ma in un solo caso questa discriminazione è illegale.

Da qui parte un interessante e provocatorio post di Big Fat Blog, che indaga sui motivi di questa "discriminazione nella discriminazione" negli States, un modo in più per consentire a tutti, anche a chi obeso non è, di comprendere cosa c'è in gioco quando si parla di emarginazione. Va detto che si tratta di un post dai contorni ambigui, l'autrice non sembra a mio parere tenere in debito conto le difficoltà di un gruppo di persone disabili di cui mi sembra non conoscere/riconoscere molte cose, ciò nonostante penso sia il caso di proporlo se non altro per discutere sulla cosa.

"Dopo tutto - si legge sul post di CarrieP - si ritiene spesso, a torto o a ragione, che le persone in carrozzina richiedano più attenzione medica di una persona qualsiasi. Seguendo questo ragionamento, vorrebbe dire che la spesa sanitaria per loro è più elevata. Inoltre, ottengono specifici privilegi come parcheggi riservati, rampe di accesso ai luoghi pubblici, aree comode per sedersi ed accedere quasi ovunque. Ed è certo che soffrano una discriminazione sul lavoro proprio come succede agli obesi. Ma nel loro caso la discriminazione è illegale su tutto il territorio degli Stati Uniti". Una illegalità, aggiungerei, alla quale però tanto negli States quanto da noi in Italia non sempre corrispondono comportamenti conseguenti, anzi...

"E allora - continua CarrieP - perché mai sarebbe giusto che i ciccioni siano messi all'indice per il peso dei loro costi sulla Sanità, che siano ritenuti infantili perché chiedono che le compagnie aeree diano loro ospitalità in modo possibile sui loro aerei, e perché viene loro detto di buttarsi dal balcone quando denunciano le discriminazioni?"

"Evidentemente non è giusto, gli obesi sono membri importanti e significativi della società. Contribuiamo al nostro lavoro e alla nostra comunità come tutti gli altri. Non siamo infantili nel richiedere trattamenti specifici, ma meritiamo lo stesso rispetto di chiunque altro. I nostri corpi sono i nostri corpi. E siamo noi gli unici a decidere cosa farne. Questo mondo è anche il nostro mondo, abbiamo il diritto di essere rappresentati e accolti come chiunque altro. Qualsiasi cosa meno di questo semplicemente non è accettabile".

Per fortuna, diciamo così, CarrieP conclude la sua esternazione con un post scriptum: "non voglio gettare fango a chi si muove in carrozzella, sono certa che vi sono sfide e frustrazioni di cui non so nulla. Il punto è che tutti abbiamo il diritto di essere trattati con il medesimo rispetto".

Di mio non credo che si possano fare parallelismi felici tra le due diverse condizioni citate, davvero numerose sono le differenze, e generalizzare è pericolosissimo. Credo però che confrontarsi anche su questo possa essere utile ad una società più interessante ed inclusiva, e più interessante perché più inclusiva.